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Pagellone 2018, N: Naesen, Narvaez, Navarro, Neilands, Nibali, Nieve, Nizzolo

Prosegue il nostro Pagellone 2018. L’anno solare è ormai in conclusione la redazione di SpazioCiclismo ha deciso ancora una volta di tirare le somme di una lunga annata. Da gennaio ad ottobre, dal Tour Down Under alla Japan Cup, la stagione è stata intensa e dalla A alla Z abbiamo deciso di assegnare un voto ai principali protagonisti, tenendo conto dei risultati conseguiti rispetto alle aspettative, al lavoro svolto per i compagni, ovviamente senza dimenticare eventuali problemi in cui i corridori possono essere incappati. Dalle grandi sorprese alle grosse delusioni (che abbiamo già approfondito con i relativi approfondimenti), tracciamo una linea sul 2018 prima di affacciarci al nuovo anno.

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LETTERA H

Nathan Haas (Katusha-Alpecin), 6: Il passaggio alla Katusha sembrava il preludio a un possibile salto di qualità nelle classiche, dove aveva ben figurato nel 2017. Alla fine non è così, e complici alcuni problemi fisici non riesce a rendere al meglio in primavera, dove si trovano le corse a lui più congeniali. Strappa la sufficienza con il successo di tappa al Tour of Oman (dove vince la classifica a punti e chiude quinto nella generale) e qualche piazzamento interessante, come il terzo posto al Giro di Turchia e il secondo in una volata del Giro di Svizzera.

Kristoffer Halvorsen (Team Sky), 6: Il suo primo anno da professionista gli serve più che altro per prendere le misure con i grandi, ma questo non gli impedisce di gettarsi nella mischia e cogliere qualche risultato nei primi cinque in volata tra Abu Dhabi, corse norvegesi e BinckBank Tour. Una buona base verso risultati migliori.

Chris Hamilton (Sunweb), 6,5: Riesce a rendersi utile per i propri capitani sulle Ardenne, prima di mettersi a disposizione di Dumoulin al Giro d’Italia, risultando uno degli uomini più preziosi per il neerlandese. Nel finale di stagione coglie anche la sua prima top ten in classifica generale, con il nono posto al Tour of Britain. L’australiano può togliersi qualche soddisfazione in futuro e il Team Sunweb sembra puntare molto su di lui.

Adam Hansen (Lotto Soudal), 6: Arrotonda il suo record di Grand Tour conclusi consecutivamente arrivando a 20 con il Giro d’Italia, prima di decidere di non partecipare al Tour per poter cercare, in futuro, di essere protagonista e non solo partecipante alle corse da tre settimane. La sua costanza rimane comunque un esempio per tutti gli appassionati. L’anno prossimo lo vedremo probabilmente non solo attivo per i propri capitani, ma magari anche più protagonista nelle fughe di giornata.

Sebastian Henao (Team Sky), 5,5: Si conferma un discreto gregario, anche se la decisione del Team Sky di non inserirlo nelle squadre per i tre Grand Tour è di per sé una sentenza. Il colombiano è prezioso per Bernal alla Colombia Oro y Paz, ma è forse l’unica occasione in cui riesce a lavorare in maniera decisiva per un compagno. L’unico risultato degno di nota è la top ten alla Vuelta a Burgos, poco per le sue potenzialità. Rimandato, anche quest’anno.

Sergio Henao (Team Sky), 5: Presentatosi da campione in carica alla Parigi Nizza, fallisce completamente l’appuntamento francese chiudendo dodicesimo in una corsa priva di grandissimi nomi. La top ten sfiorata alla Freccia Vallone e ottenuta alla Liegi Bastogne Liegi è l’unico risultato personale, al di fuori di un quarto posto in Colombia a febbraio. Aiuta Froome, senza risultare decisivo, al Giro d’Italia, dove spesso si stacca prima del previsto. Non trova spunti personali in una Vuelta in cui avrebbe avuto discreto raggio d’azione. Un passaggio a vuoto dopo tante stagioni convincenti.

Michael Hepburn (Mitchelton-Scott), 5,5: Da gregario svolge sempre il suo compito, risultando affidabile in pianura. Nelle poche occasioni che ha di mettersi in proprio non riesce a far vedere le sue qualità, a volte non cercando la fuga, a volte non trovandola. Anche in un Tour de France senza Ewan e con Yates fuori classifica non si ritaglia mai il suo spazio, quando avrebbe avuto una chance più unica che rara per mostrare i suoi punti di forza.

Ben Hermans (Israel Cycling Academy), 6: Le aspettative della formazione israeliana su di lui erano molto alte e la sua stagione le ha ripagate solo in parte. Nelle grandi corse non riesce mai a trovare il colpaccio, rinunciando presto a fare classifica al Giro d’Italia per cercare una vittoria di tappa che non arriva e non viene nemmeno sfiorata. Riesce tuttavia a riscattarsi con la vittoria di una frazione e della classifica generale del Giro d’Austria, ottenendo piazzamenti al Tour of Utah (secondo) e all’Okolo Slovenska (quarto). Gli manca il grande acuto.

