I Volti Nuovi del Gruppo, Simone Ravanelli: “Ho pensato di smettere, ora sogno il Giro e la Liegi”

Simone Ravanelli è uno dei rinforzi dell’Androni Giocattoli-Sidermec per questa stagione. Il bergamasco è passato professionista all’età di 24 anni ed è il protagonista odierno della nostra rubrica I Volti Nuovi del Gruppo. Il grande salto è arrivato al quinto anno tra i dilettanti, a seguito di tanti risultati ottenuti con le formazioni Continental italiane Unieuro e Biesse Carrera. Nella scorsa stagione il lombardo ha avuto modo di mettersi in mostra in qualità di stagista negli ultimi mesi del 2019, proprio con la formazione campione d’Italia. Terzo al Giro dell’Appennino 2019, il classe ’95 ha già avuto modo di mettersi in mostra anche in una classica per i professionisti.

Che tipo di corridore sei?
Mi definirei un passista scalatore. Vado bene in salita e anche in piano mi difendo abbastanza.

Come ti sei avvicinato al mondo del ciclismo?
Ho iniziato da G2 perché c’era mio papà che correva, come anche mio zio, che è suo fratello gemello. Aveva corso anche mio fratello maggiore, si può dire che il ciclismo fosse di famiglia.

Com’è stato il tuo primo impatto con il mondo del professionismo?
Dal terzo anno under ho corso in una formazione Continental e da lì ho iniziato a fare delle gare da professionista, in cui ho preso delle belle bacchettate sui denti. È proprio un altro mondo. Quest’anno invece, arrivando da quattro anni in Continental e uno stage in Androni, sono già più a mio agio. Ora arriveranno gare più importanti e bisognerà ricominciare, ci sarà un livello maggiore.

Sei abituato a correre competizioni importanti, soprattutto le classiche italiane. Ma c’è qualcosa che ti ha colpito in particolare in questi primi mesi in una formazione ProTour?
Sì, sicuramente sono aumentati i carichi. Rispetto all’anno scorso mi alleno molto di più, anche perché quest’anno inizio prima, al San Juan. Il chilometraggio quindi è ovviamente aumentato. Abbiamo fatto un ritiro di squadra a dicembre, e lì si vede che il carico di lavoro aumenta a questo livello.

Dopo il San Juan, qual è il tuo programma corse?
Dopo la corsa in Argentina sarò al Laigueglia, poi al Giro di Rwanda dal 21 febbraio al 1 marzo. Poi avendo le Wild Card per Tirreno-Adriatico e Strade Bianche speriamo di farle…

La squadra come ha accolto la notizia?
Con molta euforia. Per una squadra come l’Androni è molto importante partecipare a queste gare, soprattutto al Giro. Per uno sponsor è fondamentale avere visibilità in un evento così seguito.

Quali obiettivi ti poni tu, a livello personale, per questo 2020?
Spero di riuscire a crescere ancora, negli ultimi anni ho avuto una crescita costante. Poi vedremo cosa dirà la strada. Vedremo se ci sarà qualche opportunità da cogliere o se dovrò essere solo al servizio dei capitani.

Per arrivare tra i professionsiti hai fatto molta gavetta tra le squadre italiane, prima nella Unieuro e poi in Biesse Carrera, oltre allo stage in Androni. Quanto è stato importante farsi strada gradualmente?
Secondo me è importantissimo. Tra i dilettanti è un altro mondo, cambia proprio la mentalità. Si vede che c’è una differenza enorme, e ti aiuta a crescere nelle corse. Per me non è stato facile nelle gare pro. L’allenamento nelle Continental è più incentrato sulle gare dei dilettanti, in cui hai possibilità di competere per la vittoria. Poi passando élite si punta a essere più competitivo in quelle professioniste.

Hai già ottenuto un terzo posto al Giro dell’Appennino. Può essere un buon trampolino di lancio…
Sicuramente, ed è una corsa adatta alle mie caratteristiche. Per l’Androni, anche se la Ciclismo Cup non dà più una Wild Card per il Giro, sarebbe un motivo di orgoglio riuscire a vincere di nuovo il titolo di campione d’Italia. Avere lo scudetto cucito sulla maglia per un altro anno fa sempre piacere, anche a livello manageriale. Dovremo quindi essere sempre competitivi in quelle gare.

