Doping, il MPCC lancia l’allarme: “Troppe medicine nello sport, l’UCI deve intervenire nell’area grigia dei prodotti”
Il MPCC punta il dito contro l’eccessivo utilizzo di medicine nel ciclismo e nello sport in generale. Nella giornata di lunedì 22 dicembre, il Mouvement Pour un Cyclisme Crédible (Movimento Per un Ciclismo Credibile) ha pubblicato un lungo comunicato in cui esprime le proprie preoccupazioni per alcune pratiche adottate dalle squadre. Tra queste, non c’è una situazione specifica che si richiede di fermare: il messaggio rivolto all’UCI è una generica richiesta di maggiore tempestività di azione nei confronti di sostanze o pratiche che potrebbero mettere a rischio la salute dei corridori, ma che non sono ancora vietate (anche per la scarsa letteratura medica e scientifica a supporto).
Il comunicato si apre con un’amara considerazione: “Il MPCC è sempre più preoccupato riguardo un utilizzo eccessivo delle medicine nello sport e chiede al suo corpo governativo di prendere azioni contro l’espansione della cosiddetta area grigia”. L’area grigia di cui si parla include sostanze e trattamenti medici che non sono ancora stati vietati ufficialmente dalla WADA, e quindi non risultano come proibiti o dopanti, ma il cui aumento “solleva serie questioni etiche quando utilizzati da atleti in forma, non da pazienti malati per i quali le medicine sono stati creati”. Da qui l’appello del MPCC per un’azione rapida da parte dell’UCI “per proteggere sia la credibilità dello sport sia la salute del plotone, affinché nessun atleta si senta forzato a prendere prodotti discutibili per rimanere al passo”.
Il comunicato diramato dal MPCC punta il dito anche contro la lunghezza delle tempistiche del regolamento anti-doping, che lascia spazio all’assunzione di sostanze o all’utilizzo di pratiche “borderline” prima che queste vengano vietate. Tutto questo senza considerare i possibili effetti sulla salute degli atleti. “Non è forse più sicuro vietare un prodotto durante l’investigazione e poi, quando è sicuro, permettere che sia usato?“.
Il MPCC porta come esempio quello dei chetoni, che si ricorda essere stati parte del dibattito nel ciclismo fin dal 2017. Subito, il MPCC ha avvertito sui rischi del loro utilizzo, chiedendo ai propri membri di non utilizzarli: soltanto più di due anni dopo l’UCI ha diramato una “nota di non raccomandazione”, in attesa che venissero perfezionate ulteriori analisi. Diversi team però hanno ignorato la nota, arrivando a stringere accordi commerciali con i fornitori di chetoni. La situazione non è cambiata: l’ultimo aggiornamento è che il 25 ottobre l’UCI ha pubblicato un comunicato in cui “non raccomanda l’utilizzo di chetoni”. Di nuovo, nota l’MPCC, solo una raccomandazione, senza divieti o regole specifiche.
Inoltre, il MPCC parla delle “finishing bottle“, le borracce dell’arrivo, che spesso vengono prese in vista del finale delle corse, e del Tapendatol, che “è 10 volte più forte del Tramadol” (vietato dalla WADA, ndr). Nel caso del monossido di carbonio, venuto alla luce per la prima volta durante il Tour de France 2024, la WADA è intervenuta con maggiore rapidità, arrivando al divieto per il 2026. Ma il MPCC afferma che “Ciò che è chiaro è che, finché rimane l’area grigia, la credibilità del ciclismo continuerà a soffrire e la salute dei corridori è a rischio”.
Il comunicato del MPCC si conclude con una posizione netta: “La nostra posizione non è cambiata. La medicalizzazione senza fine dei corridori è un problema grosso e richiede azione. Il MPCC spinge l’UCI a stabilire una chiara e regolata posizione su un range di prodotti medici nell’area grigia o altri prodotti specifici, come i chetoni”. Adesso spetterà all’UCI recepire il messaggio.
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