Giro d’Italia 2026, Patrick Lefevere a gamba tesa: “Troppe cadute, non stanno facendo alcun progresso in tema sicurezza”

Patrick Lefevere commenta con il suo solito piglio quanto successo nella prima settimana del Giro d’Italia 2026. L’ex numero uno della Soudal Quick-Step spiega di non essersi perso “quasi nulla” della Corsa Rosa, commentando con ironia innanzitutto il fatto che a prendere la Maglia Rosa sono stati corridori di cui non aveva “mai sentito parlare”, come l’uruguaiano Guillermo Thomas Silva e il portoghese Afonso Eulalio, spiegando con ben poca eleganza che non li riconoscerebbe se dovesse trovarseli davanti senza la maglia rosa. “Ma naturalmente, nel ciclismo applaudiamo sempre i paesi emergenti”, aggiunge come a bilanciare.

“Purtroppo, per il resto è un Giro memorabile soprattutto per le ragioni sbagliate – prosegue nella sua consueta rubrica su Het Nieuwsblad – Ho visto due idioti sul ciglio della strada che cercavano di spingere i corridori. Posso solo supporre che nella loro testa fosse un’acrobazia da TikTok. Uno spingeva e l’altro filmava. È assolutamente ridicolo”.

Ma se la prende soprattutto con l’organizzazione. “Le cadute sono il filo conduttore del Giro finora – sottolinea con amarezza – Davanti alla TV, ho già gridato un paio di volte: ‘Ok, non imparano mai’. Transenne con i piedi in Bulgaria, un cosiddetto rettilineo finale che improvvisamente si trasforma in un’inversione a U. Per non parlare delle buche nel manto stradale lì a Napoli. Sai già in anticipo che finiranno per cadere, e ovviamente succede. Che piova è sfortuna; niente di tutto questo lo è. La negligenza italiana è senza tempo. Ricordo una tappa del Giro in cui i primi venti o trenta corridori sono scivolati sul traguardo. Se la memoria non mi inganna, Paolo Bettini era uno di loro. Sono tutti scivolati sulla vernice con cui erano stati dipinti i nomi degli sponsor sull’asfalto…”

L’ex dirigente belga ricorda che “sono sempre i corridori a pagarne il prezzo”, immediatamente o nei giorni successivi. “Quanti ciclisti sono rimasti in gara contro ogni buon senso dopo quella massiccia caduta contro il guardrail nella seconda tappa? Solo per ritirarsi uno, due o tre giorni dopo – prosegue – So come va: ‘Tu non ci proveresti?’ Anche questo è senza tempo”.

Per Lefevere dunque “guardare il Giro significa rendersi conto che la gara non sta facendo progressi in materia di sicurezza”. “L’UCI avrebbe imposto norme standard per le barriere e vietato le curve negli ultimi duecento metri in un arrivo in volata – continua – C’è un responsabile della sicurezza per ogni gara. In pratica, tutto si rivela lettera morta. Stronzate, se volete”.

L’esperto manager fiammingo non nasconde che sia una questione che si ripercuote anche sugli sponsor, citando la sua personale esperienza: “Come sport, non ci rendiamo ancora conto di quanto sia grave il problema. Sei anni fa, la Quick Step mi stava già facendo sanguinare le orecchie. Nel mondo degli affari fanno di tutto, ma proprio tutto, per evitare gli infortuni sul lavoro. Mentre lo sport che sponsorizzano è semplicemente negligente”.

Arriva così anche la stoccata all’UCI: “Posso dire che ‘ai miei tempi’ ho almeno cercato di cambiare qualcosa, ma Safer, l’iniziativa che Richard Plugge e io abbiamo avviato, purtroppo si è impantanata nella politica. L’UCI aveva e ha ancora paura di cedere il controllo delle norme. Il nostro punto di partenza è sempre stato quello di affidare la sicurezza a esperti che prendessero decisioni autonome. Oggi, si è verificato esattamente il contrario. Safer opera con un modello consensuale in cui tutte le parti interessate hanno voce in capitolo. E così, di fatto, non succede nulla. Ne vediamo il risultato ogni giorno al Giro”.

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