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Pagelle Amstel Gold Race 2019: van der Poel croce e delizia, Alaphilippe e Fuglsang tafazziani – Trentin e Kwiatkowski mai domi, Sagan e Valverde desaparecidos

Mathieu van der Poel (Corendon-Circus), 10: Più merito suo o demerito altrui? La prova del fuoriclasse neerlandese è un’altalena di momenti e giudizi diametralmente opposti. Azzardato e tatticamente scriteriato, soprattutto alla luce della debolezza della squadra in cui milita, l’attacco che conduce a 43 chilometri dall’arrivo e lo fa finire presto nella morsa di una Deceuninck-Quick Step che lo cuoce a bagnomaria e lo condisce lasciandolo sul posto ai piedi del Kruisberg. Nel finale ritrova però le stimmate del fenomeno, senza darsi per vinto neppure quando la situazione sembra ormai compromessa. È infatti lui a portare via il gruppetto che torna incredibilmente in lizza per la vittoria all’ultimo chilometro ed è sempre lui a tirare senza mai chiedere il cambio per oltre 2000 metri prima di giocarsi il tutto per tutto lanciando uno sprint lunghissimo e che gli regala la vittoria più prestigiosa di una carriera in fieri.

Simon Clarke (EF Education First), 9: Lavora da stopper su Matthews quando il compagno di squadra Michael Woods si trova davanti insieme a Trentin e Kwiatkowski, poi prova a sganciarsi con Mollema in occasione dell’ultimo passaggio sul Cauberg. In volata perde l’attimo giusto, ma evidenzia una gamba fuori dalla norma che per poco non gli permette di superare van der Poel e che lo conferma come una delle migliori rivelazioni di questa primavera.

Michal Kwiatkowski (Sky) 8,5: Si presentava all’appuntamento con l’incognita della condizione fisica a seguito della caduta al Giro dei Paesi Baschi. Corre invece con l’argento vivo addosso, senza mai risparmiarsi nell’inseguimento (prima a tre, poi a due col solo Trentin) della coppia che conduce la gara negli ultimi 35 chilometri. In vista della flamme rouge è il primo a riportarsi sotto, ma quando si pone al comando provando ad anticipare la volata la spia rossa della riserva gli presenta il conto.

Matteo Trentin (Mitchelton-Scott), 8,5: Dopo un paio di passaggi a vuoto nelle classiche del pavè, si riscatta con gli interessi. Si muove intelligentemente quando parte Alaphilippe, ma gli mancano le forze per resistere al francese e a Fuglsang sull’Eyserbosweg. Raggiunto da Kwiatkowski, ha la grinta per restare col polacco pur senza riuscire a completare l’inseguimento ai due uomini al comando. Arriva stremato al finale e, come a Sanremo, non riesce a disputare uno sprint degno della sua fama.

Maximilian Schachmann (Bora-hansgrohe), 8: Perde l’attimo buono, prova a recuperarlo attivandosi in prima persona in una giornata che certifica l’incapacità di Peter Sagan di lottare per una classica primaverile in questo 2019. Spende tanto nel tentativo di chiudere su Trentin e Kwiatkowski, e quando il polacco riparte in vista dell’ultimo chilometro non ne ha per seguirlo. Chiude quinto, con la sensazione che se avesse aspettato di più avrebbe probabilmente portato a casa un risultato addirittura migliore.

Jakob Fuglsang (Astana), 7,5: Coglie il momento propizio quando accelera Alaphilippe, e insieme al francese ricompone la coppia che si è giocata la Strade Bianche. Commette però gli stessi errori costati caro nella classica senese, spendendosi troppo in prima persona e dando vita ad attacchi “telefonati” partendo dalla prima posizione. Quando decide di giocarsi il tutto per tutto, smettendo di collaborare, la mossa non lo premia e gli fa perdere lo stesso la corsa. Chiude con un podio che, a conti fatti, ha soltanto un retrogusto amaro.

Bjorg Lambrecht (Lotto Soudal), 7,5: Il giovanissimo belga è di gran lunga il migliore di una squadra che fa i conti con la giornata-no di Tim Wellens (4) e che ha in Jelle Vanendert (6,5) l’elemento che come sempre ci prova sul Cauberg prima di scendere addirittura di sella. Nel finale ha la forza di inserirsi nel gruppo che si riporta sotto cogliendo un risultato prestigioso in una delle primissime classiche della sua carriera.

Alessandro De Marchi (CCC Team), 7,5: Il Rosso di Buja si ritrova capitano a sorpresa di una formazione alle prese con l’improvviso, ma neppure troppo inatteso, black-out di Greg Van Avermaet (5,5), verosimilmente indebolito dalle fatiche del Nord. L’italiano approfitta della licenza dimostrandosi pimpante negli ultimi 15 chilometri, nei quali dà manforte all’azione che permette al plotoncino di van der Poel di rientrare a sorpresa sulla testa della corsa. Per lui un settimo posto che corrisponde al miglior risultato in carriera in una classica.

Valentin Madouas (Groupama-FDJ) 7: Alla seconda partecipazione alla corsa, sfodera una bella prestazione che gli vale l’ottavo posto finale, frutto dell’arrembaggio di cui si rende artefice nella tornata finale seguendo l’impulso offerto da van der Poel. Per il talento francese una bella conferma in una giornata che certifica un cambio generazionale.

Romain Bardet (Ag2r La Mondiale), 7: Lancia un buon segnale in vista di una Liegi-Bastogne-Liegi in cui già un anno fa è stato inatteso e importante protagonista. In una giornata in cui Oliver Naesen (5,5) paga, al pari dei rivali delle scorse settimane, le tossine accumulate sul pavè, lo scalatore francese veste bene i panni di capitano correndo con intelligenza nel giro finale e cogliendo un nono posto che, dopo mesi tribolati e condizionati dalle cadute, fa morale.

