© ASO / Pauline Ballet

Pagelle Tour de France 2020: Tadej Pogacar da lode e record trascina i giovani, Jumbo-Visma impressionante – Delusione Sagan e Van Avermaet, Quintana e Bernal guidano la fila dei condizionati dalle cadute

Tadej Pogacar (UAE Team Emirates), 10 e lode: Per riuscire a cambiare il finale già scritto di un Tour de France nettamente incanalato verso il successo della Jumbo-Visma bisognava fare qualcosa di straordinario. E lui, a 22 anni da compiere (domani), ci è riuscito. Corre praticamente senza squadra per tre settimane, complici le cadute di Formolo e De La Cruz, perde terreno con i ventagli ma non si scoraggia e attacca quando può in salita. Sulle Alpi sembra in affanno, ma con una prestazione fenomenale domina la cronometro individuale e si prende la maglia gialla più giovane degli ultimi 100 anni. Con tre vittorie di tappa. Alla prima partecipazione alla Grande Boucle. Ogni aggettivo sarebbe riduttivo.

Primoz Roglic (Jumbo-Visma), 9: Avversari e compagni di squadra sono abbastanza unanimi nel concordare che il Tour sia stato vinto da Pogacar, non perso da Primoz. Vince una tappa in montagna allo sprint e dà l’impressione di volersi limitare a controllare la corsa, forte di una corazzata imbattibile. Quando però rimane da solo a dover fare il ritmo nella cronometro, su un percorso sulla carta anche molto adatto a lui, si scioglie e naufraga, arrivando anche dietro a corridori meno quotati di lui. Il secondo posto è un buon risultato, certo, ma mantiene quel sapore di amaro in bocca.

Sam Bennett (Deceuninck-QuickStep), 9: Interrompere il regno verde di Sagan da sola sarebbe un’impresa straordinaria. Lui però decide di strafare e ci mette dentro due successi di tappa, tra cui quello prestigioso dei Campi Elisi, dove vince dominando sugli avversari. Un dominio che a conti fatti c’è stato anche nella classifica a punti, dove ha gestito alla grande il successo, marcando i suoi principali avversari Matteo Trentin e Peter Sagan praticamente in tutte le tappe.

Marc Hirschi (Sunweb), 9: Il supercombattivo di questo Tour de France. Il giovane elvetico, di un solo mese “più vecchio” di Tadej Pogacar, è stato uno dei corridori più sorprendenti e uno dei tanti giovani talenti sbocciati prepotentemente in questa edizione. Capace di vincere una tappa dopo un secondo e un terzo posto, lo vediamo spesso all’attacco da lontano. La sfortuna, sotto forma di alcuni incidenti, lo priva probabilmente di un bottino ancora migliore.

Wout Van Aert (Jumbo-Visma), 9: Arriva sullo slancio di successi prestigiosi come Sanremo e Strade Bianche, eppure riesce comunque a sorprendere tutti. Vince due tappe alla sua maniera e già questo basterebbe per fargli prendere un voto alto in pagella, ma quello che davvero sorprende è la sua capacità di fare il ritmo in salita, certificato anche da un incredibile ventesimo posto in classifica generale. Va molto forte anche a cronometro e a questo punto è lecito chiedersi se, con il percorso giusto, potremmo vederlo in futuro anche lottare per vincere un GT

Richie Porte (Trek-Segafredo), 8,5: Si presenta a questo Tour de France a riflettori spenti, senza la pressione di essere uno dei favoriti. E, zitto zitto, rema nel centro del gruppo quando serve e arriva sempre con i migliori del gruppo in salita. Nonostante rimanga attardato con i ventagli, non si perde l’animo e procede con solidità sulle asperità della corsa, regalandosi la possibilità di lottare per l’agognato podio nella cronometro conclusiva. E nel momento della verità sfodera una grande prestazione, a meno di un secondo da Dumoulin. Il sogno di una vita concretizzato a 35 anni: non avrebbe potuto chiedere di più a questa corsa.

Sepp Kuss (Jumbo-Visma), 8,5: Come alla scorsa Vuelta, è l’angelo custode più prezioso per Primoz Roglic. In Spagna vinse anche una tappa, ma stavolta pur non riuscendo nel bis, dimostra ancora di più di poter stare in salita con i migliori al mondo. Anzi, di essere uno dei migliori al mondo in salita. Nel tappa regina è quarto al traguardo e in classifica generale alla fine è quindicesimo nonostante il ruolo di gregario che, vista anche la giovane età, potrebbe cominciare presto a stargli stretto.

