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Pagelle Giro d’Italia 2020: la green revolution di Tao Geoghegan Hart, Jai Hindley e Filippo Ganna – Soffrono gli esperti Vincenzo Nibali, Jakub Fuglsang e Rafal Majka

Tao Geoghegan Hart (Ineos Grenadiers), 10 e lode: Quando sull’Etna Geraint Thomas naufragava e lui finiva a oltre 3 minuti in classifica generale sembrava impossibile vederlo oggi in maglia rosa ai piedi del Duomo. Il britannico, invece, ha saputo sfruttare l’opportunità e ha recuperato tappa dopo tappa cominciando a crederci dopo lo strepitoso successo di Piancavallo, dove è l’unico a resistere al forcing della Sunweb. Nell’ultima settimana, poi, compie un vero e proprio capolavoro vincendo proprio nell’ultimo giorno il duello all’ultimo colpo di pedale. Ricambia il supporto di una squadra straordinaria (soprattutto con la terza settimana di Rohan Dennis), che ha saputo reinventarsi per fare quello che le riesce meglio da sempre, ovvero vincere grandi giri, piazzando sempre il colpo giusto al momento giusto. Inoltre, diventa il primo corridore nella storia a vincere il Giro senza mai aver indossato la maglia rosa in corsa, entrando una volta di più nella storia.

Filippo Ganna (Ineos Grenadiers), 10 e lode: Vince tutto quello che può vincere e anche di più. Questo Giro è la consacrazione di colui che secondo alcuni può diventare il più forte cronoman di tutti e tempi. Oltre a questo, nell’arco delle tre settimane dimostra di poter essere molto di più, conquistando un arrivo in salita e lavorando anche per la propria squadra in momenti fondamentali quando la strada sale.

Arnaud Démare (Groupama-FDJ), 9,5: Quattro vittorie di tappa, la maglia ciclamino e uno strapotere negli sprint che raramente si è visto al Giro d’Italia. Corre da padrone le poche tappe pianeggianti, gestendo alla perfezione una formazione costruita intorno a lui. Se una vittoria di tappa era almeno attesa, ottenerne quattro è un’impresa non da poco, soprattutto se condite da una classifica a punti in cui non partiva certo da favorito sul percorso di quest’anno. Perde praticamente soltanto quando decide di non far tirare la squadra per blindare la maglia ciclamino e si concede il vezzo di andare in fuga nell’ultima tappa in linea. Chapeau.

Jai Hindley (Sunweb), 9,5: Conclude sul secondo gradino del podio e con un successo di tappa. Tutto questo senza nemmeno partire con i gradi di capitano. L’australiano, come Geoghegan Hart, viene fuori con il passare dei giorni e soprattutto con la tappa di Piancavallo, dove è lui a fare il forcing. Rimonta fino ad arrivare anche a indossare la maglia rosa per un giorno. Peccato per lui che in quel momento manchino ancora 15 km di cronometro alla fine del Giro, che gli spezzano il sogno sul più bello. Ma è giovane e, come ha detto lui stesso, avrà altre occasioni per provare a vincere.

Wilco Kelderman (Sunweb), 9: Arriva finalmente quel podio in un GT che inseguiva da tanto tempo. Per lunghi tratti della corsa sembra anche il favorito e ha il merito di provarci sempre, fino ad arrivare a prendere la maglia rosa, che però arriva quando ormai è già più in difficoltà rispetto ai due che gli sono arrivati davanti. Gli resterà poi la macchia di essere la maglia rosa nel giorno dell’ammutinamento e di non aver gestito la situazione nel migliore (apprezziamo però almeno la sua sincerità nelle dichiarazioni)

Joao Almeida (Deceuninck-QuickStep), 8: Una delle più grandi sorprese di questo Giro d’Italia. Nelle prime due settimane è uno dei pochi a regalare spettacolo, nonostante indossi la maglia rosa e potrebbe anche permettersi di correre in maniera più difensiva. Alla fine forse paga tutte queste azioni e non ottiene un podio che avrebbe sicuramente meritato, ma può consolarsi sapendo che alla sua età, prima di lui, l’unico che aveva indossato la maglia rosa per quindici era stato Eddy Merckx. Sulle nostre strade forse è nata una nuova stella.

