I Volti Nuovi del Gruppo, Luca Mozzato: “Avrei voluto vincere di più da dilettante. Mi ispiro a Boonen”

Luca Mozzato è il protagonista di oggi della nostra rubrica de I Volti Nuovi del Gruppo. Il classe ’98 è appena passato professionista con la B&B Hotels – Vital Concept, squadra che ha deciso di puntare su di lui dopo i tanti piazzamenti da dilettante, categoria nella quale ha ottenuto un successo. Il veneto è cresciuto costantemente nelle ultime due stagioni, in cui ha avuto l’occasione di correre per la formazione Continental della Dimension Data for Qhubeka. Già nel 2017 comunque aveva avuto l’opportunità di correre la Tre Valli Varesine con la maglia della nazionale italiana, su convocazione di Davide Cassani. La redazione di SpazioCiclismo lo ha intervistato in esclusiva.

Descriviti ai nostri lettori. Che tipo di corridore sei?
La mia arma migliore è lo spunto veloce. Ma non sono un corridore da gruppo compatto, infatti su un arrivo completamente a ranghi compatti mi difendo, posso piazzarmi e solo in casi eccezionali riesco a vincere. Le mie corse ideali sono quelle un po’ mosse, nelle quali i velocisti puri saltano. In questi casi io riesco a sopravvivere e mi gioco le mie carte in un gruppo di 30-40 corridori.

Come ti sei avvicinato al mondo del ciclismo?
Da bambino, a 9-10 anni. La mia prima esperienza è stata su una gincana, uno di quei percorsi da fare in bicicletta per i bambini. Un amico di famiglia mi aveva chiesto se mi sarebbe piaciuto provare, aveva una squadra in zona. Io avevo dimestichezza con la bici perché mi piaceva usarla con gli amici, anche per andare al parchetto. Quindi sapevo già un po’ come funzionava, e mi ha chiesto se volessi provare con quella da corsa. Ho iniziato quasi per gioco, poi ogni anno mi divertivo sempre di più. Alla fine è diventato un impegno sempre maggiore.

Com’è stato il tuo primo impatto con il mondo del professionismo?
La mia prima esperienza era stata un paio di anni fa alla Tre Valli Varesine, in cui avevo avuto la possibilità di debuttare con la maglia della nazionale. È stato un impatto abbastanza duro, è una corsa in cui il livello è molto alto. Ero molto emozionato, correre per la prima volta con i professionisti e con la maglia azzurra è stato intenso. Ti ritrovi da essere un signor nessuno a correre con i vari Nibali e Kwiatkowski, fa un certo effetto. Invece quest’anno, che è il primo in una squadra professionistica, il grande salto si vede soprattutto nell’organizzazione. Ci sono dietro davvero tante persone, sono rimasto impressionato. Per ora abbiamo fatto solo ritiri e presentazioni, ma si vede che ci tengono.

C’è qualcosa che ti ha sorpreso di questa nuova realtà professionistica?
Non mi aspettavo questo tipo di ambiente. Mi trovo a tavola con corridori come Rolland e Coquard che seguivo da ragazzino. Mi ricordo la prima vittoria di Rolland al Tour, avevo 13 anni. Ora ci esco in bici insieme e ci parlo a tavola. Fa un certo effetto… All’inizio come giovane sono entrato con i piedi di piombo, ma dopo che entri un minimo in confidenza ci si sta bene insieme, si prende un caffé, si scambiano due parole. È davvero una bellissima sensazione, non è che mi vedo arrivato ma capisco di essere accettato in un mondo che fino a poco tempo fa non era il mio.

Qual è il tuo programma di corse per questa stagione?
Dovrei cominciare con l’Etoile de Besseges e Tour de Provence. La prima inizia il 5 febbraio, quel giorno ci sarà il mio debutto. Poi si vedrà.

Quali sono i tuoi obiettivi personali per il 2020?
Sicuramente imparare e capire qual è il mio posto nel gruppo, che corridore sono. Voglio imparare tanto, per me è un mondo nuovo. Tutto ciò che ho fatto finora si azzera, e bisogna ricominciare. Ho la possibilità di imparare da ragazzi che fanno i professionisti da qualche anno. Poi se ci sarà occasione di fare risultato a livello personale ben venga, ma l’obiettivo primario rimane la squadra.

Quindi in questo momento il tuo ruolo nel team è più da spalla di Coquard?
Non conosco di preciso i programmi, ma nella prima parte della stagione dovremmo fare corse diverse. Lui è più velocista puro, ma in carriera ha dimostrato che quando è in forma va anche in salita. Ha fatto quarto all’Amstel Gold Race. Se dovrò dargli una mano sarò felice di farlo.

Come ha accolto la notizia della Wild Card al Tour il team?
Di sicuro è arrivata un’ondata di buon umore per tutti. Era una cosa sperata, ma nessuno ne era sicuro. Quando abbiamo avuto la conferma abbiamo tirato tutti un sospiro di sollievo. Per una squadra Professional andare nella vetrina più importante del mondo ciclistico è veramente importante, a partire dai corridori, passando per gli sponsor e tutte le persone che girano intorno.

Hai qualche rimpianto nella tua carriera finora?
Gli ultimi due anni per me sono stati positivi, mi sarebbe piaciuto vincere di più. Alla fine ho portato a casa una sola vittoria, da questo punto di vista mi rimane un po’ di amaro in bocca perché avrei voluto lasciare un po’ di più il segno. Ma oggettivamente sono migliorato tanto sotto diversi punti diversi. Mi sono sviluppato tanto sia dal punto di vista strettamente ciclistico sia da quello più mentale, anche nell’alimentazione e nel fare la vita da corridore. Ho buttato via io qualche corsa, in qualche altra sono stato poco fortunato. Il rammarico di aver vinto poco c’è.

Sei cresciuto nella squadra Continental della Dimension Data ma poi hai scelto la B&B Vital Concept per il tuo passaggio da professionista. Come mai?
Mi era già stato detto della Dimension Data che non mi avrebbero offerto un contratto per la squadra World Tour. Loro nel roster hanno tanti velocisti di altissimo livello, non credo ci fosse spazio per me. In quest’ambiente avrò più possibilità di mettermi in mostra, e poi nelle corse di un team World Tour avrei sicuramente fatto più fatica, sarebbe stato molto impegnativo e più difficile avere un risultato.

Quali sono le tue corse preferite?
Sicuramente le classiche del nord, uno dei miei sogni in questo primo anno è riuscire a farle e cominciare ad avere un bagaglio personale in vista del futuro. Secondo me come caratteristiche sono abbastanza tagliato per queste corse, ma ora mi manca esperienza. In questi due anni voglio fare esperienza e capire se posso specializzarmi in quest’ambito.

Hai avuto qualche difficoltà di adattamento, trattandosi di un team francese senza italiani?
La lingua in effetti è stato il problema principale, perché praticamente tutti in squadra parlano in francese. Ma in gruppo mi trovo molto bene, sia con i più giovani sia con i veterani del team. Alla fine, pur non parlando benissimo il francese, riesco a intendermi un po’ con tutti.

Chi è il tuo idolo nel mondo del ciclismo?
Per me è stato Tom Boonen. Mi ci rivedo e mi ispiro a lui, fisicamente ha le mie caratteristiche. Il sogno è avere la sua esplosività e avere il suo feeling con le pietre, pur sapendo che non sarà semplice.

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