© Twitter / Cofidis

UAE Tour 2020, la rabbia di Nathan Haas: “Noi ancora bloccati qui e nessuno degli organizzatori è rimasto”

Il UAE Tour 2020 passerà alla storia come il primo evento ciclistico di rilevanza mondiale interrotto per un’allerta sanitaria. Con due tappe ancora da disputare la corsa a tappe degli Emirati Arabi è stata sospesa e poi cancellata per via dei casi di contagio di Coronavirus presenti fra le persone al seguito della manifestazione. Sulla gestione della situazione si sono levate diverse voci di disappunto dal mondo delle squadre e degli addetti ai lavori. A conti fatti, comunque, da ormai una decina di giorni ci sono tre squadre (Cofidis, Gazprom-Rusvelo e Groupama-FDJ) in quarantena in un albergo ad Abu Dhabi, oltre al UAE Team Emirates, che ha deciso di porsi in isolamento volontario.

Ma come stanno passando questi giorni i ciclisti confinati in albergo? E che ne pensano di tutto quel che è successo? Nathan Haas, australiano in forza alla Cofidis, lo ha raccontato a Cyclist: “Quella notte ci hanno svegliato alle 3.30. Alla porta della camera c’erano i nostri direttori sportivi e uomini con le tute da isolamento, che ci hanno detto che dovevamo essere sottoposti a degli esami e che la corsa era cancellata”. Poi? “Poi ci sono voluti due giorni per avere il responso dei test. E in quei due giorni ci siamo mescolati normalmente a tutti gli altri nell’albergo. Durante la seconda sera tutta la squadra è andata in palestra per rompere un po’ la noia. Tornando indietro abbiamo trovato tutti i bagagli pronti e ci siamo detti che era arrivato il momento in cui saremmo partiti. In quel momento ci hanno detto che eravamo al quarto piano, che qualcuno lì era non-negativo e che avremmo rimanere per un periodo di isolamento. Ma sapevamo di stare tutti bene, eravamo risultati tutti negativi al test e il dottore della squadra ci ha tenuto sotto controllo giornalmente. Dopo un periodo di silenzio, ci hanno detto che altri nell’albergo, non necessariamente al nostro piano, erano positivi al Coronavirus, e che per questo dovevamo restare, senza informazioni su quanto a lungo. 400 persone intanto se n’erano già andati”.

Quindi, la quarantena, all’inizio senza neanche le biciclette: “Io sono un ciclista, è il mio lavoro. Ho ricostruito la mia forma dallo scorso ottobre, è un processo lento che ha bisogno di tempo. Le corse più importanti della mia intera stagione sono dietro l’angolo e io dovevo stare seduto in un albergo per una settimana senza potermi muovere, usare la palestra, niente. Dal punto di vista professionale, ero molto contrariato dal fatto che, non per colpa mia, stavo perdendo un sacco di lavoro”.

Il corridore australiano, che ha invece avuto buone parole per la sua ambasciata, prova a guardare al futuro: “Se è positivo avere la ‘scadenza’ del 14 marzo? Sì e no. Ci crederemo quando lo vedremo. La domanda è: ci faranno l’ultimo test il 14? Se sì, sarebbe due giorni più tardi del dovuto, no? All’inizio, due giorni sono diventati sette senza alcuna informazione. Pensare a una data fissa ti aiuta a razionalizzare la situazione. Tutto diventa secondario rispetto a uscire da qui quel giorno, sani”.

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