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Pagelle Vuelta a España 2019: Primoz Roglic non sbaglia, Tadej Pogacar sbaraglia, Alejandro Valverde eterno – Rammarico Chaves, senza traccia Meintjes e Boasson Hagen

Primoz Roglic (Jumbo-Visma), 10: Lo sloveno corre in maniera impeccabile, mettendosi rapidamente alle spalle le paure della cronosquadre. Sin dalle prime tappe è costantemente con i migliori in salita, pur non eccellendo, ma con il passare dei giorni cresce e quando arriva la crono colpisce duramente i suoi avversari. Non pago, nei giorni successivi continua a dimostrarsi superiore in salita, con qualche leggera sofferenza che non ne intacca in nulla la grande prestazione. La sua crescita, fisica e mentale, continua e l’ex saltatore con gli sci ha dimostrato di poter ambire ai traguardi più alti.

Tadej Pogacar (UAE Team Emirates), 9,5: Ad appena venti anni, al suo primo grande giro, al primo anno da professionista, lo sloveno dimostra un talento ancor più straordinario di quello che già tutti gli riconoscevano. Tre vittorie di tappa ottenute confrontandosi a viso aperto con i grandi uomini di classifica, il podio finale (decimo di sempre per età, secondo alla Vuelta) condito dalla Maglia Bianca sembrano a questo punto solo il primo passo di una carriera che si preannuncia spettacolare.

Alejandro Valverde (Movistar), 9: Un secondo posto di esperienza quello del murciano che onora (quasi sempre) la sua maglia di campione del mondo con una condotta di gara non sempre ineccepibile, ma comunque molto efficace. Consapevole dei propri limiti e delle proprie caratteristiche, fa una corsa di grande intelligenza, facendo a volte fatica, ma dimostrando una forma e una gamba straordinaria, che alla sua età praticamente mai nessuno ha avuto nella storia, tranne rarissime eccezioni. Terzo più anziano corridore della storia a salire sul podio di un GT, lo fa 16 anni dopo la sua prima volta, scrivendo un record di longevità che presumibilmente non avrà eguali.

Sam Bennett (Bora-hansgrohe), 8: È il velocista più forte del lotto e da subito mette in chiaro le cose. Malgrado di occasioni non ce ne siano molte, sfodera una condizione eccezionale con un secondo entusiasmante successo e una corsa sempre puntuale quando ne ha l’occasione, dimostrando ancora una volta di essere molto più di un velocista.

Philippe Gilbert (Deceuninck-QuickStep), 8: Due vittorie una più bella dell’altra per l’ex iridato che esce da questa Vuelta in grandissima condizione, consapevole di poter essere ancora uno dei corridori più forti su certi traguardi. Classe 1982, neanche lui è più un giovanotto e lo dimostra correndo anche da carismatico leader del team, sempre pronto a supportare e consigliare i compagni, al loro fianco nei momenti belli e brutti.

Sepp Kuss (Jumbo-Visma), 8: La formazione neerlandese supporta piuttosto bene il suo capitano malgrado con il passare dei giorni appaia comunque in difficoltà, specialmente in alcuni momenti cruciali. Grazie comunque anche a Neilson Powless (6,5) e George Bennett (6,5), in salita la scorta regge piuttosto bene, mentre in pianua è quasi sempre un generoso Tony Martin (6,5) a garantire il pieno controllo. A tutto questo lui ci aggiunge una vittoria di tappa.

Marc Soler (Movistar), 7,5: Tanto lavoro, qualche rammarico e poche gioie nelle tre settimane dello spagnolo, che malgrado tutto conclude nella top ten una corsa affrontata costantemente da gregario. Classe 1993, non è più giovanissimo (soprattutto vista l’avanzata di fenomeni di precocità), ma il futuro è ampiamente davanti a lui e può scrivere belle pagine di ciclismo dopo aver lottato con le unghie e con i denti per una gavetta che potrebbe dargli quel qualcosa in più rispetto ai suoi futuri rivali.