Soren Kragh Andersen (Sunweb), 8: Il danese si porta a casa due tappe, da vero finisseur. Insieme al compagno di squadra elvetico forma una delle coppie più esplosive del Tour che hanno contribuito a rendere combattute ed interessanti numerose frazioni. Spesso al lavoro per la squadra, quando si mette in proprio diventa devastante.

Lennard Kämna (Bora-hansgrohe), 8: Un altro dei giovani terribili di questo Tour. Beffato da Daniel Martinez sul Puy Mary, si rifà pochi giorni dopo a Villard-de-Lans. Anche lui spesso all’attacco, insegue la vittoria con determinazione e, alla fine, salva la spedizione francese della sua squadra, partita con ben altre ambizioni. Se confermerà le sue doti, lo rivedremo presto tra i protagonisti, magari anche per la classifica generale.

Caleb Ewan (Lotto Soudal), 8: In un Tour così impegnativo lo si vede molto spesso nelle ultime posizioni della classifica, tra i primi a perdere contatto e lottare con il cronometro per arrivare in tempo. Ma compensa perfettamente questa gran fatica con due splendidi successi di tappa, che confermano la sua affidabilità nei grandi appuntamenti e il suo status in gruppo, quello di un velocista di riferimento, tra i migliori della sua generazione.

Mikel Landa (Bahrain-McLaren), 7,5: Non è facile valutare il Tour de France del basco, partito con l’evidente ambizione di fare podio su un percorso molto adatto a lui e finalmente con una squadra totalmente a suo supporto. La figuraccia nella tappa regina, quando mette alla frusta la squadra per poi naufragare al momento dell’attacco e pagare più di un minuto ai più forti, pesa sul giudizio: l’attacco coraggioso il giorno dopo è però una grande dimostrazione di carattere. Il quarto posto finale, in una corsa in cui uno scalatore puro come lui aveva poche chance di attaccare sotto il controllo della Jumbo-Visma, non è certo da buttare. Manca l’acuto, di nuovo.

Damiano Caruso (Bahrain-McLaren), 7,5: Un’impresa titanica quella del siciliano. Dopo aver centrato la top 10 a Giro e Vuelta, l’azzurro riesce nell’impresa anche al Tour, dove ci era andato molto vicino (undicesimo) nel 2017. Dopo tre settimane di duro lavoro, sempre vicino al suo capitano Mikel Landa, nella cronometro conclusiva lavora solo per sé stesso e per raggiungere un traguardo meritatissimo. In un Tour che sembrava maledetto per gli italiani, la sua prova a cronometro, chiusa in settima posizione, è stato uno dei pochi momenti in cui il movimento azzurro ha potuto esultare. Tutto questo, lo ripetiamo ancora una volta, in una corsa in cui partiva con il solo obiettivo di supportare Landa.

Tom Dumoulin (Jumbo – Visma), 7,5: Lui è uno degli ingranaggi più forti di quella corazzata che è apparsa imbattibile fino agli ultimi 50 minuti di corsa. Sacrificato forse anche in maniera precoce, lui non batte ciglio e si mette a disposizione totale di Roglic, riuscendo a chiudere anche in top 10. Alla fine sembra poter mettere la ciliegina sulla torta con un successo di tappa nella cronometro, fino a quando Pogacar ribalta tappa e Tour e lo sguardo pietrificato del neerlandese diventa, suo malgrado, una delle istantanee più iconiche che questa Grande Boucle lascerà ai posteri.

Richard Carapaz (Ineos Grenadiers), 7,5: L’arrivo abbracciato a Michal Kwiatkowski (voto 7) sul traguardo de La Roche-sur-Fouron è un’altra immagine di questo Tour che rimane negli occhi degli appassionati e che sarà riproposta nelle sigle delle trasmissioni tv nei prossimi anni. Dopo due settimane al fianco di Bernal, gli Ineos devono reinventarsi dopo il ritiro del colombiano e lo fanno forse anche meglio delle aspettative. Il vincitore dello scorso Giro d’Italia va all’attacco in tutte le tappe di montagna, tanto da sfiorare la vittoria della maglia a pois, che gli viene strappata di dosso solo dall’immenso Pogacar della Planche des Belles Filles. Il successo di tappa, invece, arriva, ma non finirà negli albi d’oro, perché a tagliare il traguardo per primo è il compagno polacco, ma quello è soltanto un dettaglio. I due arrivano infatti abbracciati ed è proprio l’ecuadoriano, mostrando una grande classe, a decidere di lasciare il successo all’ex campione del mondo, che dopo tanti Tour al servizio dei capitani vede finalmente riconosciuti i suoi sforzi e ottiene il primo, meritatissimo, successo in un GT.