Jesus Herrada (Cofidis), 6: Stagione a dir poco anonima salvata da un quarto posto agli europei di Glasgow, dove non ha le energie per anticipare una volata in cui partiva evidentemente battuto, e soprattutto dai due giorni in maglia rossa alla Vuelta a España, conquistata con la tenacia di diverse fughe nei primi giorni. Il carattere è quello giusto, la condizione quasi mai.

José Herrada (Cofidis), 5: Per lui vale lo stesso discorso del fratello, senza il bonus dell’exploit spagnolo. Cerca in più riprese la fuga, ma anche quando si trova al posto giusto nel momento giusto non coglie l’occasione. Il suo miglior risultato è il quinto posto in una tappa del Giro dei Paesi Baschi, decisamente poco per le sue ambizioni e le sue possibilità.

Jan Hirt (Astana), 5: Il passaggio in una squadra WorldTour lo relega a un ruolo da gregario, come in parte prevedibile. Il ceco tuttavia si accontenta di questo, senza mai nemmeno pensare a ritagliarsi lo spazio per qualcosa di più. Mai in fuga nelle corse importanti, non riesce nemmeno a essere tra gli ultimissimi del treno Astana in salita. Eppure al Tour of the Alps aveva mostrato di poter ambire a qualcosa di più.

Alvaro Hodeg (Quick-Step Floors), 8: Tra i neopro, è tra quelli che sorprende di più. Da quando vince l’Handzame Classic ci prende gusto, ripetendosi tre giorni dopo nella prima tappa del Giro di Catalogna. Nella seconda parte della stagione trova il un altro successo in una corsa World Tour trionfando in una frazione del Giro di Polonia al cospetto di alcuni grandi nomi, prima di ripetersi al Giro di Germania e al Giro di Turchia. Il suo bottino finale parla di cinque vittorie, davvero cospicuo per un classe ’96 alla sua prima esperienza tra i professionisti. Un nuovo talento colombiano si prepara a battagliare con i migliori velocisti del mondo.

Hugo Hofstetter (Cofidis), 7,5: Ottiene il primo successo in carriera da professionista, imponendosi nella tappa d’apertura del Tour de l’Ain. La sua incredibile costanza nelle classiche, in Francia e in Europa, gli permette di racimolare punti preziosi nella classifica UCI, tanto da riuscire a conquistare l’Europe Tour. Una soddisfazione non da poco per il classe ’94, che nella prossima stagione può iniziare a pensare di cimentarsi anche nelle gare con una concorrenza più agguerrita.

LETTERE I-J

Daril Impey (Mitchelton-Scott), 7: Inizia sorprendendo tutti al Tour Down Under, dove grazie al suo spunto in volata e la sua capacità di tenere su salite brevi ottiene tre secondi posti di tappa, tra cui quello a Willunga Hill che gli permette di conquistare la classifica generale. Si ripete poco dopo con il terzo posto alla Cadel Evans Great Ocean Road Race e gli agevoli successi nel campionato nazionale (a cronometro e in linea). Torna grande protagonista al Giro del Delfinato, in cui ottiene la prima tappa in linea e difende con i denti la maglia della classifica a punti.

Beñat Intxausti (Team Sky), sv: Un’altra stagione parecchio sfortunata per il basco, che dal 2016 convive con una forma di mononucleosi che ne condiziona pesantemente le prestazioni. Il suo bilancio parla solo di tre partecipazioni, con i ritiri a Tour of Norway e Classica di Amburgo intervallati dall’Hammer Stavanger, che non ha ancora il prestigio delle altre corse. Impossibile dare una valutazione, consapevoli delle enormi difficoltà che sta vivendo il corridore, che nel 2019 proverà a ripartire dalla Euskadi-Murias, dove anche solo la sua esperienza potrà essere preziosa.

Fabio Jakobsen (Quick-Step Floors), 8: Inizia imponendosi nelle classiche di un giorno meno quotate, finisce battendo alcuni dei big in volata. Il neerlandese non paga per nulla il salto nell’élite e porta a casa sette vittorie, dalla Danilith Nokere Koerse ai sigilli al Tour of Guangxi passando per la sua prima volta in una corsa WorldTour, nella prima frazione del BinckBank Tour. Se nelle prime vittorie si nota la freschezza del giovane, con il passare dei mesi comincia ad assumere maggiore consapevolezza delle proprie qualità, iniziando a muoversi da leader. Ha le carte in regola per diventare protagonista ai massimi livelli del ciclismo internazionale. Con queste premesse, sarebbe strano il contrario.