Sergio Higuita (EF Education First), 7,5: Anche lui spazzato via dal vento della 17ª tappa, conclude il suo primo GT con un successo di tappa e un discreto piazzamento finale, che senza quella disastrosa giornata probabilmente sarebbe stato nei primi dieci. Scalatore puro, alla sua prima vera stagione nel ciclismo che conta dimostra grandi qualità anche ad altissimi livelli e in questa Vuelta ha saputo continuare la sua crescita.

Geoffrey Bouchard (Ag2r La Mondiale), 7,5: Scopre tardi di poter essere davvero un corridore professionista, ma da subito il confronto non lo fa impallidire. Con grande determinazione conquista una maglia a pois di certo non ambitissima, ma che comunque non è certo semplice da andare a prendere, necessitando di costanza e abnegazione, qualità che dimostra ampiamente di avere. Classe 1992, è al primo anno tra i professionisti, chissà che non scopra di poter ambire ancora a più di così.

Remi Cavagna (Deceuninck-QuickStep), 7,5: Una vittoria di tappa di prepotenza, resistendo al ritorno di un gruppo scalmanato alle sue spalle, a culminare tre settimane di grandissimo lavoro per i compagni, in testa al gruppo o in fuga, dimostrandosi tra i passisti più forti in circolazione. Una crescita esponenziale quest’anno per il francese che nel 2020 potrebbe essere protagonista su molti terreni.

Fabio Jakobsen (Deceuninck-QuickStep), 7,5: Nel confronto diretto con il grande rivale ne subisce la potenza, ma si ritaglia comunque il suo spazio conquistando subito un bel successo al suo primo GT della carriera, grazie ovviamente ancora al lavoro di un eccezionale Max Richeze (8). Poi rimane un po’ nell’anonimato fino alla tappa di Madrid, dove riesce a partire al momento giusto e a trovare un bis di pregevole fattura.

Angel Madrazo (Burgos-BH), 7: È tra i grandi protagonisti della prima settimana portando degnamente la maglia a pois finché ha le energie per difenderla. Tra fughe e accelerazioni, si toglie anche la più grande soddisfazione di una sinora onesta carriera da comprimario conquistando un trionfo di grande sofferenza a Javalambre.

Jesus Herrada (Cofidis), 7: Centra la fuga giusta e si mette tutti alle spalle ad Ares del Maestrat, confermando una annata per lui molto proficua. Da quel momento scompare un po’, debilitato, fino al ritiro per non peggiorare la situazione, ma intanto il suo obiettivo era già riempito.

Hermann Pernsteiner (Bahrain-Merida), 7: L’austriaco è sicuramente una delle rivelazioni di questa edizione. Pur senza fare una corsa molto spettacolare è sempre con i primi e nell’ultima settimana è indubbiamente fra gli scalatori più forti, capace di chiudere al fianco della Maglia Rossa l’ultima tappa di montagna. Senza alcun bonus, fin dalle prime salite lotta per un posto nei dieci che avrebbe sicuramente ottenuto se non fosse stato per la tappa di Guadalajara, dove vanifica tutto per inesperienza.

Mikel Iturria (Euskadi Murias), 7: Vincitore dell’undicesima tappa. Un successo che vale doppio, sia per lui che per la squadra, in quanto ottenuto in terra basca. Per il secondo anno consecutivo, in due partecipazioni, la squadra basca conquista una vittoria di tappa e il trionfo ottenuto quest’anno potrebbe avere grande importanza anche per trovare nuovi finanziatori per un progetto che rischia di scomparire.

Nikias Arndt (Sunweb), 7: Vince la tappa di Igualada stringendo i denti in salita prima di superare tutti con una volata dirompente. Molto attivo, malgrado percorsi non proprio ideali per le sue caratteristiche, si infila spesso nelle fughe, ma le dure tappe spagnole non gli concedono la possibilità di fare bis.

Alex Aranburu (CajaRural-RGA), 7: Conferma alla Vuelta l’ottima forma mostrata nella Vuelta a Burgos. Corridore davvero interessante, dimostra di avere una gran condizione, soprattutto nella prima parte della corsa spagnola. Ottiene due secondi posti, oltre ad altri piazzamenti, spesso all’attacco e con un buono spunto veloce. Avrebbe meritato un successo di tappa.

