Antidoping, la protesta del presidente dell’Associazione Corridori: “Noi stessi diamo fondi all’ITA, ma non vogliamo contribuire a un sistema che ci tratta come criminali”

I controlli antidoping effettuati, prima in maniera particolareggiata e poi con un’azione generale, durante il Tour de France 2026 hanno evidentemente aperto un filone di “dibattito” che con ogni probabilità non si esaurirà con la conclusione del Tour stesso. Sulla materia si stanno accumulando pareri e punti di vista, compreso quello della CPA, che in italiano è nota come Associazione Corridori Professionisti e che si è espressa “ufficialmente” sulla questione, in maniera abbastanza critica. Più diretto, nei toni e nei concetti, è stato il presidente della stessa associazione, l’ex corridore australiano Adam Hansen.

“Siamo estremamente contrariati per la direzione che sta prendendo l’antidoping nel ciclismo professionistico – ha scritto Hansen – I ciclisti sono gli unici atleti al mondo che tirano fuori soldi dal loro stesso portafoglio per finanziare controlli extra e la conservazione a maggiore scadenza dei campioni loro prelevati per analisi successive. Il ciclismo attuale è enormemente più pulito rispetto al passato, ma i corridori attuali pagano ancora per gli errori delle generazioni passati. È giusto?“.

Hansen sottolinea che le modalità dei controlli notturni condotti su Tadej Pogačar e Jonas Vingegaard possono avere un impatto, soprattutto mentale, sulle prestazioni dei corridori, considerando inoltre quel che è succede nel resto dell’anno: “Tutti i corridori professionisti devono essere reperibili 365 giorni all’anno, e non solo. Nell’arco di una singola giornata per un’ora devono essere esattamente e obbligatoriamente nel posto che hanno indicato nel loro protocollo. Ma gli ispettori possono comunque arrivare nelle altre 23 ore della giornata, in qualsiasi momento e senza annunciarsi. I corridori sono terrorizzati dalla possibilità di mancare un controllo. E se, per caso, il corridore è andato a bere un caffè o ai giardinetti con i figli e non viene trovato dall’ispettore dovrà poi produrre una prova di dov’era e perché. Se è in giro con il figlio di tre anni, cosa deve fare? Far firmare una dichiarazione al bambino?“.

L’argomento, evidentemente, va ben oltre l’attuale Tour de France: “Noi abbiamo già detto, anche in qualità di organismo che contribuisce al funzionamento dell’ITA, che preferiamo la qualità rispetto alla quantità. Aumentare il numero di controlli non è la soluzione, anzi, è uno spreco di risorse – aggiunge Hansen – Servono eventualmente test più precisi, che possano contribuire ad avere un approccio più efficiente e non vedere più corridori svegliati nel bel mezzo della notte durante una gara come il Tour de France. Quello che vediamo ora, però, è che la direzione intrapresa è quella sbagliata: più test, controlli sui misuratori di potenza e cose di questo genere non fanno che aumentare lo stress imposto ai corridori“.

La conclusione di Hansen è chiara: “Noi vogliamo che chi si dopa venga scoperto, ma non vogliamo che i corridori puliti vengano molestati. Come associazione, dovremo considerare se continuare a contribuire a un sistema che non sta andando nella giusta direzione, che non è più efficace di prima, che crea problemi e che tratta i corridori come criminali“.

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