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Marco Pantani non ha compiuto 50 anni

Ieri Marco Pantani non ha compiuto 50 anni. Un dato di fatto, un pugno nello stomaco a cui siamo arrivati tutti consapevoli, ma non necessariamente preparati. Personalmente, ero giovane quando Marco (già, lo chiamiamo un po’ tutti per nome, come si fa con gli amici) compiva le sue imprese, un adolescente che seguiva i suoi scatti e che del Pirata aveva uno degli unici due poster appesi in camera (per chi se lo chiedesse l’altro era il capo indiano Geronimo). A casa dei miei genitori quell’immagine malinconica di Marco Pantani in maglia rosa (regalo di mia nonna, che lo trovò in allegato a Gente, il che fa anche ben capire chi fosse per l’Italia quello scalatore mingherlino) c’è rimasta fino a due anni fa, quando anche loro hanno traslocato e quel poster ormai ingiallito è finito in qualche cartone e che un giorno ritroverò col sorriso di un nostalgico esploratore.

Marco per tutti gli appassionati di ciclismo, italiani e non solo, è stato colui che ha saputo come forse nessuno prima animare la folla, trascinare verso il ciclismo anche di ciclismo non capisce nulla. Cresciuto in una grande città in cui la bicicletta era (e purtroppo ancora è spesso) tutt’altro che un’attività salutare, nella mia cerchia di amici di appassionati di ciclismo ne ho avuti sempre piuttosto pochi, almeno tra gli amici di sempre, prima di iniziare questo lavoro. Ma se gli chiedi il nome di un ciclista, la risposta è sempre e comunque Marco Pantani. Non ci sono dubbi. Con buona pace dei vari Coppi-Bartali-Cipollini-Gimondi-Nibali e tutti gli altri. Marco Pantani è Marco Pantani. Un vuoto che si è creato e che non ha fatto che diventare sempre più grande con tutto quello che gli è accaduto, soprattutto dopo la sua tragica scomparsa.

Ma di questo oggi non ne voglio parlare. Oggi voglio solo dire che Marco mi manca. Mi manca perché non ho mai potuto conoscerlo di persona, mi manca perché quella che lo ha colpito è stata una ingiustizia. Mi manca perché ricordo che seguivo le sue imprese in un campeggio, guarda caso in Francia, in cui c’era una sola TV per tutti gli ospiti, sempre e comunque sintonizzata sulle sue imprese. Mi manca perché i giorni in cui non avevo visto la tappa, il giorno dopo la seguivo su una altimetria disegnata in cui il giornale raccontava i momenti salienti e io riuscivo ad immaginare l’intera tappa. Mi manca perché per me il ciclismo significava stare sul divano con mio padre e mio nonno e condividere passione (oltre a qualche dormita, finché Marco non scattava). Mi manca perché assieme a lui se ne è andato un pezzo di quella che grazie a lui era la mia vita. Mi manca perché avrei voluto dirgli che se oggi faccio questo lavoro è (anche, ma probabilmente soprattutto) merito suo. Mi manca perché ieri Marco Pantani non ha compiuto 50 anni.

Marco Pantani, il ciclista e l’uomo, ci ha lasciato troppo presto e ci ha lasciato sgomenti. Con tutto quello che è successo ci ha lasciato con mille interrogativi (che a oltre vent’anni da Madonna di Campiglio e oltre 15 dalle Rose continuano a far discutere), ma una grande certezza. Non sarà dimenticato. Ciao Marco, non vedo l’ora di ritrovare quel poster…

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Un commento

  1. Grazie per il ricordo. Finalmente qualcuno che la pensa come me. Marco ieri non ha compiuto 50 anni, ce lo hanno strappato a soli 34, povero ragazzo.

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