Rohan Dennis (INEOS Grenadiers), 8: Partito con il freno a mano tirato è cresciuto giorno dopo giorno fino ad arrivare a una terza settimana di altissimo livello in appoggio a Tao Geoghegan Hart. La tappa del Sestrière è emblematica in questo senso, con l’australiano che ha sgretolato la concorrenza dell compagno guidandolo alla grande fino agli ultimissimi chilometri.

Pello Bilbao (Bahrain-McLaren), 8: Il Giro è senza dubbio la sua corsa. Dopo aver vinto due tappe lo scorso anno, quest’anno lo spagnolo migliora il suo sesto posto di due anni fa riuscendo a centrare la top 5 finale con una terza settimana in forte crescita, in cui risulta il migliore alle spalle dei due giovani sfidanti. Un risultato ancor più straordinario se si pensa che veniva dal Tour, dove aveva lavorato a lungo per Mikel Landa, ed è uno dei pochi reduci dalla Grande Boucle a ritagliarsi uno spazio da protagonista Italia.

Diego Ulissi (UAE Team Emirates), 7,5: Il toscano corre un Giro d’Italia di straordinaria intelligenza tattica. Non si vede quasi mai in fuga, ma quando tra i favoriti di tappa entra il suo nome lui non delude le aspettative e centra il successo, per ben due volte. Chi crede che sia facile si sbaglia di grosso. Concreto, efficace, spietato quando deve prendersi la vittoria in volata. E ora il numero di tappe nella corsa rosa nel suo palmarès sale a otto.

Ruben Guerreiro (EF Pro Cycling), 7,5: Il portoghese è spesso protagonista nelle fughe di giornata. A Roccaraso corre con estrema intelligenza e batte un Castroviejo che appariva forse più forte di lui in salita, sfiancandolo per poi batterlo grazie a uno spunto migliore. Poi lotta per la maglia azzurra e la ottiene, agevolato dall’infortunio di un generoso e sfortunato Giovanni Visconti (Vini Zabù KTM Brado, 6,5). Un bottino cospicuo per lui, che non era tra i nomi più appariscenti al via.

Davide Ballerini (Deceuninck-Quick-Step), 7,5: Il canturino è sicuramente relegato al ruolo di gregario e questo ne limita le possibilità, ma nell’unica occasione davvero a sua disposizione trova il terzo posto di tappa a Villafranca Tirrena, quando di fatto chiude a pochi centimetri dal successo. Preziosissimo per Almeida, fa un lavoro egregio anche sulla scalata verso Sestriere, dove prima lavora in fuga per Serry e poi in gruppo per il capitano, chiudendo poi nelle prime posizioni. Eclettico, prezioso, brillante.

Fausto Masnada (Deceuninck-QuickStep), 7,5: Chiude in top 10 dopo aver lavorato a lungo per il suo capitano Joao Almeida. Dimostra di trovarsi già a suo agio nel team (dove, non bisogna dimenticarlo, è arrivato appena due mesi fa) e in salita riesce ad andare forse anche più forte delle aspettative, nonostante l’exploit del compagno portoghese. In alcune tappe va in crisi, ma mostra tutta la sua grinta cercando sempre di riportarsi sotto. In futuro lo vedremo ancora a fare classifica al Giro e magari potendo fare classifica in prima persona il nono posto di quest’anno potrà essere ancora migliorato.

Giovanni Visconti (Vini Zabù Zardo KTM), 7: In lotta per la maglia azzurra dopo aver attaccato più volte con coraggio dalla distanza, deve arrendersi sul più bello, in quella terza settimana in cui sulle grandi montagne stava dimostrando di avere le carte in regola per potersela giocare. Senza l’infortunio che lo ha costretto al ritiro, avrebbe potuto lasciare un segno concreto.

Patrick Konrad (Bora-hansgrohe), 7: Vince la sfida interna in casa Bora-Hansgorhe. Partito alla pari con Majka, la convinzione generale è che lui possa essere il primo dei due a crollare. A fine corsa invece l’austriaco è in top 10 e il polacco no, con una differenza in termini di tempo vicina ai dodici minuti. Certo non può esultare per questo, ma può essere più che soddisfatto del suo Giro dove in un paio di occasioni è andato anche vicino al successo di tappa, grazie alle sue abilità da uomo veloce in condizioni di gruppo ristretto.

