© Tropicale Amissa Bongo

I Volti Nuovi del Gruppo, Attilio Viviani: “L’accostamento con Elia ci sarà sempre, ma non ne soffro. Il mio idolo? Wiggins”

Attilio Viviani è il primo protagonista della rubrica I Volti Nuovi del Gruppo di questa stagione. Il veneto, approdato ufficialmente alla Cofidis dopo l’esperienza da stagista nello stesso team francese, ha già dimostrato le sue grandi qualità in volata vincendo la Schaal Schels 2019 e la prima frazione della Tropicale Amissa Bongo 2020, suo debutto stagionale con i nuovi colori. Classe ’96, campione europeo juniores su pista (specialità scratch, nel 2014), il fratello minore di Elia ha scelto la stessa squadra dell’oro olimpico di Rio 2016 per passare tra i professionisti, dopo essere cresciuto nel Team Colpack e aver corso per un anno con la Sangemini, prima della breve parentesi all’Arvedi Cycling. La redazione di SpazioCiclismo l’ha intervistato in esclusiva.

Descriviti ai nostri lettori. Che tipo di corridore sei?

Sono veloce, tengo sugli strappi corti. Su salite più lunghe di 4 chilometri faccio fatica, poi dipende sempre da dove è situata l’asperità. A fare il Poggio in allenamento sembra una cavalcavia, nella Milano-Sanremo sappiamo tutti come diventa dopo quasi 300 km. In generale me la cavo nei su e giù. Quando rimaniamo in 50-60 mi esprimo meglio in volata.

Come ti sei avvicinato al mondo del ciclismo?

Da piccoli correvano sia Elia sia Luca, l’altro fratello. I miei genitori non hanno mai fatto sport, ma a mia mamma piaceva l’idea che lo praticassimo. Abbiamo iniziato con calcio e ciclismo fino all’età in cui bisognava per forza scegliere. Tra l’altro a calcio ero bravo, ho giocato anche nelle giovanili dell’Hellas Verona. Ero prima un’ala e poi un centrocampista centrale.

Com’è stato il tuo primo impatto con il mondo del professionismo?

Già nel 2018 in Sangemini ho avuto la possibilità di fare qualche corsa a tappe abbastanza importante, come il Giro della Slovenia. È vero che non è duro come il Giro di Svizzera, che viene usato dai corridori per preparare il Tour de France, però chi vuole un avvicinamento al Tour un po’ più facile sceglie questa corsa. Quell’anno ha vinto Roglic davanti a Uran, c’erano dei bei corridori. Fare corse a tappe già l’anno prima dello stage in Cofidis mi ha dato una mano a capire come funziona il meccanismo delle corse professionistiche, che non è come tra gli under 23. Lì sono più corte e sempre a tutta, si fanno due giorni al massimo e poi ci si riposa. Tra i professionisti non è così, le corse in generale hanno meno ritmo in corsa ma poi c’è un’accelerazione impressionante alla fine.

Quanto è stata importante l’esperienza in Sangemini?

Come dicevo, il mio avvicinamento al professionismo è stato graduale, ho anche potuto fare due volte il San Juan con la nazionale. Ho fatto un bel calendario italiano anche nel 2019, prima di passare alla Cofidis.

Cosa ti ha colpito di più in questi primi mesi in una squadra World Tour?

Come fanno arrivare il corridore al top tramite massaggi e mille altre cose per il momento in cui corre. Non lasciano nulla al caso, danno orari per la colazione, per i massaggi, hanno numerosi massaggiatori a disposizione. Ti mettono nelle migliori condizioni di correre, e questo fa la differenza. Hanno un’attenzione maniacale per i dettagli.

Sai già qual è il tuo programma corse?

Intanto sono felice di aver scelto la Tropicale Amissa Bongo come debutto. Volevano farmi iniziare in un’altra corsa e l’idea un po’ mi spaventava, perché ero già stato al San Juan e so che si va molto forte, negli ultimi tre anni la qualità si è alzata molto. Mi hanno detto che volevano mettermi subito a fare il leader per le volate in Australia o Argentina, poi mi hanno proposto il Gabon e sono stato felice. Non che qui non ci sia qualità, ma è un buon inizio e c’è meno concorrenza. Sono felice di iniziare la stagione, ma non contro i grandi velocisti. Fare risultato qui dà sempre il morale per dimostrare di essere un professionista vero e di poter stare in questa categoria. Poi molto probabilmente parteciperò all’UAE Tour, ma prima vediamo come va in Gabon. Nel mezzo ci sono molte corse in Francia, ne farò qualcuna. Vediamo come va in Africa e decidiamo il programma.

