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Pagelle Prova in Linea Uomini Tokyo 2020: Carapaz d’oro, Van Aert sempre fenomenale (ma ancora secondo) – Delusione Evenepoel e Spagna

Richard Carapaz (Ecuador), 10 e lode: Gara perfetta da parte del 28enne ecuadoriano, che sul Mikuni Pass decide di non strafare e di non seguire la progressione di Pogacar, ma di rientrare del proprio passo per non fare un fuori giri. Poi, è abile a lanciarsi sulle ruote di McNulty quando quest’ultimo prova a sorprendere tutti a 25 chilometri dal traguardo, collaborando con lo statunitense nel tratto successivo e staccandolo sullo strappo all’ingresso del circuito finale, dove aumenta il proprio vantaggio nei confronti degli inseguitori e dove va a prendersi una meritata medaglia d’oro, la seconda per l’Ecuador nella storia delle Olimpiadi.

Wout Van Aert (Belgio), 10: Cosa poteva fare di più il fenomeno belga? Come ai Mondiali di Imola dello scorso settembre, corre praticamente da solo contro tutti, e, a parte Pogacar, è l’unico a tentare di imbastire seriamente un inseguimento per cercare di riprendere Carapaz e McNulty. E alla fine, se non era per l’ecuadoriano, avrebbe pure vinto, dato che, nonostante le energie spese, ha la forza per imporsi nella volata dei battuti e prendersi un argento che, proprio come a Imola, gli lascia l’amaro in bocca.

Tadej Pogacar (Slovenia), 9: È l’unico a tentare qualcosa sulla salita più dura, il Mikuni Pass, ma non riesce a fare grande differenza e poi trova poca collaborazione da parte di McNulty e Woods, che si erano riportati su di lui. Successivamente, non potendo ovviamente seguire tutti gli attacchi degli avversari, il 22enne lascia andare lo statunitense e Carapaz quando questi allungano a 25 chilometri dall’arrivo, ed è poi l’unico a collaborare concretamente con Van Aert per provare ad andare a chiudere sulla coppia di testa. Alla fine arriva una medaglia di bronzo (quasi d’argento), che testimonia ancora una volta il talento di questo fenomeno.

Brandon McNulty (USA), 8: Davvero brillante il giovane statunitense, che probabilmente avrebbe meritato qualcosa in più rispetto al sesto posto finale. Sul Mikuni Pass dimostra una buona gamba, tanto che, assieme a Woods, riesce subito a rientrare su Pogacar, che aveva allungato poco prima. Poi, è lui stesso a far nascere l’azione decisiva con uno scatto a 25 chilometri dall’arrivo, portandosi dietro Carapaz e collaborando con lui fino all’ingresso del circuito finale, dove paga gli sforzi fatti perdendo contatto dall’ecuadoriano e venendo poi ripreso dagli inseguitori.

Mike Woods (Canada), 8: All’attacco in più di un’occasione, il canadese è tra i corridori più generosi nel finale. Consapevole di dover fare gara dura per avere una possibilità di medaglia, il 34enne ci prova spesso ma non riesce mai a fare la differenza, e alla fine si deve accontentare di un comunque positivo quinto posto.

Greg Van Avermaet (Belgio) e Jan Tratnik (Slovenia), 8: Nonostante sia il campione uscente, il belga si mette al servizio della squadra lavorando praticamente sin da subito come un umile gregario, per tenere sotto controllo la fuga del mattino. Anche lo sloveno si sacrifica per i compagni, facendosi praticamente 150 chilometri a tirare in testa al gruppo.

Rigoberto Uran (Colombia), 7: Dopo un Tour de France chiuso malamente, chi avrebbe immaginato di trovare il colombiano lì davanti con i migliori? Lui invece c’è ed è uno dei più brillanti, e nel finale prova anche a dare un piccolo aiuto nell’inseguimento alla coppia di testa.

Bauke Mollema (Paesi Bassi), 7: Quando il gioco si fa duro, lui c’è quasi sempre. Anche oggi il neerlandese prova a fare la sua corsa, tentando l’attacco in un paio di occasioni, ma non riesce a fare la differenza e alla fine in volata chiude alle spalle solamente dei due fenomeni Van Aert e Pogacar, che vanno a prendersi le due restanti medaglie.

David Gaudu (Francia), 7: Avvalora la buona gamba vista nell’ultima settimana di Tour con un’ottima prestazione, che lo vede chiudere al settimo posto. In una nazionale orfana dei big (in particolare Julian Alaphilippe), si conferma tra i migliori e a suo agio nelle corse di un giorno.