Bob Jungels (Quick-Step Floors), 7,5: Nelle corse a tappe ancora non riesce a confermarsi, rimanendo ai piedi della top ten al Tour de France e lontano dai migliori nelle competizioni più importanti. La giornata che vale una stagione, e forse un’intera carriera, è però l’azione meravigliosa con cui trionfa alla Liegi Bastogne Liegi, partendo di soppiatto senza farsi notare dai favoriti per poi far valere le sue doti di cronoman per incrementare il suo vantaggio fino al traguardo. Impreziosisce il suo 2018 confermandosi campione nazionale in linea e a cronometro, ormai quasi una formalità, e ottenendo la medaglia d’oro nella cronosquadre di Innsbruck 2018. Un’annata che rimarrà marchiata a fuoco nella sua carriera.

LETTERA K

Wilco Kelderman (Sunweb), 6: Dopo il secondo posto nella classifica generale dell’Abu Dhabi Tour e il quinto al Giro di Svizzera, intervallato dalla parentesi opaca alla Tirreno-Adriatico, una caduta durante la prova in linea dei Campionati Nazionali ne pregiudica la seconda metà di stagione. Costretto a saltare il Tour de France, dove avrebbe potuto decisamente elevare le chance di vittoria finale di Dumoulin, non riesce a ripetersi sui livelli che gli erano appartenuti un anno fa alla Vuelta, dove riesce appena a chiudere la top ten della classifica generale senza mai lottare con i migliori nelle tappe di montagna. Esce dal GT iberico con una buona condizione che gli permette di essere pimpante al Mondiale (16° in appoggio a Dumoulin) e ancora alla Tre Valli Varesine e alla Milano-Torino, entrambe chiuse al 6° posto.

Peter Kennaugh (Bora-Hansgrohe), 6: L’esperienza che porta con il suo arrivo dopo la lunga parentesi nel Team Sky non si traduce in risultati eclatanti. Per il secondo anno consecutivo non prende parte a nessun GT e coglie l’unica vittoria nel GP Pino Cerami, ottenuta dopo una prima metà di stagione avara di picchi di rendimento. Va meglio negli ultimi mesi, quando arriva vicinissimo al colpaccio in Québec e alla Tre Valli Varesine, in entrambe le circostanze facendo valere le sue indiscutibili doti sul passo. Sebbene non segua il calendario di Sagan e gli sia concesso di sparare qualche cartuccia per sé, combina meno di quanto fosse lecito attendersi.

Ben King (Dimension Data), 7: Di nome e di fatto per una settimana, quella in cui, durante la Vuelta di Spagna, confeziona le due vittorie più importanti della sua carriera. A 29 anni suonati lo statunitense si conferma un fuggitivo spietato e ad Alfacar e verso La Covatilla, elevando esponenzialmente la caratura di una stagione altrimenti vissuta in linea con l’andamento della squadra. Prima e dopo, al netto della mancanza di un vero e proprio capitano da salvaguardare, la sua presenza in corsa è spesso intangibile.

Robert Kiserlovski (Katusha-Alpecin), 5,5: Costella di “DNF” la sua traiettoria stagionale, che conosce una brusca interruzione nelle battute iniziali del Tour de France. Chiamato a correre in appoggio a Zakarin, il croato si frattura una clavicola chiudendo anzitempo un’annata che, dopo il rientro, non lo vedrà più tagliare il traguardo delle corse cui prende parte. In precedenza aveva combinato poco anche nelle Ardenne, cogliendo il miglior risultato personale nel Tour de Yorkshire, concluso ai piedi del podio correndo da capitano.

Marcel Kittel (Katusha-Alpecin), 4: L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare. La prima stagione con la nuova divisa è questione di mancanza: di vittorie, di feeling coi compagni, di capacità di reinventarsi. Senza un treno adeguato alle sue caratteristiche, il tedesco si appiattisce su livelli mediocri che non vengono riabilitati dal duplice successo alla Tirreno-Adriatico ed esplodono in tutta la loro violenza nell’affaire Tour de France. L’incapacità del team russo di mettergli a disposizione un treno efficace va di pari passo con una leadership carente in termini di esempi e personalità, come dimostrato dalla querelle a mezzo stampa avvenuta durante la Grande Boucle.

Leopold Konig (Bora-Hansgrohe), sv: Un inverno fa aveva rilanciato con ambizione e un pizzico di spavalderia: “Nel 2018 punto al podio del Tour de France”. Invece anche la seconda stagione con la nuova divisa si tinge di giallo per un’assenza dalla scena sulla quale, per stessa volontà del corridore, non vengono fornite informazioni. In tutto si attacca il dorsale otto giorni, ritirandosi due volte in Spagna a gennaio (Trofeo Serra de Tramuntana e Trofeo Lloseta) e non prendendo il via da Numana nella sesta tappa di una Tirreno-Adriatico in cui era stato fino ad allora spettatore non pagante. Dal 12 marzo in poi non si hanno più avute sue notizie.

