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Johan Bruyneel racconta la sua versione sugli anni alla US Postal con Lance Armstrong: “Facevamo parte di una generazione che si è ritrovata con un prodotto non rilevabile tra le mani e che ha trovato il modo per usarlo”

Johan Bruyneel racconta a modo suo la sua epoca. Squalificato sino al 2022, anche se ormai risulta essere persona non grata ed escluso da qualsiasi ruolo nel ciclismo, l’ex direttore sportivo alla US Postal ai tempi di Lance Armstrong, prima di proseguire poi sino al 2012 con Astana e RadioShack, il belga si è raccontato a De Telegraaf, anche riguardo il suo ruolo al fianco del texano nel creare quello che dalla USADA fu definito come il più sofisticato ed organizzato sistema di doping. Il 54enne ammette alcune responsabilità ma rifiuta di aver avuto un ruolo direttivo in quel sistema.

Vi proponiamo dunque alcuni estratti.

EPO: “In quanto corridore, anche io ero professionista ai tempi dell’EPO. All’epoca il prodotto era semplicemente introvabile ai controlli, ma era facilmente reperibile. All’improvviso, c’era gente che andava 5 km/h più veloce e informandosi un po’ si scopriva velocemente quali prodotti facevano la differenza”.

Sul doping organizzato: “Personalmente, ho un problema con questa conclusione che sottolinea l’esistenza di un programma di doping nella nostra squadra. Bisogna sapere che, in quegli anni, se i corridori non beneficiavano di alcuna sorveglianza medica da parte della squadra, potevano trovare EPO da soli. Così sono apparsi ciarlatani come Eufemiano Fuentes, altrimenti molti si iniettavano l’EPO da soli, visto che in alcuni paesi si poteva trovare in farmacia. Non era così difficile…”

Alla US Postal: “Avevamo due grandi principi. Il primo, non mettere mai in pericolo la salute di un corridore. Secondo, i nostri corridori non dovevano mai risultare positivi […] Per non farci beccare avevamo fissato il limite del tasso di ematocrito a 48. Michele Ferrari era l’unico medico a garantirlo […] I medici del ciclismo sono spesso descritti come dei Frankestein, ma quelli con cui sono entrato io in contatto non facevano cose strane[…] In tutti quegli anni, nessun membro della nostra squadra ha mai preso rischi per la salute”.

Il suo ruolo: “Con la mano sul cuore, posso dire di non aver mai obbligato o incoraggiato nessuno a fare o prendere qualsiasi cosa. I corridori sono sempre stati coloro che chiedevano. Non abbiamo mai minacciato nessuno con la pistola […] Tutti hanno avuto un ruolo nella struttura della squadra. Sapevo quel che succedeva, ma non parlerò degli altri. Ognuno deve decidere quel che vuole confessare e assumersi le sue responsabilità. È contro i miei principi invocare la responsabilità degli altri”.

Conclusioni: “È vero che abbiamo danneggiato il ciclismo, lo ammetto. Facevamo parte di una generazione che si è ritrovata con un prodotto non rilevabile tra le mani e che ha trovato il modo per usarlo. E questo è un problema irrisolvibile con il quale il mondo del ciclismo si deve confrontare da anni. Se si vuole correre al più alto livello, non si può evitare di parteciparvi”.

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