Enric Mas (Movistar), 7,5: Partito in sordina con la pressione del crescente scetticismo nei confronti della squadra spagnola, il giovane ex Deceuninck cresce con il passare del tempo e centra un top five sicuramente poco pronosticabile al via, e ancor meno dopo le prime salite. Sulle ultime salite prova anche a togliersi qualche soddisfazione personale, ma non trova mai l’occasione giusta. Il risultato solido nella cronometro conclusiva dimostra che ha fatto un altro piccolo salto di qualità. Tra gli under 25 è secondo solo a un Pogacar che ha dimostrato di essere il più grande di tutti.

Alexander Kristoff (UAE Team Emirates), 7,5: Lui è la prima maglia gialla di questo Tour de France. Poi non lo si vede più fino alla volata dei Campi Elisi, chiusa ai piedi del podio, ma la sua corsa è comunque un successo. La volata iniziale in cui batte velocisti più quotate di lui, infatti, è un successo che vale un’intera stagione e la prima maglia gialla della sua vita è un grande premio per la sua strepitosa carriera.

Miguel Angel Lopez (Astana), 7: Il naufragio nella cronometro individuale conclusiva non deve oscurare completamente tre settimane vissute da protagonista. Sempre attento in testa al gruppo, nonostante la caduta in discesa nella prima tappa, coglie il successo nella tappa regina. Forse un po’ troppo timido nel provare a capitalizzare la foratura di Porte il giorno successivo, il colombiano crolla nella prova contro il tempo, ma il sesto posto in classifica generale non è così terrificante per la sua prima esperienza in un Tour in cui di certo non partiva con i favori del pronostico.

Benoit Cosnefroy (Ag2r La Mondiale), 7: Riesce a ritagliarsi un ruolo da protagonista in questo Tour de France 2020. Andando in fuga nei primi giorni, si guadagna il diritto di indossare una maglia a posi che indosserà per due settimane. Quando se ne presenta l’occasione, infatti passa in testa anche ai gpm minori, accumulando un vantaggio che gli permette di tenere la maglia fino all’arrivo delle grandi montagne. In futuro magari avrà l’occasione di andare a caccia di successi di tappa, ma le sue azioni hanno permesso comunque al suo team di mettersi in mostra.

Nicolas Roche (Sunweb), 7: A livello personale ottiene poco, ma è il regista in corsa e fuori delle numerose offensive della formazione tedesca, l’uomo di esperienza attorno al quale i numerosi giovani della squadra si muovono, brillano e spesso vincono.

Quentin Pacher (B&B – Vital Concept), 7: Un Tour di grande generosità per il corridore francese, che svolge al meglio il suo compito per far sì che la sua squadra ottenga la visibilità che una formazione Professional, alla sua prima apparizione alla Grande Boucle, può sperare di avere.

Julian Alaphilippe (Deceuninck-QuickStep), 7: Prima del via aveva dichiarato che non avrebbe corso guardando alla classifica generale. In pochi gli hanno creduto, soprattutto dopo il successo, ottenuto alla sua maniera, alla seconda tappa che gli ha permesso di vestire nuovamente la Maglia Gialla un anno dopo. Ma poi il modo in cui perde il primato è davvero troppo ingenuo, anche se probabilmente le colpe non sono sue. Esce presto di classifica per andare alla caccia di un altro successo di tappa, che però non riesce ad ottenere, oppure per preservarsi in vista dei Mondiali? Lo scopriremo tra una settimana.

Alexey Lutsenko (Astana), 7: Un altro specialista delle azioni da lontano. Ottiene un bellissimo successo di tappa, coronando in solitaria una lunghissima fuga. Secondo atleta kazako a vincere una tappa al Tour dopo il suo team manager Vinokurov.