Roman Kreuziger (Mitchelton-Scott), 7: Conferma tutta la sua solidità sia quando è chiamato a vestire i panni del gregario, facendo la sua parte nel Giro d’Italia dominato in lungo e in largo da una Mitchelton cui è mancata solo la ciliegina finale, sia quando ha licenza di fare la corsa per sé. Nelle Ardenne scrive un compendio sulla regolarità, promuovendo l’azione che lo porta a lambire il bis all’Amstel e piazzandosi davanti anche alla Freccia (4°) e nella Doyenne (8°). Dopo aver rifiutato con un’estate poco lusinghiera sotto il profilo dei risultati, si piazza sesto in un Mondiale da fondisti e nel quale, pur correndo sempre in difesa, può far valere la benzina diesel di cui dispone.

Alexander Kristoff (UAE Team Emirates), 6: Salva almeno numericamente la stagione della squadra, tamponando i chiaroscuri della sua con il successo scintillante sui Campi Elisi. Partito bene con le vittorie in Oman e ad Abu Dhabi e davanti anche alla Sanremo (4°), evapora nelle classiche del Nord trovandosi sempre a corto di energie nelle fasi cruciali delle gare. A poco serve l’ennesimo successo in carriera a Francoforte, cui fa seguito quelli al GP d’Argovie prima di una Grande Boucle che, gioia finale a parte, lo relega sempre in seconda linea fin quando il lotto dei pretendenti negli arrivi a ranghi compatti è di alto livello.

Steven Kruijswijk (LottoNL-Jumbo), 7,5: Per la prima volta in carriera rischia l’accoppiata Tour-Vuelta e i risultati gli danno pienamente ragione. Sfrutta meglio di chiunque altro la compresenza di un altro uomini di classifica in squadra (Roglic in Francia, potenzialmente Bennett in Spagna) muovendosi da lontano fin quando non mette paura in classifica e poi rivelandosi il solito duro quando c’è da stringere i denti. Porta a casa un quinto e un quarto posto finale che gli fanno scrollare di dosso l’ingombrante etichetta di “meteora” che si era cucito addosso in Italia. Premio alla regolarità che viene sublimato anche attraverso i piazzamenti finali nei 10 in Catalogna, Romandia e Svizzera.

Merhawi Kudus (Dimension Data), 5,5: La sola conquista del titolo nazionale in linea non salva completamente la stagione del 24enne eritreo, dal quale ci si attendevano progressi maggiori. Fallisce soprattutto l’appuntamento della Vuelta, alla quale si è presentato sulla scia di una Vuelta a Burgos incoraggiante e senza oneri di gregariato, considerando l’inconsistenza del capitano Meintjes. Invece in Spagna non combina granché, centrando sporadicamente l’azione giusta e senza mai riuscire a capitalizzarla. In precedenza qualche discreto piazzamento (9° in Oman) e poco più.

Stefan Kung (BMC Racing Team), 6,5: Fotocopia quasi alla perfezione la stagione precedente, con tre vittorie che giungono tutte a cronometro. Due sono uguali (campionati nazionali e BinckBank) mentre trasferisce quella del Giro di Romandia fino al Giro di Svizzera. Cambia pochissimo la sostanza, soprattutto perché buca oltre ogni aspettativa sia la rassegna continentale che quella iridata, piazzandosi rispettivamente 7° e 12° nell’esercizio. Per il resto si conferma pedina importante per le dinamiche di squadra nelle corse a tappe, potendo mettere le sue qualità al servizio dei compagni nelle cronosquadre.

Michal Kwiatkowski (Sky), 7: Le generali di Algarve, Tirreno-Adriatico e Giro di Polonia non costituiscono un’indicazione definitiva sulla metamorfosi in corridore da grandi giri. Il polacco continua infatti ad esprimere il massimo del suo potenziale nelle brevi corse a tappe e in quella in linea, mentre nei GT corre da gregario di gran lusso in Francia e in Spagna si affievolisce presto dopo aver spaventato tutti nelle primissime giornate. Il passo indietro nelle classiche, soprattutto nelle Ardenne, viene parzialmente mitigato dai netti miglioramenti a cronometro che lo portano a sfiorare una medaglia iridata nella specialità.

LETTERA L

Bjorg Lambrecht (Lotto Soudal), 6,5: Ventuno anni compiuti a stagione in corso, la speranza della Lotto per le corse a tappe del futuro ha prodotto un apprendistato soddisfacente. Conquista l’unico successo al Tour des Fjords, piazzandosi secondo nella classifica generale, e nel complesso dimostra una buona continuità di rendimento misurandosi con profitto negli appuntamenti World Tour. Interpreta all’attacco il primo GT della sua carriera tra i prof, giungendo quarto sul duro traguardo di La Camperona nella tredicesima tappa della Vuelta, e chiude la stagione con un solo rimpianto: il titolo iridato Under 23 sfumato in discesa dopo essersi dimostrato il più brillante in salita.

