Ivan Basso: “Non avevo nessuna etica. Essere coinvolto, smascherato nella Operacion Puerto è stata la cosa più importante della mia vita. Grazie a mia moglie ho ucciso l’atleta e ho tirato fuori l’uomo”

Ivan Basso a cuore aperto su passato e presente, su lavoro e famiglia. Con il suo solito modo concreto e compassato, l’attuale team manager della Polti – Kometa racconta alcuni dei suoi momenti più difficili in una lunga intervista con il Corriere della Sera (che vi consigliamo di andare a leggere per intero) in cui non si nasconde, come sportivo e come uomo. Partendo dall’infanzia di un enfant prodige che scopre la bici per scappare dai problemi in famiglia per poi voler eccellere in sella anche per tenere sereno il clima familiare, il due volte vincitore del Giro d’Italia racconta l’ascesa, la caduta e la rinascita del ciclista, ma anche le difficoltà di un uomo, poi capace di ripartire e che ora guarda al futuro con speranza.
Toccanti i racconti della sua infanzia, fatta di “ripetitività ossessiva” e “sacrificio totale” per un bambino che “a otto anni come a 15 faceva già vita monacale” privandosi “di tutto quello di cui si nutre un bambino o un adolescente normale e che lo aiuta a diventare uomo”. Ivan Basso passa “dal ragazzo prodigio che stava realizzando il suo sogno” a diventare uno dei grandi riferimenti in gruppo fino a toccare il cielo con un dito nel 2006, l’anno del primo grande trionfo alla Corsa Rosa, ma anche della caduta.
Non manca il racconto di quanto successo durante quella edizione del Giro con Gilberto Simoni: “Nel ciclismo il capitano cede tutti i premi in denaro ai compagni di squadra e allo staff. Io a Simoni dissi semplicemente che se l’avessi lasciato vincere avrei rubato quei soldi ai miei compagni che si stavano ammazzando di fatica per me. È una legge non scritta, ma andava rispettata”:
Né Ivan Basso si sottrae a parlare della Operacion Puerto, della quale sottolinea come “essere coinvolto, smascherato in quell’operazione è stata la cosa più importante della mia vita“, raccontando bene la trasformazione dell’uomo che ora è diventato. “A Madrid mi feci prelevare due sacche di sangue che poi mi sarei fatto iniettare prima del Tour per avere globuli rossi più freschi e andare più forte”, spiega al riguardo ricordando il “desiderio sfrenato, incontrollabile di vincere tutto. E consapevolezza che con quel metodo avrei potuto realizzare il sogno. Ero cresciuto in quel modo e nulla avrebbe potuto fermarmi, sapevo cosa stava succedendo ma non volevo rendermene conto. Pensavo di essere nel giusto”.
L’ex ciclista varesino si vergogna ora di quel che ha fatto e riconosce le sue colpe, ma ricorda anche il contesto in cui tutto questo è successo, sottolineando che “ci sono motivazioni più profonde in quello che ho fatto”. Il contesto era quello che era: “Come quasi tutti all’epoca, non ero educato all’etica della vittoria e della sconfitta, anzi non avevo nessuna etica. Non pensavo certo di essere nel giusto, ma mettevo davanti al giusto ma anche alla mia famiglia la voglia sfrenata di vincere. Per questo oggi l’etica è la prima cosa che cerco nei miei corridori”.
Tra questi non c’è suo figlio, Santiago, che da quest’anno è entrato nel vivaio della Bahrain Victorious, ma è felice di vederlo avere nuove possibilità, che a lui erano in qualche modo precluse: Fa il mio stesso mestiere, non veste la maglia della mia squadra, non lo alleno io, si farà strada da solo se ne ha i mezzi. Io e Micaela proviamo gioia pensando che lui lavora in un mondo molto più etico di quello in cui vivevo io, che non ha la minima idea di quello che ci circondava e ci tentava alla sua età”.
Nel suo lungo racconto assiema a Marco Bonarrigo e Aldo Cazzullo, affronta anche con grande lucidità e capacità di analizzarsi un momento difficile assieme a sua moglie Micaela, che ha portato all’ennesimo cambiamento interiore un uomo ormai di 47 anni che ha comprensibilmente faticato a “spegnere l’interruttore” dopo una vita per la sua carriera, buttandosi “nell’avventura della squadra a capofitto, con ritmi più serrati di quelli di prima”. Un momento “profondo, violento, terapeutico” che lo ha visto uccidere “l’Ivan Basso atleta e tirato fuori finalmente l’uomo”.
Non manca il ricordo di Aldo Sassi, “lo scienziato dello sport che fu l’unico a prendermi per mano e a guidarmi durante la squalifica”, Ettore Torri, “un duro ma pieno di umanità” e Lance Armstrong, l’ex modello poi rivale che nei suoi confronti compì un gesto che gli è rimasto nel cuore. “Lance per me è l’uomo che — sopravvissuto a un tumore — inviò a sue spese un medico in Italia per provare a curare mia madre. Lascio agli altri il giudizio sulle sue bugie e sul suo doping, per me ha fatto una cosa enorme”, spiega.
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