Nans Peters (Ag2r La Mondiale), 7: Dopo il Giro, il Tour. Il francese, vincitore lo scorso anno sul traguardo di Anterselva, si ripete anche alla Grande Boucle. Sempre con la sua specialità, ovvero l’attacco da lontano. Corridore generoso si conferma come uno dei più quotati cacciatori di tappe del gruppo.

Daniel Martinez (EF Pro Cycling), 7: Arrivato da vincitore del Delfinato, dopo una caduta esce subito di classifica. Dopo qualche giorno di sofferenza, però, si riprende e decide di inserirsi nelle fughe. Sull’arrivo di Puy Mary ottiene uno straordinario successo, battendo Lennard Kamna  in volata dopo un finale al cardiopalma, in cui praticamente da solo aveva recuperato tanto vantaggio a Schachmann in discesa. Nelle ultime tappe, poi, si mette a fare da scudiero a Uran in salita, aiutando il connazionale a centrare un posto nella top 10.

Maximilian Schachmann (Bora-hansgrohe), 7: Le riserve sulla partecipazione del tedesco a questo Tour sono state sciolte all’ultimo minuto, dopo che era stato investito da un auto nel finale de Il Lombardia. In molti nutrivano diversi dubbi, legittimi, sulle sue condizioni fisiche, pensando che difficilmente sarebbe riuscito ad arrivare a Parigi. Invece smentisce tutti e, dopo una prima settimana di assestamento, lo vediamo spesso all’attacco alla ricerca di un successo di tappa che si sarebbe certamente meritato.

Adam Yates (Mitchelton-Scott), 6,5: Una buon nono posto per il corridore britannico. Mentre il fratello Simon vince la Tirreno-Adriatico, lui è uno dei pochi a provare ad attaccare lo squadrone della Jumbo-Visma, almeno per i successi di tappa, anche se poi viene sempre ripreso. Va vicino alla vittoria nella seconda tappa, ma viene battuto in volata da Alaphilippe, che però qualche giorno dopo gli cederà la maglia gialla. Dopo aver perso la maglia promette di attaccare e, nei limiti delle sue possibilità lo fa, anche se alla fine viene sempre ripreso, ma riesce comunque a difendere il suo posto nei dieci.

Guillaume Martin (Cofidis), 6,5: Da buon filosofo trasforma il suo Tour in un esempio concreto di stoicismo. Dopo una buona prima settimana, due cadute all’inizio della seconda settimana sembrano doverne pregiudicare la classifica. Lui però non molla e prova a dare la caccia a un sempre più difficile posto nella top 10. Nelle ultime tappe sembra migliorare leggermente di condizione e prova sempre a portare almeno un attacco, spesso anche in situazioni improbabili. L’obiettivo finale non è stato raggiunto, ma il suo modo di interpretare la corsa non può non essere premiato.

Neilson Powless (EF Pro Cyling), 6,5: Generoso, tra i corridori più spesso in fuga, non è forse il più appariscente, ma da premiare coraggio, dedizione e impegno. Non raccoglie molto, spesso trovando sulla sua strada qualcuno più forte o finendo per essere ripreso dal gruppo, ma per loro +

Mads Pedersen (Trek-Segafredo), 6,5: Nessuno potrà più dire che non merita la maglia di campione del mondo. L’iride infatti sfreccia in un paio di occasioni, anche se il successo non arriva mai. Se nella prima tappa il secondo posto è frutto anche delle incomprensioni con il suo treno, nel finale dei Campi Elisi dimostra di essere cresciuto e sfrutta alla grandissima il lancio di Stuyven, dovendosi arrendere solo a un Sam Bennett troppo forte per chiunque.

Luka Mezgec (Mitchelton-Scott), 6,5: In un Tour in cui la Slovenia è sugli scudi, sfiora il colpaccio in due occasioni, entrambe le volte vincendo la volata del gruppo in cui si trovava. Peccato per lui che entrambe le volte era già arrivato Soren Kragh Andersen, ma in entrambi i casi difficile imputargli qualcosa, senza avere realmente una squadra a sua disposizione per aiutarlo.

Cees Bol (Sunweb), 6,5: Non vince, ma convince, specialmente nella prima settimana di corsa. Dopo aver fatto apprendistato lo scorso anno, quest’anno si prende la squadra sulle spalle negli sprint e in almeno due occasioni va molto vicino alla vittoria, con due podi che ne dimostrano tutte le qualità. In una corsa molto dura, con il passare dei giorni fa sempre più fatica, ma ha il merito di non demordere e portare a termine la corsa, seppur con grande fatica.