Il debutto da stagista non è stato facilissimo…

Io ho iniziato in Belgio da stagista ed è stato molto difficile, gli altri hanno cominciato con corse a tappe in cui comunque il ritmo è meno sostenuto perché bisogna dosare le energie su più giorni. Il Belgio è sempre il Belgio, non avevo mai toccato il pavé in vita mia. La prima corsa non è andata male, ma dopo una trentina di chilometri purtroppo c’è stata una caduta in una strada strettissima. Davanti sono rimasti una trentina di corridori, tra cui nessun Cofidis, quindi abbiamo dovuto tirare tutto il giorno. Poi dietro il gruppo si è spezzato ancora in mille pezzi perché noi andavamo forse. Da lì siamo rimasti venti davanti e venti dietro. Mi sono dovuto ritirare dopo aver tirato tanto, e non è stato il migliore degli inizi. Ma ero consapevole di quello che avevamo fatto. Abbiamo tirato 150 km con trenta corridori che collaboravano. E noi dietro a inseguire in cinque da tre minuti siamo andati a 30″, poi siamo esplosi. Ma insomma, non è andata così male, ho tirato tutto il giorno. Tanto che poi Elia, mio fratello, mi ha chiamato e mi ha chiesto: “Ma cosa è successo? Perché ti sei ritirato?”. Gli ho spiegato la situazione e mi ha detto: “Ah ok, pensavo non fosse andata bene con i ventagli e ti fossi ritirato”. In realtà è andata bene per me, meno bene per la squadra.

Poi hai già dimostrato di saper vincere tra i professionisti. Quanto è stato importante?

Per me è stato davvero importantissimo. Mi sentivo molto bene. Tra la prima e la seconda corsa, che è quella che ho vinto, ho legato tanto con Bert Van Lerberghe, ora passato alla Deceuninck-Quick-Step. Lui ha sempre avuto un gran motore per tirare le volate, non per farle. Mi ha aiutato molto per la vittoria. Oltre al fatto che mi ha tirato la volata, mi è stato vicino per tutta la corsa e mi ha guidato. Da buon belga, sapeva tutti i trucchetti dei circuiti. Lì sembra che vai a due all’ora, poi c’è una curva, cambia il vento e se sei indietro rischi di prendere il ventaglio e stare fuori. Lui sapeva tutte queste cose, mi ha guidato fino alla fine e ho dovuto solo sprintare.

Per te cosa significa avere la possibilità di correre con tuo fratello? È un vantaggio o temi di sentire il peso dell’accostamento?

Per me è un grosso vantaggio. L’accostamento ci sarà sempre, è inevitabile. Mi aiuta il fatto di aver già vinto una corsa nei professionisti alla mia seconda partecipazione, quindi in squadra sono visto non come il fratello di Elia ma come Attilio, che va a fare le volate in Gabon. Non soffro dell’accostamento ma lo sfrutto. So che lui ha fatto una carriera incredibile, spero di essere in grado di fare anche solo la metà di quello che ha fatto lui. Ma sfrutto questa cosa, che non mi pesa per niente. Abbiamo un rapporto bellissimo, ci sentiamo praticamente ogni giorno e ci parliamo in modo molto diretto, come dicevo prima per la corsa del mio esordio. Lui mi guida molto e mi motiva, e forse vede più potenzialità in me di quante ne veda io stesso. È il primo a dire che se faccio tutto l’inverno a prepararmi per vincere una tappa in Gabon, poi vinco una tappa in Gabon. Lo vede in me perché lui per primo è un gran lavoratore. A volte usciamo in allenamento e io sono il primo magari ad alzare il braccio per dire: “Cosa ne dite ragazzi, facciamo una pausa bar?”. Non che lui sia contrario a queste cose, però insomma se la deve proporre uno di noi due quello sono io.

Per i Grand Tour avete già deciso qualcosa, per la tua stagione?

No, non ancora. Ma nel caso mi piacerebbe saperlo prima per prepararlo. Ne parleremo con i risultati alla mano, anche a metà o fine febbraio. Mi piacerebbe tanto, ma sarei il primo a tirarmi indietro se qualcosa non andasse.

Sceglieresti Giro o Tour?