Peter Sagan (Bora-Hansgrohe), 7: È vero, l’obiettivo della maglia ciclamino gli sfugge, e per di più non riesce a vincere neanche una volata. Ma di fronte a un Démare in forma spaziale e, soprattutto, con un’intera squadra costruita intorno a lui, era difficile riuscire a fare di più. Ottiene tanti piazzamenti su terreni diversi, poi si inventa un successo di tappa in una giornata da vero fenomeno. La sua prima esperienza al Giro regala lo spettacolo atteso, anche quando fa più fatica del previsto a ottenere un successo. Grazie, Peter.

Jonathan Caicedo (EF Pro Cycling), 7: Sorprende tutti con una giornata di gloria sull’Etna, dove riesce a regolare i fuggitivi e soprattutto a resistere al tentativo di rientro da parte del gruppo maglia rosa. Peccato non aver neanche provato a prendere un secondo di abbuono al traguardo volante che, con il senno di poi, gli avrebbe dato la gioia di indossare la maglia rosa. Una piccola pecca in una giornata di gloria per l’ecuadoriano.

Alex Dowsett (Israel Start-Up Nation), 7: Vincere una tappa al Giro d’Italia non è mai semplice. Vincerla quando non si è il più forte tra i fuggitivi è un autentico capolavoro. Il britannico va presto in difficoltà sui muri di Vieste, ma con l’aiuto di Matthias Brändle rientra sugli altri attaccanti di giornata e allunga in pianura, per sfruttare le sue doti da cronoman per il secondo successo di tappa in carriera alla corsa rosa. Un acuto che dovrebbe allungargli la carriera.

Jhonathan Narvaez (Ineos-Grenadiers), 7: Ha praticamente una sola opportunità e la sfrutta nel migliore dei modi, coronando la fuga sul difficile arrivo di Cesenatico. Se è vero che il problema a Padun lo agevola verso la vittoria finale, l’ecuadoriano ha il merito di continuare a insistere fino alla fine e di distanziare il suo avversario nell’inseguimento. Un altro giovane gioiellino nella squadra britannica.

Jan Tratnik (Bahrain-McLaren), 7: Lo sloveno si impone a San Daniele del Friuli correndo con grandissima intelligenza. Sapendo di non essere il più forte in salita, allunga e si fa una ventina di chilometri da solo prima di venire ripreso da O’Connor sull’ultima ascesa. Con lucidità, rimane con l’australiano e gli lascia esaurire le cartucce prima di dare fuoco sullo strappo finale e andarsi a prendere il sigillo più importante della carriera.

Ben O’Connor (NTT Pro Cycling), 7: L’australiano forse è riuscito a far sbocciare un talento che finora era rimasto grezzo. Si lascia beffare da Tratnik a San Daniele del Friuli, con qualche rimpianto sul modo in cui ha gestito la corsa. Il giorno dopo però si riscatta nel migliore dei modi a Madonna di Campiglio, battendo in fuga scalatori di alto livello come Pernsteiner e Zakarin, oltre al maestro delle fughe De Gednt. Non a caso, poco dopo arriva l’ufficialità che rimarrà nel World Tour anche nella prossima stagione.

Josef Cerny (CCC Team), 7: Saper cogliere l’attimo, nel ciclismo come nella vita, è una qualità importantissima che non appartiene a tutti. In una giornata segnata dalle polemiche per la protesta del gruppo, entra nella fuga, lotta per portarla via e si fa trovare pronto su ogni allungo, per poi attaccare al momento giusto a una ventina di chilometri dall’arrivo e sfruttare le sue doti di passista per cogliere il successo che può valere una carriera. Talento forse mai esploso completamente, a 27 anni si concede la chance di riprovarci ancora su palcoscenici di livello.

Simon Pellaud (Androni Giocattoli-Sidermec), 7: Tante fughe per il corridore svizzero del team di Gianni Savio. Il 27enne non riesce ad ottenere alcun successo (quinto posto nella dodicesima tappa il suo miglior risultato) ma riesce a portarsi a casa la classifica dei traguardi volanti, graduatoria minore ma che garantisce premi e visibilità per lui e per la squadra.

Mikkel Honoré (Deceuninck-Quick-Step), 6,5: Il danese vive all’ombra dei compagni più veloci, però è sempre importante per l’equilibrio della squadra e riesce anche a portarsi a casa tre buoni piazzamenti in tappe complicate come quelle di Agrigento, Matera e Monselice. Una buona base da cui ripartire per uno dei tanti giovani talentuosi alla corte di Patrick Lefevere.