Sonny Colbrelli (Bahrain-McLaren), 6,5: Corsa di grande dedizione per il bresciano, che sacrifica quasi tutte le sue possibilità per correre in favore di Mikel Landa, che protegge nelle tappe a lui più congeniali. Conseguentemente si vede molto poco nei finali, ma fa il suo lavoro in maniera egregia con grande dedizione e impegno.

Rigoberto Uran (EF Pro Cycling), 6: Sogna a lungo il podio, poi si spegne sul più bello. Parte come una delle tante punte del suo team, ma le varie sventure dei più giovani compagni lo portano a essere l’unico rappresentate della compagine di Vaughters in classifica generale in tempo breve. Lui risponde presente e a lungo occupa virtualmente il podio, salvo crollare tra diciassettesima e diciottesima tappa, riuscendo però comunque a difendere un posto nella top 10. Se si pensa che un anno fa era in terapia intensiva dopo la caduta alla Vuelta, la sua corsa può di certo essere giudicata sufficiente.

Matteo Trentin (CCC), 6: Grande genorisità e coraggio per tutta la corsa, cercando di inserirsi tanto nella lotta per il successo di tappa che per la maglia verde. Purtroppo per lui, non trova mai l’azione o il momento giusto, dovendo così accontentarsi di piazzamenti senza gloria. Gli è mancato quell’acuto a cui ormai aveva ben abituato, soprattutto con la sua grande capacità di saper superare le montagne facendone un pericolo per tutti nelle tappe intermedie.

Alejandro Valverde (Movistar), 6: Senza infamia e senza lode il Tour dell’ex iridato. A lungo si trasforma nell’angolo custode di Enric Mas, che probabilmente anche per merito suo riesce a chiudere in quinta posizione. La sua classe e la sua esperienza gli permettono di restare spesso con i migliori, fino ad arrivare a sfiorare la top 10, ma la gamba non è più quella dei tempi migliori e infatti nella prova a cronometro crolla, finendo dodicesimo nella generale. Il vero peccato però è che in un Tour con tante tappe decise in volata tra i big, lui non è mai nemmeno in lotta per il successo. A quarant’anni comunque riesce a resistere con corridori che potrebbero essergli figli ed è anche una pedina fondamentale nel successo della classifica a squadre della Movistar.

Pierre Rolland (B&B Vital Concept), 6: Il suo Tour inizia ovviamente quando iniziano le montagne. Fuga dopo fuga decide di andare a caccia della maglia a pois. Proprio sul più bello, però, perde un paio di occasioni importanti per andare all’attacco e deve dire addio al sogno. Tuttavia, ha certamente onorato il suo Tour de France e dimostrato di avere ancora una discreta gamba quando la strada sale.

Warren Barguil (Arkéa-Samsic), 6: Il suo è un Tour strano. Quando Nairo Quintana soffre, lui si stacca e lo aiuta a non crollare, tanto che lo stesso colombiano non manca mai di ringraziarlo. Tuttavia, alla fine il capitano crolla e si capisce che forse lui avrebbe potuto ottenere un piazzamento migliore. Libero dai compiti di gregariato e a quel punto anche fuori classifica, si porta spesso all’attacco, mostrando ancora una volta il suo grande temperamento e si guadagna la sufficienza, pur non riuscendo mai ad avvicinarsi a un successo di tappa. Quest’anno ha lavorato per Quintana, l’anno prossimo si partirà dalla sua Bretagna e di certo vorrà avere un ruolo di primario.

Brian Coquard (B&B Vital Concept), 6: I problemi al ginocchio condizionano l’intero Tour del velocista francese. Lui è molto bravo a stringere i denti e a ottenere anche dei buoni piazzamenti. Quando la condizione sembra tornare, però, spreca un paio di occasioni, soprattutto nelle ultime tappe, perdendo sempre l’attimo giusto.

Greg Van Avermaet (CCC), 5,5: Non riesce a lasciare il segno. Ci prova diverse volte, ma non va al di là di qualche, seppur buon, piazzamento. Da notare anche alcune incomprensioni con il compagno di squadra Matteo Trentin che non contribuiscono certo a migliorarne il bilancio.