È molto difficile. Il Giro è il Giro, per tutti gli italiani è speciale. Il Tour ha un valore diverso per tutto il mondo del ciclismo. Ti direi Giro, anche se francamente per il clima preferirei il Tour de France. Con l’acqua non mi esprimo così bene, al Giro piove sempre almeno una settimana. Con acqua e freddo faccio più fatica. Se sarà Giro, spero di beccarne uno con tanto sole…

Quali obiettivi hai per questa stagione?

Crescere tanto e capire come correre. Come in Belgio, come dicevo senza Bert Van Lerberghe non avrei vinto. Ho visto come si muovono i Quick-Step rispetto ad altri corridori e come conoscono ogni angolo del percorso. Quella è tutta esperienza che fai, e io voglio acquisirne molta. Voglio essere pronto sia per fare la volata sia per aiutare i miei compagni, a seconda di cosa mi chiederà la squadra.

Qual è stato il momento migliore della tua carriera? E il tuo peggiore?

Ne ho due migliori. L’europeo che ho vinto da junior su pista, che avevo preparato bene, e sicuramente la corsa che ho vinto l’anno scorso. Il peggiore direi la prima corsa con tanti ventagli in Belgio. Siamo partiti e dopo 300 metri c’era una curva in cui abbiamo preso un ventaglio. E questo fa capire com’è andata la corsa. Era un periodo in cui andavo forte, e volevo dimostrare di non essermi fermato a quella vittoria. Per me è stata una batosta, ho imparato tanto: cosa sono i ventagli, come prepararli, dove stare in gruppo perché in ogni momento si può prendere il buco. È stato il momento peggiore delle corse, ma ho potuto trarne molto.

Hai legato con qualcuno in particolare in squadra?

In ritiro sono stato in camera con Consonni, che conosco dai tempi della Colpack. Ma li conoscevo quasi tutti ormai, non ho legato con qualcuno di nuovo in particolare. Un piccolo problema è stato la lingua. Quasi tutti parlano solo il francese, e io ho avuto giusto un paio di settimane per impararlo. Sapevo chiedere l’acqua, ringraziare e chiedere per favore. Quindi ho legato con Marco Mathis, che a sua volta fa fatica con il francese, quindi ci trovavamo. La squadra è stata molto comprensiva in questo e ci ha messo in camera insieme. Ora sto studiando il francese. Tra ragazzi in realtà ci capiamo un po’ tutti in inglese, la difficoltà spesso è più con lo staff, magari il meccanico che ha sempre parlato francese. Per questo è indispensabile.

Cosa pensi del progetto Cofidis? È il posto giusto per te?

Sicuramente sì. Mi hanno accolto benissimo. Hanno fatto la squadra attorno a Elia, ma non c’è solo lui. Hanno preso Guillaume Martin, l’anno scorso nella diciannovesima tappa del Tour era rimasto da solo con Bernal. Anche lui avrà gli occhi del mondo ciclistico addosso. Hanno preso due uomini esperti come Vermote e Sabatini. Elia è il capitano, ma non c’è solo lui, anzi. Resta anche Laporte, che è un grande velocista. Hanno strutturato una bella squadra per fare un primo anno nel World Tour e iniziare a vincere.

Chi è il tuo idolo nel mondo ciclismo?

È sempre stato Wiggins, per la leggenda che è, per il personaggio che ha creato nel mondo del ciclismo. Se va a una corsa e si ritira, fa più scalpore il suo ritiro di me che vado a quella corsa e la vinco. È lo stesso percorso che sta facendo Sagan. Quest’anno andrà al Giro d’Italia, se si dovesse ritirare alla terza tappa si parlerebbe di lui fino alla decima, ancora di più dei sette che hanno vinto nel frattempo. Mi piacciono tutti quei corridori che hanno costruito qualcosa oltre al ciclismo. Se Sagan va in bici ad allenarsi la gente lo ferma. Sono riusciti ad andare oltre il ciclismo, ma non perché sono diventati famosi. Wiggins si è fatto conoscere vincendo, ma attraverso la bici ha fatto un personaggio di sé.

Vuoi lanciare un messaggio ai lettori di SpazioCiclismo?

Vorrei pregare gli automobilisti di starci lontani quando ci sorpassano sulle strade. È una battaglia tutti i giorni. Non capiscono che se ci passano a 20 centimetri quando loro vanno veloce lo spostamento d’aria ci fa rischiare la vita.

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