©David Ramos / Getty Images

Fabio Jakobsen racconta il suo doloroso percorso: “Sogno di tornare a marzo ma agosto è più realistico”

Fabio Jakobsen ha parlato per la prima volta del terribile incidente di cui è stato vittima al Giro di Polonia 2020. Il velocista della Deceuninck – QuickStep, a quattro mesi dalla sua caduta causata da una manovra scorretta di Dylan Groenewegen, che è stato poi squalificato nove mesi, ha raccontato questi mesi molto difficili, a cominciare dai primi giorni in ospedale, trascorsi in bilico tra la vita e la morte. Ora, fortunatamente, dopo aver subito diverse operazioni anche di plastica facciale, ha ricominciato a pedalare anche se i tempi per un suo ritorno alle corse, inevitabilmente, saranno ancora lunghi.

Il corridore neerlandese racconta, in una lunga intervista rilasciata a AD, di aver rivisto già in ospedale le immagini della caduta e fa il punto delle conseguenze sul suo corpo del terribile incidente che gli ha procurato numerose fratture: alla scatola cranica, al naso, al palato, alla mandibola e ai denti con “ottanta punti di sutura solo nel mio palato”. Inoltre, oltre a numerosi tagli sul volto, ha subito anche contusioni alla spalla e ai polmoni e lesioni alle corde vocali, un vero miracolo, non solo che sia risalito in bicicletta ma che sia sopravvissuto, tanto che, come racconta lui stesso, un prete era venuto due volte a dargli conforto mentre lottava tra la vita e la morte in ospedale. Jakobsen ringrazia sia il compagno di squadra Florian Sénéchal che il dottore della UAE Team Emirates Dirk Tenner, che sono intervenuti tempestivamente negli attimi successivi alla sua caduta, salvandogli di fatto la vita.

Ma ora, dopo aver trascorso “le prime otto settimane in una stanza buia senza telefono nè televisione”, può sognare di tornare a correre in bicicletta: L’ordine è: prima riprendermi, poi ridiventare una persona normale, poi vedere se posso essere di nuovo un ciclista. Ora riesco a pedalare per due ore a giorni alterni. Tranquillo, al ritmo di un giro per il caffè. Non sono ancora scattato – ha raccontato il velocista – Ma ho di nuovo un programma e sono andato al ritiro con la squadra. Qualche settimana fa sono andato a fare un giro con alcuni compagni di squadra che sono venuti a trovarmi. Ha attraversato il polder forse a trenta chilometri all’ora, ma ero euforico. Mi sembrava di pedalare lungo gli Champs-Élysées nell’ultima tappa del Tour. Ho capito quanto amo la mia professione, quanto mi piace correre. I dottori e il mio allenatore non vogliono fissare una data per il mio ritorno. Dicono: rilassati, passo dopo passo. Spero segretamente di essere presente quando le corse riprenderanno a marzo, ma è più realistico che sia agosto. Quanto sarebbe bello se potessi davvero gareggiare un anno dopo la caduta?”

Ovviamente non sarà semplice riuscire a ritornare ai livelli di prima dell’incidente: “Per il momento non è stato trovato nulla che lo impedisca. Ma il mio corpo ha subito un duro colpo. Può darsi, però, che ci sia qualcosa che mi impedisca di raggiungere il cento per cento, ma non lo saprò finché non ci proverò“. Anche da un punto di vista psicologico non sarà facile, soprattutto quando si tratterà di lanciarsi di nuovo in uno sprint di gruppo: “Sì, ma lo saprò solo quando sarò nel bel mezzo di uno sprint di gruppo. È un vantaggio che non ricordi nulla dell’incidente. Non lo sto sognando, non ho paura di cadere. Se voglio tornare, devo osare di tuffarmi in un buco. Un velocista che frena troppo non vince”.

La caduta è stata causata da una manovra scorretta da parte di Dylan Groenewegen, che lo stesso Jakobsen incolpa per quanto successo e che non si sente ancora di incontrare di persona: “Sì, in qualche modo. Non sono così illuminato da dire che non poteva farci niente. Ma soprattutto penso che sia un peccato. Per me, per lui, per le nostre squadre. Eravamo i due velocisti più veloci dei Paesi Bassi, eravamo tra i migliori velocisti del mondo. È stato così tutto l’anno: una volta ha vinto lui, l’altra volta ho vinto io. Saremmo andati entrambi al Giro. Avevamo iniziato una sfida che poteva durare molto a lungo. Non vedevo l’ora di misurarmi con lui – ha spiegato il neerlandese – Ma poi, con tutto il rispetto, qualcosa del genere accade al Giro di Polonia. Trovo difficile capire perché l’ha fatto. Non mi ha visto? Ha rischiato troppo? Voleva vincere a tutti i costi? Sapeva anche lui che sarebbe stato un arrivo molto veloce, quali erano i rischi. Avrebbe dovuto pensare alle conseguenze. Siamo umani, non animali. Questo è lo sport, non la guerra in cui tutto è permesso. Mi ha mandato un messaggio per chiedermi come stavo e gli ho risposto. Non molto tempo fa mi ha chiesto se potevamo vederci. Capisco che pesa anche sulla sua coscienza, che anche lui deve lasciarsi alle spalle quanto successo. Ma non sono ancora pronto. Voglio saperne un po’ di più sulla mia condizione, in termini di processo di recupero. Meglio sto, meglio è anche per lui”.

Infine, una considerazione sulle responsabilità, anche legali, di quanto successo e sul futuro della sua carriera: “Non ho studiato legge, ma penso che ci siano diverse parti che potrebbero essere totalmente o parzialmente responsabili. Dylan, il suo datore di lavoro, la Jumbo-Visma, l’organizzazione del Giro di Polonia e l’UCI. Se tornerò al mio livello sarà tutto relativamente facile, ma cosa succede se si scopre che non sarò più in grado di pedalare? Il mio attuale contratto con la Deceuninck-QuickStep è valido fino alla fine del 2021. Se non correrò più prima di allora, potrebbe essere un problema. Nessuno vuole un corridore zoppicante che non osa più. Non mi pagheranno uno stipendio perché pensano che sia patetico. C’è uno scenario in cui non sarò più un ciclista alla fine del prossimo anno e potrei andare a lavorare a turni in fabbrica. Non c’è niente di sbagliato in questo, ma si tratta di importi diversi e di una prospettiva diversa. Riguarda il mio futuro, quello di Delore e forse anche i nostri figli. Ecco perché non penso troppo alla leggera alle responsabilità. È una sorta di sicurezza per quando le cose non andranno più bene. Sarebbe molto strano se dovessi presto affrontare la miseria a causa di un’azione di qualcun altro e di circostanze di cui io non sono responsabile. Sono possibili anche altre soluzioni ma non so esattamente come o cosa. Mi piace molto lavorare alla Deceuninck-QuickStep e di certo non voglio andarmene. Ma forse alla Jumbo-Visma potrebbero dire: gli offriamo un contratto, indipendentemente da come e se ritornerà. Questo è anche un modo per assumersi la responsabilità. E se finirò in squadra con Dylan, potrà lanciare le volate per me, hahaha”.

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