Nairo Quintana (Arkéa-Samsic), 5,5: A lui va concessa sicuramente l’attenuante di una condizione fisica precaria, che sicuramente non ha beneficiato delle cadute della prima settimana. Tuttavia, da un campione del suo calibro sarebbe stato lecito attendersi comunque qualcosa in più, specie nelle tappe di montagna, dove invece crolla e si stacca addirittura ancora prima che l’azione entri nel vivo. Una ulteriore caduta non semplifica di certo il suo compito. La decisione di arrivare comunque a Parigi per rispetto dei compagni e del team è sicuramente un bell’esempio, ma farlo con un tempo di un’ora superiore a quello del vincitore è un risultato che va oltre le previsioni più negative.

Marc Soler (Movistar), 5,5: Il suo è un Tour anonimo. Se Enric Mas e Valverde riescono a mantenere le aspettative (anche se forse in ordine invertito), il classe ’93 non riesce a dare un senso alla sua Grande Boucle. Prova a entrare in qualche fuga, ma si spegne sempre troppo presto.

Thomas De Gendt (Lotto Soudal), 5: Il cacciatore di tappe più temuto stavolta non lascia il segno, senza riuscire a centrare quasi mai il tentativo di giornata, né tanto meno cogliere l’ambito bottino.

Peter Sagan (Bora-hansgrohe), 5: Correre con un’ombra irlandese in maglia verde sempre a ruota di certo non è facile. Lui forse lo soffre anche troppo, anche se gli va riconosciuto il merito di averci sempre provato. La lotta per la maglia verde, infatti, movimenta tante tappe, con la Bora-Hansgrohe che spesso si spende per lo slovacco. Tuttavia, i risultati non arrivano praticamente mai, né sui traguardi volanti, né sugli arrivi di tappa. Difficile non considerarla una delusione per uno che ha vinto dodici tappe e sette maglie verdi alla Grande Boucle.

Elia Viviani (Cofidis), sv: La sfortuna ci mette lo zampino, portandosi appresso per tutta la corsa un problema al piede che gli impedisce di giocarsi le sue carte nei tumultuosi sprint di questo Tour de France.

Thibaut Pinot (Groupama-FDJ), sv: Il suo Tour, come quello di molti altri, si chiude praticamente alla prima tappa. Tanto dolore lo fa uscire quasi subito di classifica, anche perché i suoi gregari Madouas e Gaudu sono più malconci di lui. Il resto della sua Grande Boucle è totamente anonimo, tanto che lo si nota solo per il profilo Instagram della sua capra, ed è un lento trascinarsi fino a Parigi.

Ilnur Zakarin (CCC Team), sv: La sfortuna del russo è ormai acclarata. Le cadute e una discesa da brividi (in senso negativo) sono purtroppo i tratti distintivi del suo Tour. A peggiorare la situazione il fatto che la caduta che poi lo porta al ritiro arriva in un tratto di trasferimento (stoico lui nel voler comunque prendere il via della tappa, anche se poi sarà costretto a ritirarsi nel corso della giornata).

Davide Formolo (UAE Team Emirates), sv: Arriva per lavorare per Pogacar e – perché no? – andare a caccia di successi di tappa sulla scia di quanto accaduto al Delfinato. Alla nona tappa, però, la rottura della clavicola interrompe il progetto e mette in standby una stagione che l’ex campione italiano stava correndo ad alti livelli.

Fabio Aru (UAE Team Emirates), sv:  Continua per il terzo anno di fila lo psicodramma del sardo. Lo si vede anche attaccare in una tappa, ma il giorno dopo si stacca immediatamente. La sua immmagine da solo davanti al camion scopa è emblematica di quello che succederà poco dopo con Giuseppe Saronni che lo scarica in diretta tv. La speranza è che possa presto ritrovarsi. Difficile comprendere completamente come siano andate le cose e dove siano le responsabilità, con la sfortuna che comunque ci ha messo ancora una volta lo zampino. Quel che appare abbastanza chiaro è che non è arrivato al Tour nelle giuste condizioni, forse psicologiche quanto fisiche.

John Degenkolb (Lotto Soudal), sv: Il suo Tour finisce praticamente subito , quando dopo una caduta nella maledetta prima tappa arriva fuori tempo massimo. La buona notizia è che è già tornato a vincere sulle strade del Giro del Lussemburgo.

Philippe Gilbert (Lotto Soudal), sv: Per lui si potrebbe fare praticamente copia e incolla di quanto accaduto a Degenkolb. Lui è rimasto nel tempo limite, ma ha dovuto comunque abbandonare la corsa, lasciando la Lotto Soudal in sei dopo un solo giorno. Anche lui è già tornato a correre e per il successo sembra solo questione di tempo.

