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Coronavirus, il racconto di Giacomo Garavaglia: “Mia madre è infermiera, capisco quanto la situazione sia critica”

Ci sono corridori, ragazzi, che stanno vivendo più da vicino la drammatica situazione dovuta al Covid-19. C’è chi si è messo al servizio della sua comunità, come Davide Martinelli, e chi è a strettissimo contatto con gli operatori sanitari, le persone che stanno affrontando in primissima linea l’emergenza sanitaria che ha messo in ginocchio l’Italia e in particolar modo la Lombardia. È il caso di Giacomo Garavaglia, 23enne milanese, la cui mamma è infermiera. Per lui, in queste settimane di forzata inattività agonistica, una finestra in più su un panorama terribile, che, solo in queste ultime ore sembra lasciar intravedere qualche spiraglio di luce.

Garavaglia risiede a Magenta, nel Milanese, e da questa stagione corre con la Continental spagnola Kometa-Xstra, quella di Alberto Contador e Ivan Basso: “Non è proprio una situazione semplice – le parole del 23enne raccolte da As – Mia madre è infermiera all’ospedale Fornaroli e noi in famiglia non possiamo non pensare che una decima parte delle persone infettate da Coronavirus siano operatori sanitari. Lei ci racconta quello che sta vivendo in prima persona. Io vedo la sua stanchezza quando torna a casa e mi rendo conto di quanto sia un momento critico. La nostra zona, per il momento, è un’area che sembra abbastanza sotto controllo, comunque. Come la sta vivendo? Tutto sommato bene. Oggi, con la tecnologia, ci sono mezzi adatti per rimanere in contatto con amici e familiari. Fosse successo 30 anni fa, sarebbe stato tutto molto più difficili, sotto molti aspetti”.

L’ex corridore della Colpack parla anche delle sue prime settimane da professionista, in Spagna. Per lui 14 giorni di corsa e anche un undicesimo posto in una delle prove della Challenge Mallorca 2020: “È stato un inizio molto intenso. Tutti noi della squadra ci siamo presentati in forma all’inizio della stagione e credo si sia visto. Il momento migliore è stato, a parte il mio piazzamento, il modo in cui la squadra ha lavorato per assorbire una fuga in cui c’erano nomi importanti”.

Poi, però, la caduta: “Sì, nella seconda tappa della Volta a la Comunitat Valenciana, che ha influito molto sulla mia condizione.  Ho sofferto molto, ma non mi sono mai deconcentrato e sono riuscito a restare in corsa. Poi, alla Vuelta a Murcia abbiamo, come squadra, ottenuto un bel risultato con Sergio Gonzalez (ottavo nella generale – ndr). Io sono molto felice di averlo aiutato  a difendere la sua posizione durante la seconda tappa”.

All’orizzonte a quel punto c’erano le gare in Croazia, ma… “Quel viaggio è stato amaro a causa della cancellazione dell’Istrian Spring Trophy. Era la corsa per cui eravamo andati (in precedenza c’erano state due gare di un giorno) e avevamo l’idea di poter ottenere risultati rilevanti. Ma la sospensione è stata la decisione giuste, vista l’emergenza e la necessità di tornare ognuno alle proprie case. Com’è stato l’approccio da professionista? È un altro mondo. Quando ci sono gli atleti delle squadre World Tour, fanno spavento quando aprono il gas. È impressionante come vanno, sia in piano che sulle salite. Un’altra cosa che mi ha colpito è l’attenzione a ogni dettaglio. Molte piccole cose, nell’arco di una gara o di un periodo di allenamento sono quelli che fanno la differenza”.

Che corridore vuole essere Garavaglia? “Credo che mi servirà del tempo per capirlo. Mi sono sentito bene sia quando la strada saliva sia quando ho dovuto mostrare la mia punta di velocità. Sarà una cosa che capirò con il passare del tempo. Ora sono molto occupato con gli studi: nella seconda settimana di aprile dovrò affrontare, in forma telematica, due esami universitari. Seguo le lezioni di Scienze motorie e sportive”.

In precedenza, però, il milanese aveva intrapreso gli studi di architettura: “Ma era difficile conciliare l’attività sportiva con quel corso. Mi è sempre piaciuto Le Corbusier, ma se devo nominare un architetto la scelta è obbligata: Renzo Piano, per quello che ha dato alla materia in tutti i suoi anni di carriera. Una salita che potrebbe essere vista come un’opera architettonica? Il Passo dello Stelvio, sia per la sua maestosità che per l’essere una salita mitica. Nominare lo Stelvio è come farlo con il Colosseo o con il Partenone di Atene. Dal canto mio, una delle salite che preferisco è quella del Lago di Cancano, vicino a Bormio”.

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