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Tyler Farrar, da ciclista vincente a pompiere: “Non sono mai stato a mio agio con la celebrità”

L’ultima corsa ciclistica di Tyler Farrar risale al settembre 2017. Un Gp Montréal, non portato a termine. Lo statunitense, che all’epoca aveva 33 anni, decise che di pedalare ne aveva avuto abbastanza e chiudeva così una carriera da velocista che lo aveva portato a vincere 31 volte. Fra le altre, nella sua bacheca erano finite due tappe del Giro d’Italia e altrettante alla Vuelta a España, alzando le braccia anche al Tour de France (una volta, nel 2011). Professionista dal 2005, in 13 anni di carriera aveva saputo duellare con tutti i grandi sprinter della sua epoca, risultando un volto di riferimento nel panorama mondiale. Ha vestito le maglie di Cofidis, Garmin (nelle sue varie denominazioni), MTN-Qhubeka e Team Dimension Data, con cui ha chiuso il suo percorso sportivo.

La sua uscita dal mondo del ciclismo non è stata particolarmente scenografica: nessun addio, nessun Tweet di arrivederci. Nulla. Farrar si è subito buttato in un’altra vita, quella del vigile del fuoco: “Essere un pompiere è qualcosa che ho sempre avuto in un angolo della mia testa, quando gareggiavo – le sue parole a CyclingNews –  Volevo farlo da bambino, ma stavo avendo un sacco di successo correndo in bicicletta. Però, il vigile del fuoco era un’attività che avrei potuto intraprendere quando avrei chiuso con il ciclismo – racconta il 35enne di Seattle – Così, quando ho smesso, ho subito pensato di diventare un pompiere e mi ci sono messo con lo stesso livello di determinazione che avevo in bicicletta”.

Similitudini? “Sul piano teorico, ce ne sono. Ed è per questo che mi piace. C’è un’atmosfera di squadra, hai il tuo gruppo e la tua base. È come stare sul bus di una squadra ciclistica. Poi, certo, il lavoro è completamente diverso. Faccio parte di una divisione che affronta tutto, quindi, oltre allo spegnere incendi, noi ci siamo quando ci sono emergenze mediche. Ogni turno che faccio è dinamico e non so mai cosa potrò trovarmi di fronte. Imparo, ogni giorno è diverso, ma è una cosa che mi sta benissimo. Alla fine della mia carriera in bici ero quello esperto e all’improvviso sono diventato ‘quello nuovo’. In pratica, ero di nuovo un neoprofessionista. Durante il primo anno, sei sempre messo alla prova e sei sotto il microscopio”.

Ma perché lasciare il ciclismo così “giovane”? “Ero sicuro di quel che stavo facendo. Sapevo già che fare il pompiere era quello che avrei voluto fare, già anni prima rispetto alla chiusura della carriera. Così, il processo di transizione è stato davvero facile. Quando ho smesso, non ho pensato ‘e adesso?’. Non è stata una sofferenza, nel ciclismo sapevo sempre quali erano i miei obiettivi e per caso stavo lavorando. Quando ho iniziato il percorso da vigile del fuoco, avevo comunque obiettivi: erano semplicemente cambiati”.

Farrar era noto per essere un corridore non particolarmente “social”. Non è mai stato un fan di Facebook o Twitter e non ha mai avuto “profili” di sorta. Di questi tempi, è una cosa strana per un atleta di alto livello, che sembra dover lavorare sempre anche su immagine e coinvolgimento dei tifosi: “Sono fuori dalla rete. Si potesse fare a meno anche di un indirizzo e-mail, lo farei – dice lo statunitense  – Io non ho mai voluto la celebrità che deriva dall’essere ciclista professionista. Non era quello il motivo per cui lo facevo. Amavo lo sport e la competizione e mi piaceva avere degli obiettivi a cui guardare. Amavo avere quei bersagli che ci si costruisce durante l’inverno, ma l’attenzione dei media e la fama che ne conseguiva, quelle erano le cose che mi piacevano di meno. Non sono mai stato a mio agio e quando mi sono ritirato è stato quasi un sollievo”.

Come si sente ora? “Come se mi fossi spostato da un lavoro da sogno a un altro lavoro da sogno. Sono stato fortunato, sotto questo aspetto. Sono arrivato a vivere quello cui aspiravo da sportivo ed è stato bellissimo. Sono stato fortunato ad avercela fatta ed ero pronto a chiudere quel capitolo e passare oltre con la mia vita”.

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