Giacomo Nizzolo (NTT Pro Cycling), sv: Arrivato al Tour carico di aspettative dopo i successi ai campionati italiani e ai campionati europei, non ha quasi mai l’occasione di mettersi in mostra. Caduto nella prima tappa, sembra sulle soglie del ritiro, salvo poi ottenere un terzo posto di tappa in un sussulto di orgoglio. Si trattava però soltanto dell’ultima cartuccia per il brianzolo, che prova a correre qualche altra tappa, ma alla fine deve arrendersi al dolore.

Domenico Pozzovivo (NTT Pro Cycling), sv: Investito da un auto un anno fa, per lui è già una soddisfazione esserci. Peccato che già alla prima tappa un tifoso decida di sporgersi troppo per fare un selfie, facendo cadere lui e altri corridori. Il dolore è troppo forte e il ritiro arriverà soltanto pochi giorni dopo.

Romain Bardet (Ag2r La Mondiale), sv: Libero dalle pressioni di dover fare classifica per forza, si trova a lungo ai piedi del podio. Quando perde terreno e potrebbe cominciare per lui un altro Tour andando a caccia di successi di tappa, cade ed è costretto al ritiro dopo aver concluso la tappa malgrado una commozione cerebrale.

Sergio Higuita (EF Pro Cycling), sv: Il suo Tour è l’emblema della sfortuna. Dopo le cadute delle prime tappe, decide di mettersi al servizio di Uran, ma poi due cadute in una sola tappa, di cui una dopo un movimento pericoloso di Bob Jungels, lo costringono a un mesto ritiro.

Egan Bernal (Ineos Grenadiers), sv: Parte da favorito al pari di Roglic, nonostante il ritiro dal Delfinato per problemi alla schiena. Nessuno sembra considerare questi fastidi troppo gravi, compreso il diretto interessato, fino a quando non comincia a fare fatica in salita. Nella tappa del Grand Colombier prende 7 minuti dal vincitore di tappa (Tadej Pogacar, sempre lui) e il giorno dopo addirittura chiude nel gruppetto dei velocisti. A quel punto il ritiro è inevitabile.

André Greipel (Arkéa – Samsic), sv: Ancora un Tour sfortunato per l’esperto tedesco, che stringe i denti come e fino a quando può, ma deve arrendersi dopo aver dato ancora una volta grande esempio di dedizione e professionalità.

Dan Martin (Israel Start-Up Nation), sv: Sarebbe dovuto essere l’uomo di classifica della formazione israeliana al suo primo Tour de France. La sua partecipazione è stata in dubbio fino all’ultimo a causa di una frattura che lo aveva costretto al ritiro al Giro del Delfinato, ma poi non lo si vede praticamente mai nemmeno in tappe potenzialmente adatte alle sue caratteristiche. Partecipa con la speranza di poter trovare strada facendo la forma e la gamba per poter essere protagonista almeno un giorno. Purtroppo, è una speranza vana e deve arrendersi alle conseguenze dell’infortunio subito nell’approccio alla Grande Boucle.

Emanuel Buchmann (Bora-hansgrohe), sv: Al via dopo la caduta che lo aveva costretto al ritiro al Giro del Delfinato. Si vede presto che è lontanissimo dalla forma che aveva lo scorso anno quando sorprese tutti con un bellissimo quarto posto. Purtroppo, pur riuscendo ad arrivare a Parigi, il suo Tour si conclude in maniera anonima.

Roger Kluge (Lotto Soudal), 10: Tanta sofferenza, lavoro e impegno per il suo capitano, nella buona come nella cattiva sorte. L’esperto tedesco è l’angelo custode di Caleb Ewan, che protegge dal vento in pianura, scorta davanti in vista degli sprint, spronandolo e dettando per lui il ritmo in salita quando bisogna stringere i denti. Nel farlo è la lanterne rouge (la nostra Maglia Nera) di questa edizione, compensando gioie e dolori.

Jens Debusschere (B&B Vital Concept), 10 e lode: Lui il Tour non lo conclude neanche, sacrificandosi completamente per il suo capitano Bryan Coquard, che scorta fino a finire fuori tempo massimo, esausto, in cima al Col de la Loze. Emblema del ruolo del gregario.

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