Yves Lampaert (Quick-Step Floors), 7,5: Anno dopo anno continua a scalare gerarchie nella corazzata belga, soprattutto nelle classiche. Bissa il successo del 2017 nella Dwars door Vlaanderen, stavolta sfruttando più le sue doti che non lo strapotere tattico della squadra, che gli servirà invece (per informazioni chiedere a Gilbert) per allungare per la prima volta le mani sul titolo nazionale in linea, giunto un anno dopo quello a cronometro. Protagonista anche sulle strade del Tour de France, è il migliore tra i suoi nell’attesa tappa con arrivo a Roubaix, chiusa al terzo posto contro due aficionados della località, e si piazza anche sesto allo sprint. Protagonista anche in autunno, sfiora il colpo nella Binche-Chimay-Binche.

Mikel Landa (Movistar), 6: Una sola vittoria di tappa, alla Tirreno-Adriatico, nessuna classifica generale aggiunta al palmarès e un fastidioso senso di incompiutezza. Va in archivio così la prima annata del basco nella corazzata di Unzué, nella quale era arrivato con l’obiettivo di aumentare il potenziale bellico da innescare sulle strade del Tour de France. Dopo un avvio incoraggiante di stagione (6° a Ruta del Sol e Tirreno-Adriatico, 2° ai Paesi Baschi), l’ex Sky – complice anche un pizzico di sfortuna nella prima settimana – non è riuscito a ripetersi sui livelli del 2017 alla Grande Boucle e, soprattutto, non ha approfittato della compresenza e delle defaillance di Valverde e Quintana per conquistare senza possibilità di replica i galloni di capitano unico. Giunto settimo a Parigi, ha lasciato sull’asfalto della Classica di San Sebastian i propositi di tornare protagonista tra Vuelta e Mondiale.

Christophe Laporte (Cofidis, Solutions Crédits), 7: L’impressionante, e forse inattesa, sequenza di successi di inizio stagione lo rende il velocista di punta in squadra a scapito di Bouhanni. I colpi sparati tra Etoile de Bessèges, Tour La Provence, Tro-Bro Léon, Giro del Belgio e Giro del Lussumbergo, gli valgono infatti la convocazione per il Tour de France e la possibilità di misurarsi contro i migliori sprinter al mondo. La sfrutta discretamente, ottenendo tre quinti posti e un secondo, a Pau, battuto solo dalla scaltrezza di un Démare bravo a cambiare traiettoria al momento giusto. Meno redditizia la seconda parte di calendario, con la piazza d’onore al GP d’Isbergues e il terzo posto nella Parigi-Bourges che, se trasformati in vittorie, avrebbero contribuito a migliorare la pagella.

Pierre Latour (Ag2R La Mondiale), 7: Si dimostra capace di brillare di luce propria e non soltanto di vivere nell’ombra di Bardet, del quale resta comunque il gregario più utile, spendibile e incisivo. Prima dell’appuntamento cerchiato di rosso sul calendario, centra tre piazzamenti nei 10 nelle classifiche generali di corse World Tour (3° nella Volta a Catalunya, 8° al Romandia e 7° al Delfinato), accompagnate da due maglie bianche e dal netto dominio nella cronometro dei campionati nazionali. Al Tour de France sfiora il colpaccio sul Mur de Bretagne quando, affrancato dai compiti di gregariato dopo i guai occorsi al capitano, sbaglia i tempi dell’azione mancando di poco l’aggancio a Martin, ma si rifà con gli interessi prendendosi la Maglia Bianca di miglior under 25 (al cospetto di Bernal) e chiudendo con un 13° posto che gli vale di gran lunga la miglior performance in un GT. Ora ha l’obbligo di continuare a progredire con la stessa rapidità.

Juan José Lobato (Nippo-Vini Fantini-Europa Ovini), 7: Ritornare in sella senza sprofondare dopo l’abisso – anche umano – nel quale era sprofondato con la LottoNL-Jumbo non era affatto impresa semplice. A conti fatti, invece, quella fatta dalla formazione italo-nipponica ha il gusto di una scommessa vinta. Tornato in gara a fine febbraio, impiega fisiologicamente diversi mesi prima di ritrovare un colpo di pedale consono ai suo trascorsi, ma tra settembre e ottobre risorge come un’Araba Fenice cogliendo un quinto posto nella Brussels Classic e un quarto nel GP Beghelli intervallati dal blitz, con un colpo da finisseur che gli permette di anticipare Colbrelli e Moscon, alla Coppa Sabatini. Rispetto agli anni scorsi ha perso qualcosa nel confronto diretto con i velocisti migliori, ma può ricostruirsi una carriera dignitosa e senza le ombre del passato.