Carl Frederik Hagen (Lotto Soudal), 7: Entra in classifica grazie ad una fuga bidone, ma questa è sostanzialmente solo la scintilla. Conti alla mano, senza quel tempo guadagnato, virtualmente avrebbe chiuso nella stessa posizione con cui ripartirà da Madrid. Segno che le qualità che ha saputo mettere in campo avevano soprattutto bisogno di una spinta mentale per emergere. Classe 1991, è al primo anno fra i professionisti e da lui sicuramente non ci si aspettava subito così tanto, ma la sua carriera è appena iniziata e può continuare a stupire.

Jakob Fuglsang (Astana), 7: Gregario di lusso per un capitano che non sempre risponde alle aspettative, il danese chiude a ridosso dei dieci (più per demeriti altrui che per meriti propri), ma soprattutto si ritaglia comunque il suo spazio con una bella vittoria di tappa quando gli viene data libertà, terminando la corsa in crescendo.

James Knox (Deceuninck-QuickStep), 6,5: Il 23enne britannico lotta come un leone, correndo anche in maniera offensiva, il che gli vale una top ten che tuttavia, dopo tante fatiche, è costretto a cedere proprio nell’ultima tappa di montagna. Autore di una discreta stagione in cui ha avuto anche la sfortuna a rallentarlo, ha dimostrato di avere un bel potenziale.

Wilco Kelderman (Sunweb), 6,5: Un altro che con la sfortuna ha parecchio da chiedere indietro. Arriva alla Vuelta con il peso di una stagione difficile e non riesce realmente a ribaltare l’inerzia. Soffre e lotta come può, con una corsa di grande pragmatismo che gli vale il settimo posto finale. Niente di straordinario per lui, ma tutto sommato è un buon risultato viste le grandi difficoltà con cui ha dovuto approcciarsi alla corsa.

Amanuel Ghebreigzabhier (Dimension Data), 6,5: Fino al giorno dello sfortunato ritiro la sua è una Vuelta molto interessante, all’attacco appena possibile, portandosi a casa buoni piazzamenti (sostanzialmente i migliori della sua squadra, che deve visibilità quasi solo a lui).

Gianluca Brambilla (Trek-Segafredo), 6,5: Gli manca l’acuto, il corridore di Bellano è spesso all’attacco per tornare a brillare dopo alcune stagioni difficili. La vittoria non arriva, ma la grinta e il colpo di pedale non sono lontani da quelli che nel recente passato lo hanno visto conquistare risultati di assoluto prestigio.

Ruben Guerreiro (Katusha-Alpecin), 6,5: Tanta grinta per il corridore portoghese, più volte all’attacco e con due piazzamenti che ne dimostrano la competitività anche a questi livelli. 17° a Madrid al suo primo grande giro della carriera, ha indubbiamente le qualità per diventare soprattutto un bel cacciatore di tappe, ma chissà che non possa anche fare qualcosa in più.

Tao Geoghegan Hart (Ineos), 6,5: Arrivato con l’ambizione di fare classifica, sin dai primi giorni dimostra di essere lontano dalla condizione necessaria, ma non si arrende. Stringe i denti e va avanti come può, trovando strada facendo le energie per lanciarsi costantemente all’attacco. Alla fine chiude con due podi di tappa, un pugno di mosche che ovviamente non può rivelarsi soddisfacente, ma è una bella prova di carattere, oltre che conferma comunque di qualità innegabili.

Nicolas Edet (Cofidis), 6,5: Dopo un giorno in Maglia Rossa, regalo del gruppo con una fuga bidone, resta nelle posizioni alte sino alla tappa dei ventagli, senza sfigurare neanche nel confronto diretto, visto che conserva a lungo la sua posizione. Nella tappa dei ventagli salta completamente, anche di testa, per chiudere in un calante 18° posto. Avrebbe meritato di più.

Nairo Quintana (Movistar), 6: Il colombiano non ha le gambe dei tempi migliori, ma ci mette tutto l’impegno che il suo volto statuario ben nasconde. Se i trent’anni ormai si avvicinano e per un corridore che a 23 era già a lottare per vincere un GT questo risultato è chiaramente una delusione, bisogna pur sottolineare che perde il podio solo all’ultimo giorno e per un capolavoro di un rivale fuori dal comune. Probabilmente, se esprimesse di più le sue emozioni, risulterebbe più simpatico e apprezzato, anche nelle sue sconfitte.