Harm Vanhoucke (Lotto Soudal), 6,5: Il 23enne scalatore belga rimane in classifica per metà Giro, piazzandosi bene sia sull’Etna che a Camigliatello Silano. Purtroppo naufraga nella tappa di Cesenatico ma non si abbatte e ai fa vedere poi in fuga nella tappa di Madonna di Campiglio, chiusa al sesto posto. Dopo avere portato a termine la Vuelta dell’anno scorso, arriva in fondo anche al Giro mettendo le basi per un futuro interessante.

Andrea Vendrame (Ag2r La Mondiale), 6,5: Quattro piazzamenti tra i primi dieci per il veneto, che pur non essendo un velocista puro lotta con grinta nelle volate di gruppo. In una squadra senza uomini di classifica, prova anche la fuga da lontano in più di un’occasione, persino in tappe poco adatte alle sue caratteristiche, come quella con l’arrivo a Sestriere, dove chiude quinto. Manca solo il successo per rendere migliore il suo Giro più che buono.

Mattia Bais (Androni Giocattoli-Sidermec), 6,5: Come per il compagno di squadra Pellaud, anche per lui molte giornate in fuga, tant’è che il 24enne conquista la classifica dedicata ai fuggitivi, con 458 chilometri totali passati all’attacco. Nessun piazzamento di rilievo per lui, ma comunque una buona gara per un corridore al primo GT della carriera, nella sua prima stagione da professionista.

Matteo Fabbro (Bora-hansgrohe), 6,5: L’uomo per ogni occasione della Bora-Hansgrohe. Che si tratti di dover lavorare in cima all’Etna per gli uomini di classifica o nelle tappe mosse per far staccare i velocisti, in testa al gruppo c’è sempre lui. Si regala anche una giornata di libertà quando la corsa passa dalle sue strade andando in fuga, ma non riesce a far meglio dell’ottavo posto sul traguardo di San Daniele del Friuli.

Hermann Pernsteiner (Bahrain-McLaren), 6,5: Centra la sua prima top 10 in un GT. Un risultato ottenuto di forza entrando in fuga nella tappa di Madonna di Campiglio, dove chiude secondo alle spalle di Ben O’Connor. Il resto della corsa è per lui come sempre segno di regolarità, che lo trasforma spesso anche in un supporto importante per Pello Bilbao, che forse anche grazie al suo aiuto riesce a chiudere in crescendo.

Thomas De Gendt (Lotto Soudal), 6: Almeno ci prova. Non riesce a ottenere un successo di tappa, che era sicuramente l’obiettivo, ma è davvero difficile rimproverargli qualcosa. A differenza di quanto aveva fatto al Tour, lo si vede spesso all’attacco, come dimostra anche il successo nella classifica della combattività, premio con il quale potrà certamente consolarsi del mancato successo di tappa, che non è arrivato semplicemente perché c’erano corridori che andavano più forte di lui.

Victor Campenaerts (NTT), 6: Buon Giro d’Italia per il passista belga al quale manca soltanto l’acuto. A cronometro non brilla come meriterebbe, non arrivando vicino al successo in nessuna delle tre prove disputate, ma è da lontano che sfiora l’impresa nella discussa tappa di Asti. Purtroppo per lui si è ritrovato contro un Josef Cerny in giornata di grazia, così come un Ganna troppo forte l’ultimo giorno.

Domenico Pozzovivo (NTT), 6: Terza settimana amara per il lucano, che non riesce più ad avere l’ottima condizione delle prime due e termina mestamente fuori dalla top ten in una corsa in cui qualcuno pronosticava addirittura la possibilità di vederlo finalmente sul podio. Troppo travagliata la sua stagione, tra infortuni e cadute, per sperare di vederlo davvero al 100% per tutto il Giro. Ma signori, che grinta. A 37 anni.

José Alvaro Hodeg (Deceuninck-Quick-Step), 5,5: Il terzo posto di Rimini non lo salva del tutto da una bocciatura in un Giro d’Italia in cui i nomi per le volate non erano moltissimi. Il colombiano non sembra aver trovato il salto di qualità che gli si chiedeva: non bella l’immagine dell’arrivo di Brindisi, quando di fatto arriva di fianco a Ballerini, che gli ha tirato la volata.

