Pagelle Innsbruck 2018: Valverde incornicia una carriera meravigliosa – Sorpresa Woods, la Francia si scioglie sul più bello – Moscon ha il futuro dalla sua

Alejandro Valverde, 10 e lode: Sublima una carriera straordinaria con la vittoria più pesante. Per 250 chilometri lo si vede poco o niente, ma negli ultimi 15 confeziona un capolavoro di forza e tattica. È il primo a rispondere alle accelerazioni di Woods e non si fa sorprendere neppure in discesa da Bardet, afferrando, come raramente ha saputo fare in carriera, il coraggio a due mani nel tratto conclusivo, quando azzarda mettendosi in testa in vista dell’ultimo chilometro e rimanendoci fino all’arrivo. Lancia una lunghissima volata di testa e fa valere con apparente facilità il suo spunto veloce. Dopo sei medaglie di “consolazione” il sette è davvero bello.

Romain Bardet, 9: Quando ti presenti in volata e nel gruppo con te c’è Valverde, non importa quanti anni tu abbia , quanto bene ti senta, quanti chilometri siano stati percorsi e da quale posizione la imposti: sai già di dover soccombere. Diventato per meriti propri e per demeriti altrui (vedi Alaphilippe) capitano della selezione transalpina, si gioca le proprie carte in discesa provando a valorizzare le sue abilità nell’esercizio. Incapace di fare la differenza, disputa forse il miglior sprint della sua carriera, ma non gli basta per aggiudicarsi il risultato più prestigioso.

Michael Woods, 9: Dategli una rampa e vi dirà chi è. La sensazione è che se l’arrivo fosse stato posto in cima alla salit di Gramartboden, avrebbe potuto ambire a qualcosa di più. Ma mettersi al collo una medaglia correndo da soli e dovendo battezzare le ruote migliori, è cosa per pochi eletti. Il canadese decide addirittura di non muoversi sulla scia degli altri, ma di agire in prima persona. La medaglia è la meritata ricompensa per una corsa interpretata alla garibaldina e per un anno tratteggiato da vicende familiari drammatiche.

Gianni Moscon, 8,5: Pensare a come abbia regolato Bardet al Giro della Toscana e a quanto il francese sia arrivato vicino a Valverde nello sprint odierno, lascia decisamente l’amaro in bocca su ciò che sarebbe potuto essere. Per saperlo sarebbero serviti 200 metri in meno, quelli che lo hanno costretto ad alzare bandiera bianca sulla salita di Gramartboden. La prova del trentino è però da elogiare e ne conferma le stimmate da predestinato e la statura di campioncino già pronto. Su un tracciato non completamente adatto alle sue caratteristiche, corre infatti con personalità e senza paura di attaccare, andando vicino a una medaglia che in casa azzurra manca da troppo tempo. Ma che in un futuro non troppo remoto potrebbe essere proprio lui a restituire.

Tom Dumoulin, 8,5: Un paio di inconvenienti meccanici lo costringono ad inseguire già nei primi passaggi sul circuito e, forse, gli fanno perdere un po’ di quella brillantezza necessaria per affrontare l’ultimo muro. Il finale, di pura tigna, è da applausi. Negli ultimi sette chilometri supera a doppia velocità Moscon e riesce a rientrare sul terzetto al comando, ma dopo il ricongiungimento gli mancano le gambe per cercare la sparata da finisseur. In volata il suo destino è segnato e vederlo giù dal podio è epilogo annunciato.

Michael Valgren, 8: In teoria sarebbe dovuto essere l’ultimo uomo per Jakob Fuglsang, nei fatti è invece il capitano unico di una nazionale, quella danese, che con lui sogna in grande fino a 9 chilometri dall’arrivo. Pimpante sull’ultimo passaggio da Igls, allunga ancora in discesa e arriva a guadagnare fino a 30”, venendo però riacciuffato sulle prime rampe dello strappo di Gramartboden. Non pago, riesce a restare con i primi inseguitori chiudendo con un positivo settimo posto.

Roman Kreuziger, 7: Non era indicato in grande condizione, ma testimonia nuovamente tutta la sua solidità chiudendo al sesto posto la prova dopo essere sempre stato nel vivo dell’azione nelle fasi finali, nonostante gli manchi lo spunto per seguire i migliori sul muro conclusivo.

Kasper Asgreen e Vegard Stake Laengen 7: Ultimi superstiti della fuga del mattino, vengono riacciuffati soltanto a 22 chilometri dall’arrivo dopo essersi sciroppati oltre 220 chilometri di fuga e aver avuto un vantaggio massimo di 18 minuti. Soprattutto per il danese, appena 23enne, una vetrina che sa tanto di prenotazione per il futuro.

Alessandro De Marchi, 7: Come spesso capita l’Italia, pur in assenza di un finalizzatore, conferma di avere i gregari migliori. Soprattutto lui, ma anche Gianluca Brambilla (7), Damiano Caruso (7) e Dario Cataldo (6,5) animano la corsa negli ultimi 65 chilometri, chiamando allo scoperto Spagna e Francia. Sforzi che non vengono ripagati con una medaglia.

Rui Alberto Faria da Costa, 6,5: A cinque anni di distanza dall’exploit di Firenze rivive una giornata di grazia, andando a caccia di un bis che avrebbe decisamente avuto del clamoroso. In prima linea negli ultimi due giri, si avvantaggia sulla salita di Igls ma non riesce a tener testa ai migliori nelle battute finali, dovendosi accontentare di completare la top ten.