Mikel Nieve (Mitchelton-Scott), 6: Gregario tra i migliori in circolazione quando la strada sale, si ritrova suo malgrado i gradi di capitano, confermando la sua grande costanza e affidabilità. Meno appariscente che quando svolge il suo consueto lavoro, fa una corsa ordinata e regolare fino a chiudere in decima posizione, risultato che non raggiungeva più da ormai cinque stagioni, ma che in passato aveva comunque più volte dimostrato di poter ottenere. Peccato che per farlo abbia dovuto rinunciare alle sue consuete offensive dalla distanza, ma gli anni passano un po’ per tutti.

Thomas De Gendt (Lotto Soudal), 6: Il belga si era prefissato una sfida ad inizio stagione e la porta a termine concludendo anche la Vuelta dopo Giro e Tour. Al terzo GT stagionale difficile chiedergli di poter essere ancora protagonista e malgrado ci provi più volte è evidente che vada più avanti di testa che di gambe, accusando le fatiche di una lunga stagione.

Miguel Angel Lopez (Astana), 5,5: In lotta sino alla fine per podio e Maglia Bianca, li perde malamente l’ultimo giorno sotto i colpi pesantissimi dello scatenato Pogacar. Se nelle prime frazioni di montagna sembra il più forte, nella tappa di Andorra, complice la caduta, qualcosa si piega e nulla sembra più funzionare bene, offrendo costanti delusioni anche alla squadra, che puntualmente gli prepara attacchi e offensive con i bravi Ion Izagirre (6,5) e Luis Leon Sanchez (6,5) che non riesce più a concretizzare. A parte il risultato, questa forse è la sua colpa più grande, non rendersi conto o non comunicare quella che era realmente la sua condizione, rispetto a sé stesso e agli avversari. Una consapevolezza che bisogna saper sviluppare.

Rafal Majka (Bora-hansgrohe), 5,5: È il primo degli altri, in salita costantemente nelle posizioni di vertice, ma mai abbastanza forte per potersela giocare con i migliori. Il sesto posto finale è un buon risultato, ma in carriera lo abbiamo visto ottenere di più (e anche in maniera più spettacolare di così).

Dylan Teuns (Bahrain-Merida), 5,5: Un giorno in rosso e con due fughe bidone riesce a riposizionarsi molto bene, ma le gambe son quelle che sono e non ne ha per conservare l’ottima classifica che comunque si era guadagnato. In costante rincorsa, nel giorno del vento ha il merito di esserci, ma nuovamente soffre. Avesse pensato più alle tappe, avrebbe probabilmente raccolto qualcosa in più.

John Degenkolb (Trek-Segafredo), 5: Una corsa davvero anonima per il tedesco. Ottiene qualche piazzamento ma decisamente poco soddisfacente per le sue possibilità. In generale si vede poco, anche in tappe dove sarebbe potuto entrare in qualche fuga buona e poi, magari, giocarsi il successo in un gruppetto ristretto. Anonimo.

Fernando Gaviria (UAE Team Emirates), 5: Molto deludente. Nei pochi arrivi in volata viene surclassato da Sam Bennett e Jakobsen. L’unico piazzamento è il terzo posto della quarta frazione, decisamente troppo poco per lui. Una annata decisamente storta che non ne vuole sapere di raddrizzarsi, da comprendere se è solo sfortuna o c’è qualcosa di più.

Edvald Boasson Hagen (Dimension Data), 5: Altro corridore che non riesce a lasciare il segno. Continua ad essere lontano parente del promettente corridore di inizio carriera. Una corsa davvero anonima per lui che ci aveva abituato anche ad infilarsi spesso nelle fughe. Non ci prova mai.

Esteban Chaves (Mitchelton-Scott), 5: Non è ancora tornato. Il colombiano aveva una buona occasione per ritrovare il suo posto nelle gerarchie mondiali dopo due anni di grande sofferenza e numerosi problemi, ma quel livello sembra ancora lontano. Lo spiraglio mostrato al Giro è rimasto un exploit isolato, che in Spagna è stato ben lontano dal ripetere, in perenne sofferenza, giorno dopo giorno, tappa dopo tappa.