Brandon McNulty (UAE Team Emirates), 5,5: Alla fine si è rivelato un mezzo bluff. Dopo la cronometro del Prosecco sembra addirittura in grado di lottare per il podio, ma nell’ultima settimana, forse anche perché non aveva mai fatto una corsa di tre settimane, crolla progressivamente. Alla fine chiude quindicesimo con un ritardo di 38’10”, troppi per raggiungere la sufficienza. Tuttavia ha soli 22 anni e ogni GT portato a termine regala un enorme bagaglio di esperienza, che potrà tornargli utile già a partire dal prossimo anno.

Jakob Fuglsang (Astana), 5: Il danese iniziava questo Giro d’Italia con ben altre ambizioni rispetto al sesto posto a oltre sei minuti dalla maglia rosa con cui lo conclude. D’accordo, la fortuna non è sempre dalla sua, ma lo zero alla voce “successi di tappa” non gioca a suo favore. La netta impressione è questa potesse essere l’occasione della vita per provare il podio in un Grand Tour, con tutti i rivali più accreditati fuori dai giochi. Insufficienza non piena perché c’è l’attenuante di aver corso senza squadra in salita dopo i forfait di Lopez e Vlasov.

Vincenzo Nibali (Trek-Segafredo), 5: Lasciato spesso troppo solo per la grande sfortuna che ha colpito il team risparmiando quasi il solo eccellente Jacopo Mosca (7,5), il siciliano comunque non è stato di certo quello dei giorni migliori. Le prime due settimane passano nell’attesa della terza, restando a galla come può, ma quando arrivano le sue salite e le sue tappe non ne ha per fare la differenza, dovendo subire la corsa e restando, più o meno, nelle posizione di vertice più di testa che di gambe. A quasi 36 anni gli si poteva chiedere di più? La domanda è di difficilissima risposta…

Fernando Gaviria (UAE Team Emirates), 5: Il colombiano era uno degli uomini più attesi per le volate, con anche qualche uomo a sua disposizione per il treno, ma stecca completamente l’appuntamento. A Matera è sfortunato e non può disputare lo sprint, ma nelle due occasioni che ha non va mai oltre il settimo posto di Rimini. Troppo poco per uno come lui. La seconda positività al coronavirus pone fine in anticipo a una stagione sfortunata.

Rafal Majka (Bora-Hansgrohe), 5: Il polacco parte con speranza di podio, ulteriormente alimentate dopo gli scossoni della prima settimana. Quando però ci si aspetterebbe di vederlo davanti con la sua esperienza, la luce si spegne prima lentamente, poi improvvisamente e senza una spiegazione sulla prima ascesa verso Sestriere. Non chiude nemmeno in top ten, senza successi di tappa, in una corsa in cui era pronosticato tra i primi 5/6 favoriti. E tre di questi non hanno superato il primo giorno di riposo. A 31 anni, non è detto che avrà altre occasioni così ghiotte.

Ilnur Zakarin (CCC Team), 5: Ahi ahi Ilnur. Il russo in passato aveva fatto vedere ottime cose nelle corse da tre settimane, per poi diventare un corridore discontinuo ma almeno in grado di strappare un successo di tappa. In questo Giro, sicuramente al suo livello per un piazzamento in classifica generale, non riesce né a lottare per una top ten né per una vittoria parziale. Il quarto posto a Madonna di Campiglio, battuto da corridori con un palmarès decisamente meno ricco del suo, non salva certo la corsa e la stagione. L’attenuante è la caduta con infortunio al Tour. Tornare in Gazprom, comunque, potrebbe fargli bene.

Elia Viviani (Cofidis), 4,5: Stagione da dimenticare purtroppo per il veneto. Riesce a gettarsi nella mischia in volata soltanto a Villafranca Tirrena, dove chiude in quinta posizione, e a Rimini, decimo: in un Giro con una squadra costruita intorno a lui non ci sono scusanti. Poi la sfortuna ci mette del suo, come quando viene colpito da una moto di corsa che sbaglia manovra. L’impressione è proprio che in questo periodo, se una cosa può andargli storta, lo fa. È un campione olimpico e siamo certi che si rifarà.