Julian Alaphilippe (Deceuninck-Quick Step), 6,5: Ha il coraggio e l’astuzia di provarci da lontano sgretolando resistenza e certezze dei rivali più attesi, ma negli ultimi 2000 metri è disastroso sotto tutti i punti di vista. Resiste ad ogni scatto operato da Fuglsang senza perdere un centimetro, ma quando passa al comando fa calare bruscamente la velocità e la mossa – figlia forse di una lampadina che si spegne di colpo? – gli costa una sconfitta cocente. Prova a salvarsi lanciando una volata lunghissima, ma van der Poel lo salta a doppia velocità e lo relega a un quarto posto utile solo ad aumentare il bagaglio dei rimpianti per una condotta tafazziana.

Bauke Mollema (Trek-Segafredo), 6,5: Ha il merito di mettere il naso fuori dal gruppo in occasione dell’ultimo passaggio sul Cauberg, quando va via insieme a Clarke. Sparisce, però, quando torna sotto al gruppetto con Trentin, finendo fagocitato dal gruppo alle sue spalle e terminando anche fuori dalla top ten.

Philippe Gilbert (Deceuninck-Quick Step), 6: A una settimana dalla sbornia della Roubaix è lui a favorire l’accelerazione con cui Alaphilippe potrebbe chiudere anzitempo i giochi. In una giornata in cui ha poco da chiedere alle ambizioni personali e in una corsa in cui ha spesso fatto faville, si dimostra prezioso anche come uomo squadra, prima di uscire dai giochi e chiudere al 30° posto nel secondo gruppo inseguitore.

Michael Woods (EF Education First), 5,5: Si inserisce sulla ruota di Kwiatkowski e dà l’illusione di disporre di quella pedalata che gli ha permesso di meravigliare nell’autunno scorso. Sul Kruisberg, però, si spegne di colpo, tanto da non riuscire neppure a tagliare il traguardo finale.

Michael Matthews (Sunweb), 5: Un passo indietro dopo la buona performance offerta alla Freccia del Brabante. Prova in prima persona a riportarsi sui battistrada accelerando sul Keutenberg, ma nell’ultimo giro è assente ingiustificato restando tagliato fuori dai giochi per il successo.

Enrico Gasparotto (Dimension Data), 5: In quella che è per definizione la “sua” corsa, non vive una giornata particolarmente felice e taglia il traguardo con oltre quattro minuti di ritardo dal vincitore palesando un’improvvisa involuzione rispetto a quanto fatto mercoledì alla Freccia del Brabante. Va meglio al compagno Roman Kreuziger (5,5), il cui 18° posto all’arrivo non serve comunque a salvare la deficitaria apparizione del team sudafricano.

Wout Van Aert (Jumbo-Visma), 5: Stavolta non gli basta la generosità. Perde presto le ruote dei migliori, prova a recuperarle in solitaria e senza fortuna fin quando ha ancora qualche stilla di energia da spendere. Crolla definitivamente negli ultimi 30 chilometri, quando le fatiche messe assieme sulle pietre gli presentano inequivocabilmente il conto.

Alberto Bettiol (EF Education First), 5: Era giunto al foglio firma quasi a cuor leggero e sull’onda lunga dell’entusiasmo regalato dal trionfo al Fiandre. Dopo la bella performance di mercoledì era lecito attendersi qualcosa in più, ma stavolta il toscano non è mai al centro della scena giungendo a quasi 8′ da van der Poel in quella che risulta essere la sua prima “battuta d’arresto” dopo un mese e mezzo da assoluto protagonista.

Alejandro Valverde (Movistar), 4,5: Respinto ancora una volta dall’unica classica delle Ardenne che manca nel suo sconfinato palmares. Si vede davanti soltanto a circa 50 chilometri dall’arrivo, ma il suo è un autentico fuoco di paglia. Quando la corsa si accende, infatti, inizia a perdere inesorabilmente posizioni finendo confinato nel gruppetto che giunge con oltre 4′ dal vincitore.

Sonny Colbrelli (Bahrain-Merida), 4,5: Non ha il colpo di pedale dei giorni migliori e lo conferma una volta di più, giungendo a ruota di Bettiol a 7’53” da van der Poel. Nel complesso una spedizione da dimenticare per la truppa emiratina, che non si salva neppure con Dylan Teuns (5).

Peter Sagan (Bora-hansgrohe), 4: Difficile bluffare quando il serbatoio è vuoto. La prova del tre volte iridato è la fotocopia perfetta di quelle delle ultime settimane, condizionate pesantemente dai problemi fisici che hanno preceduto la partecipazione alla Tirreno-Adriatico. Resta a galla nei primi 200 chilometri, ma quando emergono i corridori di fondo è il primo a eclissarsi.

Michael Valgren (Dimension Data), 4: Era il campione uscente, ma in gara non ha dato modo di ricordarsi il motivo. Sublima un momento personale altamente negativo e uno scarso feeling con il nuovo team con una prestazione incolore che gli vale il 52° posto finale.

Alexey Lutsenko (Astana), sv: Tagliato fuori da una caduta avvenuta nel momento in cui il gruppo stava annullando il primo tentativo di van der Poel e dopo che il team kazako aveva lavorato a lungo. Non è un caso che Fuglsang abbia allungato subito dopo, lasciando però un interrogativo su come sarebbero potute andare le cose se anche il vincitore del Tour of Oman si fosse trovato davanti insieme a lui.

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