Alberto Bettiol (Italia), 7: Si dimostra tra i migliori, correndo con intelligenza, senza strafare, pronto anche a dare qualche cambio. Poi, i crampi lo tagliano fuori nel momento decisivo e vanificano tutti il lavoro dei compagni. Sapendo di non averne per giocarsi la vittoria, infatti, Giulio Ciccone, Vincenzo Nibali e Damiano Caruso (6) si sacrificano con azioni e movimenti utili a scaldare la corsa. Un po’ più deludente, invece, Gianni Moscon (5), che si spegne sul Mikuni Pass, prima di arrivare al finale, dove avrebbe potuto trovare terreno favorevole alle sue caratteristiche.

Nic Dlamini (Sudafrica), Juraj Sagan (Slovacchia), Eduard Grosu (Romania), Michael Kukrle (Repubbica Ceca), Polychronis Tzortzakis (Grecia), Orluis Aular (Venezuela), Paul Daumont (Burkina Faso) e Elchin Asadov (Azerbaijan), 7:  Assieme a Tristan De Lange (Namibia), che ci ha provato in contropiede a metà gara, i fuggitivi del mattino fanno parte di quelle nazionali “minori” che possono solo provare a entrare nella fuga da lontano per mettersi in mostra. E ci riescono bene.

Michal Kwiatkowski (Polonia), 6: Corre con intelligenza ed è fra i pochi a non restare solamente passivo, tentando anche qualche attacco nella fase di anarchia seguita allo scollinamento del Mikuni Pass. Ma, sapendo di avere anche lui un discreto spunto veloce, forse avrebbe potuto farlo con più regolarità.

Adam Yates (Gran Bretagna), 6,5: Non si vede molto il britannico, che si stacca sul Mikuni pass ma che riesce a rientrare dopo lo scollinamento assieme a Schachmann. Poi, passa buona parte dei chilometri successivi in fondo al gruppetto, senza trovare la forza di attaccare o di collaborare, conquistando comunque una prestigiosa top ten finale.

Maximilian Schachmann (Germania), 6,5: Anche il tedesco non brilla particolarmente: prova a fare quel che può con quel che ha, apparendo più volte in sofferenza, ma senza mollare se non proprio nei chilometri finali, conquistando alla fine un discreto decimo posto.

Jakob Fuglsang (Danimarca), 5,5: Dopo un Tour de France praticamente anonimo, sarebbe potuta andare molto peggio rispetto al dodicesimo posto finale. Prova un paio di allunghi, ma manca la gamba buona per fare la differenza.

Joao Almeida (Portogallo), 5:  Tra gli outsider più quotati, il portoghese scompare quando la corsa esplode. Le zero corse fatte in un mese probabilmente hanno pesato sulla sua prestazione.

Marc Hirschi (Svizzera), 5: Sicuramente, il talentuoso elvetico ha vissuto un Tour difficile, nel quale è stato tormentato dai problemi fisici dopo la caduta nella prima tappa. Però, ci si aspettava che oggi facesse comunque qualcosa in più, invece non lo si vede praticamente mai.

Remco Evenepoel (Belgio), 5: Il suo tentativo da lontano assieme a Nibali fa capire che non ha la gamba dei giorni migliori. Infatti, il giovane talento belga si stacca sin dalle prime rampe del Mikuni Pass. Ma almeno ci ha provato.

Daniel Martin (Irlanda), 4,5: Dei tre irlandesi al via, era probabilmente quello più adatto al percorso. Alla fine chiude molto lontano dai migliori, perdendosi sul Mikuni Pass, pagando probabilmente le fatiche di aver corso Giro d’Italia e Tour de France.

Alexey Lutsenko (Kazakistan), 4,5: A un certo punto, prima della salita decisiva, mette anche i suoi compagni di squadra nelle prime posizioni del gruppo per tirare. Ma appena iniziano gli scatti, lui esplode.

Alejandro Valverde (Spagna), 4: Su di lui, come su tutta la formazione spagnola, resta il dubbio che possa essere stato condizionato da altro (vedi positività al Covid del massaggiatore) viste le difficoltà della sua nazionale. Ma, dato che questa era la sua ultima occasione alle Olimpiadi, per lui è sicuramente una cocente delusione.

Primoz Roglic (Slovenia), sv: Difficile chiedergli qualcosa in più dopo la caduta e il ritiro al Tour de France. Fortunatamente per lui e per la sua nazione, in squadra c’è un fenomeno che non fa rimpiangere la sua assenza.

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