Miguel Angel López (Astana), 8: Gli manca il successo finale, ma non le gioie parziali e la consapevolezza di essersi definitivamente consacrato tra i grandi per le corse a tappe. A 24 anni si cimenta per la prima volta nella doppietta Giro-Vuelta e riesce a salire sul podio (in entrambi i casi sul gradino più basso) sia in Italia – dove si prende anche la Maglia Bianca di miglior giovane – che in Spagna, dove arriva però più vicino al bersaglio grosso. Prima, durante e dopo c’è tutta una serie di piazzamenti che restituisce la misura dei progressi: vittoria di tappa e podio al Tour of Oman, podio finale ad Abu Dhabi e al Tour of the Alps (con successo all’Alpe di Pampeago), successo di tappa e generale sfumata a 300 metri dall’arrivo alla Vuelta a Burgos. Chiude andando vicino al bis alla Milano-Torino, dove un errore grossolano ne causa lo scontro con Gaudu e la possibilità di duellare fino all’arrivo con Pinot.

Alexey Lutsenko (Astana), 5,5: Apre e chiude nel modo giusto, ma in mezzo sono troppi i passaggi a vuoto. Premiato dalla regolarità, e dalla compresenza di un compagno di squadra come Lopez, al Tour of Oman, dove riesce a prendersi la classifica generale, fatica oltre ogni pronostico nelle classiche del Nord, dove pure nel 2017 aveva trovato un buon colpo di pedale. Al Giro d’Italia sacrifica le proprie velleità alla causa di capitan Lopez, consolandosi con una vittoria di tappa in Austria, a luglio, dove rinuncia però a curare la classifica. Torna competitivo al Giro di Turchia, aggiudicandosi la frazione più attesa con arrivo a Selçuk, ma il gioco degli abbuoni lo mortifica l’ultimo giorno precludendogli la possibilità di incamerare l’unica vittoria WorldTour dell’anno.

LETTERA M

Rafal Majka (Bora-Hansgrohe), 5: Come un anno fa parametra la sua stagione sull’accoppiata Tour-Vuelta e come allora non riesce a fare classifica in nessuno dei due appuntamenti. La differenza, però, c’è e si vede: rispetto al 2017 non riesce neppure a duellare per i successi parziali. Alla Grande Boucle arriva con una condizione precaria e non riesce ad inserirsi neppure nella lotta per la conquista della Maglia a Pois, mentre in Spagna – dove pure la compresenza di Formolo e Buchmann gli garantisce terreno fertile per le scorribande – si fa beffare dall’imberbe Rodriguez verso La Camperona e termina quarto nel tentativo di riscatto a Balcon de Bizkaia. Un rendimento costante che gli consegna due quinti posti a San Juan e Abu Dhabi, due sesti California e Slovenia e il settimo a Il Lombardia, conditi da uno zero alla voce vittorie, non basta a riabilitarlo.

Alan Marangoni (Nippo-Vini Fantini-Europa Ovini), 6,5: Il 34enne romagnolo si divide tra il calendario europeo e quello asiatico per la sua ultima stagione dopo dieci tra i professionisti. Si conferma, come da sempre nel corso di una carriera vissuta per più di meta nel circuito World Tour, un prezioso gregario e uomo squadra, togliendosi la soddisfazione di cogliere un successo nell’ultima recita, vincendo per distacco il Tour de Okinawa a novembre inoltrato.

Jakub Mareczko (Wilier Triestina-Selle Italia), 5: Il bottino di vittorie si riduce di uno rispetto al 2017 (da 14 a 13), ma il peso specifico delle stesse lascia il tempo che trova. Le firme lasciate su Sharjah Tour, Giro del Marocco, Tour of China II, Tour of Taihu Lake e Tour of Hainan non si fanno testimoni dell’atteso salto di qualità, specie se accompagnate da flop più o meno evidenti nei pochi appuntamenti World Tour cui prende parte. Pesa soprattutto il passaggio a vuoto nel Giro d’Italia dove, ad eccezione della prima volata disputata a Tel Aviv nella quale prova a giocare la carta dell’anticipo su Elia Viviani, esce mestamente di scena con uno score inferiore allo scorso anno (quando si accomodò due volte sulla piazza d’onore) e con la sensazione di non essere ancora troppe spanne indietro rispetto ai migliori velocisti del panorama internazionale.

Daniel Martin (UAE Team Emirates), 6,5: Nella prima metà di stagione paga in termini di prestazioni e risultati l’approdo nella nuova squadra. Sboccia a partire da giugno, quando interpreta all’assalto il Delfinato fagocitando l’arrivo di Valmorel e lambendo il podio finale. Al Tour de France sviluppa un rapporto di dipendenza con la malasorte, alla quale riesce a sottrarsi soltanto quando si invola in solitaria sul Mur de Bretagne, e nel complesso l’ottavo posto finale appare il massimo che possa ricavare. Fa peggio, invece, quando dovrebbe vestire i panni di seconda punta di lusso, steccando l’appuntamento della Vuelta e uscendo dal GT spagnolo con una condizione approssimativa che gli impedisce di competere ad alti livelli in un Mondiale particolarmente adatto alle sue caratteristiche.

