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Caso Froome, la difesa ora punta a un malfunzionamento dei reni: i tempi rischiano di allungarsi ancora

Chris Froome cerca il colpo di reni. O meglio, sono i suoi avvocati a puntare sul ruolo chiave della nefrologia nella positività del Keniano Bianco. Se inizialmente la difesa (condotta da Mike Morgan, lo stesso legale che difese Alberto Contador) sembrava voler puntare sulla disidratazione, questa strada, secondo quanto riporta L’Equipe, non sarebbe più percorribile ed è stata scartata, anche a causa del buon lavoro fatto dall’agenzia antidoping, dai controllori ai legali che si occupano ora del caso. Per questo, il team difensivo del britannico, nel quale sembra stia giocando ora un ruolo importante anche la moglie Michelle Cound, deve trovare una nuova strategia, non necessariamente meno valida.

In questo contesto, l’analisi degli esperti scientifici convocati da Morgan avrebbe dunque evidenziato la possibilità che si possa ipotizzare delle anomalie nel processo di secrezione. Se infatti non è sostanzialmente possibile ricostruire in laboratorio i fattori esterni (clima, stanchezza accumulata, stato di salute, ecc) che avrebbero portato a quel risultato, l’obiettivo di un nuovo studio sarebbe dunque mostrare che i reni di Froome hanno un malfunzionamento che possa giustificare un tasso così elevato, trattenendo il salbutamolo più a lungo, per poi espellerlo in una dose eccessiva successivamente via urina. Un processo che chiaramente coinvolgerebbe anche il fegato, dove il nostro organismo metabolizza il salbutamolo in prima istanza.

Se dimostrare la disidratazione non sarebbe possibile, anche in ragione di controlli sulla densità delle urine effettuati giornalmente dagli ispettori durante i prelievi, questa nuova strada non avrebbe invece ostacoli di questo tipo. Per il momento non è stato dunque ancora costruito il dossier completo, anche perché sono necessarie tempistiche piuttosto lunghe per poter effettuare gli studi del caso, ma quel che appare certo a questo punto è che Chris Froome non ha intenzione di dichiararsi colpevole.

Per certi versi un rischio, la negligenza potrebbe evitargli una sospensione più lunga e perdere la causa a quel punto potrebbe portare, ma d’altro canto per poter puntare ad una assoluzione (senza perdere nessuna corsa a tavolino, evitando squalifiche che potrebbero macchiarne – se non chiuderne – la carriera) bisogna necessariamente partire dall’assunto di innocenza. Non un errore in buona fede, come fecero alcuni dei suoi colleghi che rappresentano ad oggi illustri precedenti, ma una assunzione nel rispetto delle regole, con una reazione anomala del corpo. Questa l’unica strada per salvare baracca e burattini.

Una tesi tuttavia ancora completamente da dimostrare, per una battaglia legale e scientifica che a questo punto si prospetta decisamente non breve (quasi certamente poi prolungata da eventuali ricorsi al TAS, anche dall’AMA stessa se la sanzione non dovesse soddisfare). Dal canto suo, anche il LADS (servizio giuridico antidoping dell’UCI) si sta organizzando e nel team medico che segue il caso è stato aggiunto uno specialista in nefrologia. Anche se sembra tutto fermo, dietro le quinte le grandi manovre son dunque in corso. Intanto, la stagione è iniziata e il rischio che Chris Froome corra sub judice è sempre più concreto.

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