Jonathan Dibben (Lotto Soudal), 10: Sei ore e tredici di ritardo da Tao Geoghegan Hart gli valgono la maglia nera di questo Giro d’Italia. La tanta fatica non gli ha impedito di onorare l’impegno fino all’ultimo riuscendo nell’impresa di portare a termine le tre settimane, impresa già non semplice di per sé, e ancora più difficile in un periodo come quello in cui stiamo vivendo. Il 10 è dunque per lui e simbolicamente per tutti quelli che sono riusciti, tra mille difficoltà, a portare a termine la corsa, organizzatori compresi.

Jumbo-Visma, 0: Un comportamento più che discutibile quello della compagine neerlandese. Dopo aver scoperto della positività al Covid-19 di Steven Kruijswijk decidono di abbandonare la corsa, venendo meno al protocollo e senza consultarsi con gli organizzatori. Jos Van Emden ci mette poi il carico da 90 dichiarando che in Sicilia la bolla non è stata impenetrabile, peccato che lui in Sicilia ci sia stato dieci giorni prima e non abbia mai parlato finché è rimasto all’interno del gruppo. Questi comportamenti danno il via a una serie di dichiarazioni e polemiche anche da parte di altri corridori, con qualcuno che accusa la Sunweb di essere rimasta in corsa solo perché aveva degli uomini ben posizionati in classifica. La Sunweb, però, si è attenuta al protocollo, cosa che non ha fatto la compagine di Richard Plugge, con la sensazione che forse siano stati loro a voler abbandonare la corsa perché non avevano più alcun interesse dopo aver perso il proprio uomo di classifica.

Michael Matthews (Sunweb), sv: Il Covid-19 lo ferma proprio sul bello. La positività al coronavirus lo costringe infatti ad abbandonare la corsa alla vigilia di una tappa a lui favorevole e dopo aver collezionato tanti piazzamenti nella prima settimana. Addirittura in alcuni tratti lo si era visto lavorare in montagna a favore dei capitani ed è certo che anche lui come Peter Sagan avrebbe provato a rendere dura la vita ad Arnaud Démare in ottica Maglia Ciclamino. Peccato non averlo potuto vedere in azione per tutte le tre settimane.

Simon Yates (Mitchelton-Scott), sv: Gli va concesso il beneficio sulla delusione dell’Etna, decisamente sotto le aspettative, che potrebbe essere una conseguenza del fatto che il sistema immunitario stava già combattendo con il virus che lo ha poi escluso dalla corsa pochi giorni dopo. L’Italia non sembra portagli bene.

Geraint Thomas (Ineos-Grenadiers), sv: Partito con le insegne del favorito, non ha la possibilità di dimostrare di poter vincere dopo che una borraccia lo mette fuori dai giochi già prima della prima salita della corsa. Credo che tutti, vedendo i suoi gregari spadroneggiare nelle salite della terza settimana, si chiedono come sarebbe stato il Giro con Mister G e come avrebbe potuto perderlo senza quella borraccia.

Giulio Ciccone (Trek-Segafredo), sv: L’abruzzese arriva in condizioni precarie dopo aver contratto il coronavirus nelle settimane precedenti la corsa e un tentativo di recupero lampo. Sin dai primi giorni appare in sofferenza, ma deve accumulare chilometri in vista della terza settimana. Purtroppo non ci arriva per colpa di una bronchite.

Steven Kruijswijk (Jumbo-Visma), sv: Il neerlandese non è giudicabile. Arrivato dopo un mese e mezzo senza corse, riesce a difendersi nella prima settimana, con un unico segno di cedimento a Roccaraso. Anche in questo caso però il tampone positivo del giorno dopo chiarisce che non poteva essere al massimo della forma in quell’occasione. E anche per lui il rimpianto è enorme. Come per i britannici, il conto con l’Italia rimane aperto. Peccato.

Aleksandr Vlasov (Astana), sv: Sfortunato il russo, costretto a lasciare la corsa nella seconda frazione a causa di problemi gastrointestinali. La sua presenza avrebbe certamente fatto comodo a Fuglsang lungo le tre settimane, ma non è da escludere completamente un ruolo maggiormente significativo del 24enne nel prosieguo di gara.

Miguel Angel Lopez (Astana), sv: Ancor più sfortunato il colombiano, che per colpa di un tombino cade durante la cronometro inaugurale di Palermo, dicendo subito addio al Giro. Come Vlasov, anche il 26enne scalatore sarebbe stato prezioso gregario per il capitano del team kazako nelle tappe di montagna.

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