© Mitchelton - Scott

Mitchelton-Scott, il parere di Matthew White: “Tour de France a porte chiuse? Strano, ma potrebbe funzionare”

Anche la Mitchelton-Scott, come tutte le squadre del mondo, è alle prese con l’emergenza Covid-19. La formazione australiana era stata fra le prime a chiamarsi fuori dalle gare, rinunciando già a inizio marzo a proseguire l’attività agonistica: così, mentre alcuni colleghi affrontavano la Parigi-Nizza 2020, i gemelli Yates e tutti i loro compagni avevano chiuso le loro biciclette nei garage. Nel frattempo, la situazione generale peggiorava di giorno in giorno, fino allo stop completo degli appuntamenti e al “silenzio” in calendario almeno fino alla fine del mese di aprile (anche se probabilmente si andrà anche più in là).

“Al momento, buona parte della nostra squadra è alla terza settimana di  ‘lockdown’ – le parole del direttore sportivo Matthew White – Abbiamo ragazzi sparsi in tutta Europa e un paio di loro fra Australia e America. L’85-90 per cento di loro è in zone dove ci sono misure di restrizione completa, il che significa che non possono lasciare le loro case se non per procurarsi cibo e generi di prima necessità. Questo ovviamente sta avendo effetti sul tipo di allenamenti che sono in grado di fare: al massimo pedalano sui rulli e fanno qualche esercizio fisico nei loro garage”.

Programmi di allenamento? “È tutto legato alla sfera individuale. I corridori da classiche stavano per arrivare al loro picco di forma e hanno cercato di mantenere comunque alta l’intensità e sforzi strutturati, poi riposeranno dopo che sarà passato il giorno in cui avrebbe dovuto corrersi la Parigi-Roubaix 2020. Quelli che stavano preparando il Giro d’Italia 2020, invece, stanno facendo cose leggere, giusto per rimanere freschi mentalmente. Non sono abituati a non fare nulla, quindi tanti di loro provano anche a divertirsi con le varie piattaforme interattive, socializzando con i loro compagni on line”.

White sottolinea un aspetto già toccato da molti, la differenza fra chi può uscire in strada e chi no: “È il volume la grande discriminante. Quelli che possono uscire, arrivano a fare allenamenti di 4-5 ore, che è la norma. Chi deve stare in casa e fare i rulli, al massimo può fare un’ora, un’ora e mezza abbondando. Possono magari sviluppare una maggiore intensità, ma non la mole di lavoro che fanno i colleghi in strada. Speriamo che per la metà di aprile tutti possano nuovamente uscire, almeno un po’. Così, se pensi a un possibile scenario di ripresa – che per noi sarebbe giugno, nel migliore dei casi – ognuno avrebbe almeno 6 settimane di allenamento in strada prima di iniziare a gareggiare. Quando riprenderemo, ci sarà un campo davvero livellato”.

Come stanno i ciclisti mentalmente? “Per ora bene. Sono passate solo poche settimane – le parole del direttore sportivo australiano – Ma sono certo che più passerà il tempo e più persone faranno fatica. Non solo i corridori, ma tutta la popolazione. La cosa più difficile è che non sappiamo dov’è la linea d’arrivo, che significa che non sappiamo quando riprenderemo a correre. Quel che è certo è che non correremo fra aprile e maggio. Speriamo che in aree come Italia, Spagna e Francia le cose migliorino nelle prossime due settimane e che questo possa portare a una riduzione delle misure restrittive sugli spostamenti. Tutti capiscono perché ci sono i ‘lockdown’ e per un breve periodo va bene, ma alla lunga non è salutare per la popolazione e speriamo di poter vedere i permessi di poter fare almeno attività fisica in modo responsabile”.

Capitolo Tour de France 2020? “La nostra squadra e tutte le altre vogliono quel che è meglio per la popolazione. Sono abbastanza sicuro che per luglio le cose si saranno parecchio calmate. Ma saranno abbastanza calme per permettere supporto a duemila persone che arrivano da diverse parti del mondo per correre la Grand Boucle? Non stiamo parlando di 4-5 corse, siamo un ‘circus’ che si muove. Parliamo di 2000 persone: squadre, media, logistica in movimento in 20 alberghi nell’arco di 25 giorni. La sicurezza deve rimanere la priorità. A maggio dovremo vedere se il virus avrà fatto passi indietro, in modo da permettere ad ASO di corere il Tour nelle date previste. Ma se gli atleti non potranno andare in strada a maggio, non ci sarà modo di gareggiare a giugno. E correre è necessario prima del Tour de France. Non puoi pensare che quella sia la prima corsa, quando si riprenderà. Per gli atleti, non può funzionare”.

Quindi? “Le prossime 4-5 settimane sono cruciali, le infezioni dovranno scendere a un livello molto basso in Europa. Al momento questo non lo stiamo vedendo e se le cose proseguiranno così, sarà molto difficile correre il Tour nelle date stabilite (partenza il 27 giugno). Ora, però, con le Olimpiadi fuori dal tavolo, c’è una finestra per farlo disputare un po’ più in là, magari facendolo terminare anche ad agosto. Forse questa sarebbe la soluzione migliore per correrlo ‘in pieno’ e sono sicuro che è quello che vuole ASO: un Tour de France di tre settimane”.

C’è anche un ipotesi “porte chiuse”. “Il Tour de France senza le tipiche folle sarebbe strano. Ma molte delle corse di inizio stagione e quelle meno importanti non hanno poi un grande pubblico sulle strade. Sarebbe strano per i corridori, ma funzionerebbe. Anche se ci fossero solo 2000 persone coinvolte, sarebbe positivo per l’economia francese e ovviamente il seguito televisivo sarebbe enorme perché le persone cercano cose da guardare. E una volta che lo sport riprenderà, riscuoterà successi massicci sotto quel’aspetto. La domanda è quella di prima: come muovere tutta la carovana in modo sicuro?”.

Che Tour de France sarebbe? “Per quelli che stavano preparando quella corsa in particolare, non è cambiato granché. Quel che cambia è che non essendoci Giro e Olimpiadi, ci saranno ancora più corridori che lotteranno per essere al via. Se la Grand Boucle si farà, sarà quella con il miglior lotto partenti della storia. Non c’è stato il Giro e siamo rimasti per due mesi senza le corse di primavera, quindi gli atleti non staranno seduti ad aspettare la Vuelta a España 2020.  Nel migliore degli scenario possibili, ci saranno tanti corridori che arriveranno al Tour con 20 giorni di corsa vera nelle gambe – alcuni anche meno, e questo accadrà se ci saranno Giro di Svizzera 2020 e Giro del Delfinato 2020. Sarà tutto molto strano, ma anche molto avvincente”.

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