L’anno scorso in un’intervista ti eri sfogato dicendo: “Ma quali risultati devo ottenere per diventare professionista?”. Ora che sei diventato professionista, che consiglio vuoi dare a chi è attualmente nella situazione in cui eri tu l’anno scorso?
Non è facile, soprattutto ora che l’Italia ha perso una delle quattro squadre professionistiche che aveva. Il mio consiglio è comunque di non demordere e cercare di alzare l’asticella nelle gare professionistiche. Cassani fa un bel lavoro con le squadre nazionali, io stesso per due anni sono stato convocato. Lui tende a chiamare i giovani élite alla ricerca di un contratto, ed è una bella vetrina. Se si riesce ad alzare l’asticella nelle gare professionistiche è meglio. Le squadre professionistiche vedono i risultati nelle corse dei pro, non in quelle regionali. Senza nulla togliere a queste gare, che sono sempre difficili da vincere, ma a quell’età i team si aspettano già risultati tra i professionisti per dimostrare di essere in grado di poter stare in gruppo. Per me è stato fondamentale il terzo posto all’Appennino, ma anche in Trentino con la nazionale mi ero messo in mostra. Se fosse stato per le tre o quattro vittorie tra i dilettanti, non sarei passato.

Qual è stato il momento migliore della tua carriera finora? E il peggiore?
Il migliore direi l’Appennino, comunque è un podio raggiunto con una squadra Continental, in cui non sei considerato professionista. Riuscire a fare terzo dietro a Cattaneo e Masnada, che fino a tre giorni prima erano in Trentino a lottare con Geoghegan Hart e Sivakov, è stato un risultato di spessore. Il peggiore è stato il quarto anno, in cui speravo di fare il salto; tra problemi miei e una caduta che ha compromesso il Giro Under è andata male, mi sono rotto l’osso sacro e sono rientrato ad agosto. La speranza viene sempre meno in quei momenti.

C’è stato anche un momento in cui hai pensato di smettere?
Sì, al quarto anno under. Mi ero sempre ripromesso che avrei fatto quattro anni da under. Poi il terzo anno ho avuto problemi, il quarto anno anche, quindi mi sono dato un’ultima chance. Ed è andata bene. Il 2019 per me era proprio il termine ultimo. Mi sono detto: “Se passo bene, altrimenti andrò a lavorare”.

Da un lato può essere anche più soddisfacente arrivare al professionismo dopo tutte queste difficoltà.
Io rifarei il mio percorso, non ho dubbi. Sono soddisfatto di come sono arrivato al professionismo. Tutti hanno degli ostacoli, non è successo solo a me. Magari non si vedono, ma tutti hanno delle difficoltà.

Quali sono le tue corse preferite?
Mi piacerebbe correre il Giro d’Italia, però si sa come funziona, non è facile. Siamo in 20 in rosa e tutti ci vogliamo andare, bisogna dimostrare di saper andare forte. È il mio sogno per questa stagione. Ma di sogni nel cassetto ce ne sono molti, come la Liegi. Anche solo per partecipare. Ora però penso solo all’Androni, voglio fare bene qui prima di tutto. Penserò anno per anno.

Hai legato con qualcuno in particolare in squadra?
In ritiro siamo quasi tutti coetanei, ci conosciamo tutti perché abbiamo corso insieme nelle giovanili. A parte corridori come Belletti e Gavazzi, che ci danno molti consigli. C’è già un buon feeling, ed è molto importante. Ora aspettiamo le prime gare per ingranare meglio e vedere i meccanismi in corsa.

Da bergamasco, hai avuto modo di parlare con qualche corridore della tua zona per avere delle dritte?
Ultimamente mi sono allenato molto con Mattia Cattaneo, che è della mia zona. Anche lui mi ha aiutato tanto e mi ha dato consigli.

Hai un corridore di riferimento in gruppo?
Il mio idolo in passato era Contador. Ora non ho un preferito, ma ci sono tanti corridori in gruppo che stimo: Alaphilippe, Van der Poel, Sagan… Ma penso siano stimati da tutti.

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