Gino Bartali è l’immagine del ciclismo

Più di grandi campioni che hanno vinto anche più di lui (sono comunque in pochi), quella di Gino Bartali è una carriera e una vita che bisogna prendere ad esempio. Come tutti i grandi, specialmente quelli di tempi più lontani, ha intorno a sé un’aura che ne nasconde difetti umani che sicuramente avrà avuto, ma per prendere ad esempio qualcuno non bisogna pensare alla sua perfezione, ma proprio alla sua grandezza capace di trascendere e superare gli umani limiti che noi tutti abbiamo. Forse nel confronto con il suo grande rivale Fausto Coppi è stato sconfitto dal punto di vista del palmarès, ma d’altro canto è stato proprio lui, direttamente e indirettamente, a rendere possibile e innalzare la grandezza dell’amico-rivale. I due sono inevitabilmente legati nella mente di tutti noi, non solo per il mistero di quella borraccia che soprattutto lui ha voluto e saputo coltivare negli anni e non solo per l’aspetto sportivo. L’Italia si è divisa in molti aspetti schierandosi per l’uno o per l’altro.

Ma Gino Bartali fu anche molto altro. Gino Bartali è una storia che merita di essere ricordata per il suo grande impegno civile e morale anche dopo. Una storia che lo ha reso ancora più grande, soprattutto dopo la sua morte, avvenuta esattamente venti anni fa, il 5 maggio del 2000. L’uomo dalle due carriere, prima e dopo la Guerra, nel mezzo ne ha avuta un’altra che merita tutta la nostra attenzione e rispetto, anche se lui per lungo tempo l’ha voluta tenere nasconta percé “il bene si fa ma non si dice”. La sua attività in prima persona nella rete clandestina in sostegno degli ebrei per sfuggire alla deportazione, che l’ha portato anche a rischiare la vita in prima persona, è qualcosa che lo innalza ad un livello ancora più elevato, superando ulteriormente i confini dello sport che già gli stavano particolarmente stretti per quello che ha saputo rappresentare anche nel contesto politico del nostro paese.

In un ciclismo di grandi campioni, a cui comunque appartiene di diritto per le sue gesta sportive, Gino Bartali ha anche un record unico: è l’unico uomo capace di vincere due Tour de France a dieci anni di distanza (1938-1948). Un’impresa unica alla quale praticamente nessuno si è anche solo avvicinato. Se non ci fosse stata la Guerra chissà quanti ne avrebbe vinti, si sente spesso dire ed è vero. Ma è l’aspetto meno importante della vicenda, che oltretutto paradossalmente avrebbe reso meno eccezionale questa prodigiosa capacità fisica e mentale. Quella tenacia che l’ha reso l’uomo di ferro, abbarbicato alla sua bici, con lo sguardo piantato in quelle salite che affrontava e superava come in pochi nella storia hanno saputo fare. Quella caparbietà di un ciclista che sapeva perdere, ma di un uomo che ha saputo anche vincere mettendoci tutto sé stesso, sempre e comunque, con lealtà e fierezza.

Per questo, e grazie anche a Paolo Conte, quando penso a un ciclista, la prima immagine che mi viene in mente è composta da quel naso triste come una salita e da quegli occhi allegri da italiano in gita. E secondo me i francesi neanche si incazzano, perché lo sanno anche loro.

E vai che io sto qui e aspetto Bartali
Scalpitando sui miei sandali
Da quella curva spunterà
Quel naso triste da italiano allegro

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