Alexandre Geniez, 6,5: È il regista occulto di una Francia che, nonostante la rinuncia forzata a Warren Barguil, corre benissimo fino al muro finale ma che poi si rivela incapace di capitalizzare la superiorità numerica. Tesse i fili della corsa con insospettabile lucidità e si gestisce con intelligenza in salita, tenendo sempre coperti i capitani.

Sam Oomen 6,5: Lui e Antwan Tolhoek (6,5) svegliano dal torpore i Paesi Bassi rendendosi protagonisti di una serie di interessanti accelerazioni negli ultimi 50 chilometri. Per entrambi la conferma di un futuro in fieri.

Vincenzo Nibali, 6: La prestazione del messinese va inquadrata necessariamente in un’ottica più ampia e non può non tener conto di quanto successo poco più di due mesi fa. La preparazione di un Mondiale non si inventa, specie se ci si arriva in condizioni menomate. Stavolta la classe non basta a sopperire, sebbene fino a 25 chilometri dal traguardo dia l’illusione di poterlo fare.

Greg Van Avermaet, 6: Innsbruck non è Rio de Janeiro e il campione olimpico in carica lo capisce presto, provando a muoversi dalla distanza. Un tentativo che serve giusto a far notare la sua presenza in gara, visto che i compagni di nazionale non se ne servono.

Julian Alaphilippe, 5,5: Insieme a Valverde era l’uomo più atteso, ma stecca nel momento peggiore mortificando la superiorità numerica dei suoi, con anche Thibaut Pinot (6,5 per quanto prodotto nelle tornate precedenti e per il nono posto all’arrivo) che si arrende alla stanchezza. Le rasoiate di Woods gli restano nelle gambe e gli impediscono anche il disperato tentativo di rimonta. L’ottavo posto finale, viste le premesse, non può certo soddisfarlo.

Peter Sagan, 5,5: Sembra quasi correre per onor di firma e, come da lui stesso preannunciato alla vigilia, non ha la condizione per tentare l’impossibile. Ci rinuncia di fatto già a 93 chilometri dall’arrivo, scegliendo la via più comoda: quella che conduce ai box. Un punto in più per il siparietto sul podio, ennesima istantanea di un personaggio mai ordinario.

Domenico Pozzovivo, 5: Inutile girarci intorno: ci si aspettava di più. Le dichiarazioni dei giorni scorsi e il disegno del percorso alimentavano legittimamente le speranze del lucano, che però va incontro a una giornata storta e non riesce ad essere incisivo in prima persona né ad essere particolarmente d’aiuto per Moscon.

Nairo Quintana, 5: Ordine d’arrivo alla mano è il migliore (15° al traguardo) della disastrosa spedizione colombiana. Ma la domanda è: chi l’ha visto? Come sempre corre di rimessa in attesa di un momento propizio che, neanche stavolta, si configura. A sua parziale discolpa va aggiunto che non è semplice inventarsi corridori da corse di un giorno. Peggio di lui fanno Rigoberto Uran (4) giunto 33° e Miguel Angel Lopez (sv) costretto ad alzare bandiera bianca dopo essere rimasto coinvolto in una scivolata.

Primoz Roglic, 4,5: Soltanto il diretto interessato potrà chiarire quanto gli sforzi per rientrare dalla caduta abbiano inficiato sul suo rendimento nel finale. Dopo essere rientrato e aver provato il contropiede in discesa nell’ultimo giro, però, il capitano sloveno evapora su quello strappo sul quale in tanti si attendevano il suo allungo.

Michal Kwiatkowski, 4,5: Il percorso si è rivelato decisamente troppo duro. Alza bandiera bianca non appena il ritmo si alza e l’impressione è che non potesse fare molto di più. Non va troppo meglio nemmeno al compagno di squadra Rafal Majka (5), che ha come unico merito riconoscibile quello di essere giunto al traguardo, seppure al 35° posto e quattro minuti dopo Valverde.

Adam Yates, 4,5: Come tradizione impone, al pari del gemello Simon (4), corre costantemente nelle retrovie del gruppo. Tattica o necessità? Il finale fa pendere l’ago della bilancia verso la seconda soluzione, con un 34° posto che la dice lunga sulla giornata negativa vissuta dall’unico scalatore di Bury giunto all’arrivo.

Tim Wellens, 4: Taglia il traguardo a 14’23” da Valverde al 68° posto dopo essersi smarrito incontrando la salita di Igls per l’ultima volta. Era l’ultima carta a disposizione di un Belgio che aveva già iniziato a raccogliere i cocci con Tiesj Benoot (4) e ha proseguito l’opera con l’inconsistente Dylan Teuns (4,5) e che mai come oggi è risultato impalpabile.

Wout Poels 4: Come gli era capitato alle Olimpiadi si presenta all’appuntamento con i galloni di capitano neerlandese e con i riflettori puntati addosso. Come a Rio sparisce nelle pieghe della corsa e ne finisce risucchiato. Due indizi che fanno somigliare sempre più la scintilla alla Doyenne di due anni fa a un autentico fuoco di paglia.

Daniel Martin 4: Che le gambe le avesse lasciate al Tour de France si era già percepito durante la Vuelta, ma che potesse andare così piano era difficilmente pronosticabile. Perde contatto già sul penultimo transito dalla salita di Igls evidenziando, dopo Firenze, il suo scarso feeling con l’appuntamento iridato.

 

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