Guillaume Martin (Wanty-Groupe Gobert), 5,5: Vive una primavera soddisfacente condendola con le vittorie al Circuit de la Sarthe (tappa e classifica finale) e il terzo posto al Tour du Finistére che fanno da preambolo a un Delfinato interpretato all’attacco. Allo stesso modo prova a dare l’assalto al Tour de France, ma il risultato che gli viene restituito non può soddisfarlo. Manca l’appuntamento con una top 20 decisamente alla sua portata e la caccia alla Maglia Bianca, per la conquista della quale resta in corsa fino all’imbocco dell’ultima settimana, naufraga davanti al maggior tasso tecnico dei rivali Latour e Bernal. Il 4° e 5° posto centrati rispettivamente al Tour du Doubs e al GP di Vallonia a settembre non bastano a salvare una stagione che, a 25 anni compiuti, reclamava il salto di uno scalino più consistente.

Daniel Martinez (EF Drapac-Cannondale), 6,5: A soli 22 anni,   una delle nuove speranze del movimento colombiano per le corse a tappe del futuro mette subito a frutto il lavoro dell’inverno laureandosi vice campione nazionale a cronometro e correndo da protagonista, in appoggio a Uran, Colombia Oro y Paz (chiusa al quinto posto) e Vuelta a Catalunya (7°). Premiato dalla regolarità anche in California (3°), al Tour de France è chiamato a scortare il capitano e solo dopo il suo ritiro ha qualche occasione per mettersi in proprio, che sfrutta entrando nelle fughe ma senza raccogliere granché. A fine stagione si rivela utile, nonostante un fisiologico calo di forma, alla causa di Uran e Woods nelle classiche del calendario italiano.

Enric Mas (Quick-Step Floors), 7,5: Scaccia gli spettri degli appassionati iberici di restare, dopo gli addii di Contador e Rodriguez e in vista di quello non troppo spostato in avanti nel tempo di Valverde, col cerino in mano nei GT del futuro. A 23 anni il suo talento cristallino esplode con prepotenza sulle strade di una Vuelta iniziata in sordina e conclusa con un crescendo rossiniano, col trionfo sul Coll de la Gallina che gli consegna la piazza d’onore finale. Delle sue qualità in divenire si erano del resto già fatte testimoni Giro dei Paesi Baschi (con vittoria nell’ultima frazione possibile e alto podio) e Svizzera, chiuso a pochi secondi dal podio. Nel 2019 sarà atteso dal compito più difficile: confermarsi.

Michael Matthews (Sunweb), 7: Ribalta con tigna una stagione che aveva preso una china pessima. Un avvio a rilento gli costa più bassi che alti fino alle Ardenne, ma il quinto posto nella Freccia-Vallone, unito al successo nel prologo del Romandia e alle due piazze d’onore in Svizzera, sembrano rappresentare il giusto preludio per un Tour de France da protagonista. Invece i problemi gastrointestinali lo costringono a rinunciare in un solo colpo al confronto diretto con gli avversari migliori al mondo e alla possibilità di difendere la Maglia Verde conquistata un anno fa. Colpo da ko? Non per un purosangue, capace di risorgere aggiudicandosi la tappa più suggestiva del BinckBank Tour e, soprattutto, le due classiche canadesi in rapida successione. Risultati che non gli consentono tuttavia di guadagnarsi una (meritata) maglia per Innsbruck neppure dopo il forfait di Porte, capitano designato della truppa australiana.

Jay McCarthy (Bora-Hansgrohe), 6,5: Ricavarsi spazi vitali in una formazione comprendente l’accentratore di leadership Sagan e altri pedali veloci di tutto rispetto, non è certo impresa semplice. Il 26enne australiano ci riesce alla grande nella prima parte di stagione battendo, dopo aver sfiorato il titolo nazionale in linea, Viviani nella Cadel Evans Great Ocean Rade e ripetendosi nella terza tappa del Giro dei Paesi Baschi. Decisamente meno appariscente la seconda parte del calendario, quando rientra nei ranghi e si mette esclusivamente al servizio dei capitani ottenendo appena altri due piazzamenti tra i migliori 10.

Louis Meintjes (Dimension Data), 4: Il tramonto dell’anno che segnava la separazione da Saronni impone un’analisi approfondita. Il 26enne sudafricano è parso infatti parente alla lontana del corridore che in passato, pur senza mai rubare l’occhio a causa di condotte di corse sempre ultradifensiviste, sapeva piazzarsi con regolarità nelle posizioni di vertice delle generali dei GT. Al via di Giro e Vuelta, ha lasciato la Corsa Rosa dopo sedici frazioni incolore e chiuso al 58° posto in Spagna dopo aver corso sempre nelle retrovie del gruppo. Difficile spiegare un’involuzione che non ha conosciuto soluzione di continuità neppure negli appuntamenti intercalati tra i due.