Ben O’Connor (Dimension Data), 5: Del corridore che lo scorso anno dimostrava grinta e coraggio al Giro si è visto ben poco. Anzi, in generale lui stesso praticamente non si è visto, con qualche azione dalla distanza che tuttavia non lo ha neanche visto protagonista.

Louis Meintjes (Dimension Data), 4,5: Ancora peggio del compagno, il sudafricano continua la sua preoccupante involuzione con tre settimane di avvilente apatia, solo parzialmente scossa da qualche timido tentativo di attacco. Le sconfitte fanno parte di una carriera e della vita, così come la sfortuna, ma c’è modo di affrontarle e le ultime stagioni non sembrano dire che lo stia facendo in quello giusto.

Pierre Latour (Ag2r La Mondiale), 5: Ci mette tanto coraggio, come di consueto, ma le gambe non ci sono. Anche lui ha avuto tanti problemi, quindi era comunque difficile pensare potesse ambire a grandi traguardi, ma ci si aspettava di più che una corsa generosa.

Wout Poels (Ineos), 5: A ragione ha spesso reclamato di volere maggiore spazio nella corazzata britannica, ma questa volta non ha saputo sfruttare l’occasione. Vero è che arrivava dalle fatiche del Tour, ma neanche alla Grande Boucle aveva destato la solita impressione.

Daniel Martinez (EF Education First), 5: Dopo il suo ottimo inizio di stagione, sembrava poter ambire a molto di più in questa Vuelta. Invece è quasi sempre lontano dalla battaglia, correndo in maniera anonima, senza riuscire a farsi mai notare per le sue grandi qualità, non solo in salita. Poteva essere una buona occasione per emergere. Ne avrà altre, ma le sue quotazioni scendono un po’ dopo questa controprestazione.

Darwin Atapuma (Cofidis), 5: Non ci si aspettava che facesse classifica, ma di vederlo più spesso all’attacco quantomeno era l’aspettativa della squadra. Il colombiano invece non si vede praticamente mai, continuando la sua involuzione che ormai sembra farne una promessa non mantenuta.

Fabio Aru (UAE Team Emirates), sv: Soffre, si riprende, soffre ancora, cerca di resistere, crolla definitivamente. Nel mistero e tra le critiche per una condizione che si fa fatica a comprendere, emerge che la sfortuna continua a perseguitarlo con cadute e virus inopportuni.

Davide Formolo (Bora-hansgrohe), sv: Non parte benissimo, poi la maxicaduta lo costringe al ritiro senza possibilità di riscattarsi

Rigoberto Uran (EF Education First), sv: Parte col piede giusto, poi la caduta lo taglia fuori dai giochi.

Nicolas Roche (Sunweb), sv: Ottima partenza, si veste di rosso e sembra motivato per lottare nelle posizioni di testa come nei suoi primi anni di carriera, poi anche lui viene messo ko dalla caduta durante la sesta tappa.

Tejay Van Garderen (EF Education First), sv: Se la fortuna è cieca, la sfortuna ci vede benissimo quando si tratta dell’ex promessa statunitense.

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2 commenti

  1. Oddio, capisco le nuove promesse che vanno dal 1994 al 2000, ma dare del “non più giovanissimo” a Soler, 1993, mi sembra leggermente forzato… chiaramente non ha 20, 22, 23 anni, ma è nel pieno dello sviluppo “ciclistico” per forza, esperienza, fisico (almeno una volta si diceva così, poi questi giovani stanno ricredendo tutto) dai 26 ai 29.

    • Ciao Paolo, il termine di paragone è proprio con gli altri gli abbiamo dato del “non è più giovanissimo (soprattutto vista l’avanzata di fenomeni di precocità)”, le due cose vanno insieme 🙂 Difatti “il futuro è ampiamente davanti a lui e può scrivere belle pagine di ciclismo”. È giovane, ma non giovanissimo come attualmente molti di quelli che saranno suoi rivali nei prossimi anni.

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