Riccardo Minali (Astana), 6: La seconda stagione tra i professionisti del figlio d’arte e compaesano di Elia Viviani è quella che porta in dote i primi successi nella categoria. La doppietta al Tour de Langkawi non è un episodio isolato, ma incoraggia se accompagnata ai piazzamenti ottenuti a Dubai, in Croazia, Belgio e Danimarca. Nel finale completa le top five di due corse italiane (Beghelli e Piemonte), evidenziando doti ancora da sgrezzare ma sulle quali si può lavorare con successo.

Sacha Modolo (EF-Drapac), 6: Se si esclude la stagione di apprendistato nella categoria (2010), in cui si rivelò al grande pubblico lottando per la vittoria della Sanremo ma chiuse a secco di vittorie, è stata la sua peggiore tra i professionisti. Il solo successo ottenuto a febbraio alla Ruta del Sol rappresenta infatti un passo indietro rispetto al passato, anche se le attenuanti non gli sono mancate. Non sempre la squadra ha saputo aiutarlo nella maniera adeguata e, anzi, spesso è stato proprio lui a venire sacrificato in funzione delle esigenze dei capitani. È mancata però la conferma nelle classiche del Nord, nelle quali aveva saputo sorprendere un anno fa (alla Ronde) e la capacità di lottare ad armi pari con Viviani e Bennett al Giro.

Juan Sebastian Molano (Manzana Postobon), 6,5: Le sei vittorie distribuite tra Campionati Panamericani, Tour of China I e II e Tour of Taihu Lake, gli valgono l’atteso salto nel World Tour. Dal prossimo anno il 24enne sprinter colombiano lavorerà alle dipendenze del connazionale Fernando Gaviria nella UAE Team Emirates. Proprio contro l’ex Quick-Step Floors, alla Colombia Oro y Paz, ha dato conferma della bontà del suo spunto veloce, con due piazze d’onore che valgono forse più di successi conseguiti contro avversari di seconda fascia. Ora lo attende un calendario più fitto e qualitativo, che dirà in via definitiva il tipo di carriera che gli si prospetta davanti.

Bauke Mollema (Trek-Segafredo), 6: L’equivoco in casa Trek è stato quello di credere di poter sostituire Alberto Contador senza rinforzarsi particolarmente. Capitano designato per i GT, il neerlandese si è lasciato apprezzare soltanto come fuggitivo sia in Francia che in Spagna, mancando di un soffio (tre secondi posti complessivi) l’appuntamento con una vittoria di tappa o la conquista della Maglia a Pois Azzurri alla Vuelta. Incapace di reggere sulle tre settimane e ormai destinato a inventarsi una carriera diversa, coglie le sue uniche due vittorie in Italia, in occasione di una frazione della Settimana Coppi & Bartali e, con una stoccata da finisseur, al GP Beghelli. La sua pagella sarebbe stata decisamente diversa se fosse riuscito a trasformare il secondo posto di San Sébastian in un risultato pieno.

Dani Moreno (EF-Drapac), 4,5: Ricordate l’alter-ego di Joaquim Rodriguez, quel corridore in grado di sfruttare le giornate di licenza vincendo anche una Freccia Vallone? Bene, ora dimenticatelo. Nella nuova squadra l’esperto spagnolo ha portato la versione destinata alla pensione, la brutta copia del corridore che fu. Inconcludente in tutte le gare alle quali prende parte, lavora principalmente in funzione dei capitani di turno e non riesce mai a trovare una giornata buona per sé, limitandosi a svolgere un compitino che mal si coniuga con le qualità che ha saputo evidenziare nella sua ormai ultradecennale carriera.

Matteo Moschetti (Polartec-Kometa), 7: Vince a Burgos al secondo giorno in gara da stagista, si ripete in Ungheria. La sensazione è che la Trek-Segafredo non abbia sbagliato a puntare subito forte sul prodotto della nidiata Contador-Basso, svezzato nella prima metà di stagione con un filotto di vittorie collezionate tra Turchia, Grecia, Francia e Paesi Bassi. Velocista dalle caratteristiche decisamente interessanti, ha già saputo mettersi alle spalle avversari con curriculum nelle prime gare tra i professionisti disputate e alla corte di Guercilena potrà immediatamente accrescere un bagaglio davvero interessante.

Moreno Moser (Astana), 4,5: Un’altra annata dai contorni inspiegabili gli costa il declassamento tra le Professional. Dopo un inizio dal sapore di rinascita, scandito dal bis a Laigueglia a sei anni dalla prima vittoria che lo aveva rivelato al grande pubblico, sparisce dagli ordini d’arrivo inanellando una sequela di risultati mediocri. A fine stagione saranno appena 43 i giorni di gara messi assieme, la maggior parte dei quali in corse di secondo piano e senza prendere parte a GT. Di risultati positivi neppure l’ombra, così come del corridore che aveva stupito tutti appena approdato nella massima categoria. All’approdo alla Nippo-Vini Fantini il compito di decifrare i margini di un recupero per il quale i tempi, alla soglia dei 28 anni, iniziano a farsi stretti.

LETTERA N

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