Picnic PostNL, la squadra ha avviato un’indagine indipendente dopo le accuse di aver creato una cultura del terrore – Nel frattempo alcuni atleti escono allo scoperto
Le ultime settimane non sono state sicuramente semplici per il Team Picnic PostNL. Se da un lato, quello sportivo non mancano le incertezze (soprattutto di tipo economico) legate al rinnovo della licenza WorldTour, dall’altro continua a far discutere l’inchiesta condotta e pubblicata dal quotidiano NOS nella quale numerosi ex corridori e membri dello staff hanno accusato i dirigenti di aver creato una “cultura del terrore” e un ambiente di lavoro “dittatoriale” all’interno del team. La compagine neerlandese aveva subito respinto tali accuse, ma riconoscendo l’importanza delle denunce aveva anche annunciato l’intenzione di commissionare un’indagine indipendente per capire come viene effettivamente vissuta la cultura interna della squadra.
Tale indagine è stata ora affidata dalla formazione WorldTour alla professoressa di diritto sportivo Marjan Olfers, docente di diritto dello sport alla Vrije Universiteit di Amsterdam, che attraverso il suo istituto di ricerca Verinorm effettuerà interviste e proporrà questionari volti ad esaminare l’ambiente di lavoro all’interno del team: “I media riferiscono che esiste una cultura della paura. Intendiamo indagare su questo aspetto in modo scientifico – ha dichiarato Olfers a NOS – Lo faremo nel modo più approfondito e rapido possibile“.
Nel frattempo, però, uno degli atleti che in forma anonima aveva partecipato all’inchiesta è uscito allo scoperto e ha rilanciato le accuse. Si tratta di Esmée Peperkamp, che ha corso per il team dal 2021 al 2025 e, sempre a NOS, ha approfondito quanto subìto nel corso degli anni e che le ha provocato anche dei problemi di salute: “La mia salute continua a peggiorare, perché non produco ancora abbastanza ormoni. Dal 2021 non ho più avuto il ciclo mestruale e soffro di RED-S, ovvero carenza energetica relativa nello sport. L’ho sviluppata durante il mio periodo alla DSM e successivamente alla Picnic PostNL. Se la produzione di ormoni è insufficiente, il sistema immunitario si indebolisce, rendendoti più vulnerabile alle infezioni. Ad aprile di quest’anno mi sono ammalata proprio prima dell’Amstel Gold Race. Ora soffro di long Covid”.
La neerlandese non corre infatti da aprire e al momento non riesce ad andare in bici, e secondo lei tutto ciò è conseguenza di quanto avvenuto nel periodo in Picnic PostNL: “Non mi è mai stato chiesto se avessi il ciclo. Non è mai stato verificato se i miei livelli ormonali fossero nella norma, nonostante ci fossero controlli sanitari ogni anno. Questo si sarebbe potuto evitare […] Ho fatto passi indietro dal punto di vista fisico e ho subito un forte stress mentale“.
I problemi ormonali non sono stati gli unici problemi sviluppati dalla 29enne nel periodo con la squadra: “Ho iniziato ad avere problemi con la sella e, dopo allenamenti intensi, mi faceva male la schiena. Ne ho parlato con il medico della squadra, ma il mio allenatore continuava a prescrivere sessioni intense. Quell’allenatore aveva ricevuto quelle indicazioni dalla dirigenza”. Anche l’alimentazione si è trasformata in un problema a causa di una intolleranza al lattosio e della sindrome dell’intestino irritabile, entrambe emerse però dopo anni: “Mi sentivo malissimo. Avevo così tanta nausea che non riuscivo più a mangiare. E vomitavo anche. Potevo stare male per giorni interi e quindi mangiavo pochissimo. Mi dicevano che dovevo solo abituarmi. Ci ho provato per tre anni. A volte avevo degli assistenti gentili, che mi davano borracce con una normale bevanda isotonica o con acqua”.
Peperkamp denuncia inoltre la squadra di non aver applicato correttamente il protocollo sulle commozioni cerebrali, dopo una sua caduta avvenuta alla Vuelta a Burgos 2024: “Lo applicavano in modo molto approssimativo. Ad esempio, lasciavano a me la decisione se tornare in sella il giorno dopo. Inoltre, contrariamente al loro protocollo, durante la riabilitazione mi hanno fatto stare in sella troppo a lungo. Un anno dopo sono caduta di nuovo, sempre a Burgos. Dopo il traguardo ero lì che piangevo e tremavo. Avevo paura di dover stare di nuovo fuori gioco a lungo. Volevo salire sull’autobus il più presto possibile. Il mio direttore sportivo mi ha detto più tardi in hotel: ‘Se sei emotivamente provata o hai bisogno di piangere, non farlo vicino al bus. Torna al bus solo quando ti senti di nuovo normale’. Queste sono state le sue esatte parole”.
Alle accuse della 29enne si aggiungono anche quelle di Molly Weaver, che ha vestito la maglia del team dal 2015 al 2017: “Ho visto molti post di corridori e membri dello staff, passati o attuali, che negano queste accuse e definiscono bugiardi coloro che le hanno mosse. È così che mi hanno definita quando correvo lì – ha scritto la 32enne sul suo profilo Instagram – Non si guadagna nulla inventando cose del genere, non vedo quale motivo ci sarebbe per farlo. Per esperienza personale, anch’io mi sono esposta e ho portato alla luce questioni che mi hanno danneggiata, al punto da costringermi praticamente a rinunciare a continuare nel gruppo“.
“Non è stato tutto negativo, e nemmeno le persone che facevano parte dell’organizzazione erano tutte cattive – ha aggiunto l’ex ciclista britannica – Di alcune ho dei bei ricordi. Ci sono testimonianze da entrambe le parti che tracciano un quadro della situazione, ma basta una mela marcia a rovinare tutto e questo sistema ne ha chiaramente generate molte. Non puoi decidere di controllare le persone a tutti i costi e poi stupirti che ciò abbia un prezzo“.
Secondo Weaver, infatti, i corridori erano sottoposti a un controllo continuo da parte della squadra: “Mi veniva richiesto di essere disponibile tutto il giorno, tutti i giorni. Inoltre, dovevo registrare e giustificare ogni mia azione, così come la mia posizione in ogni momento. Se osavo non rispondere immediatamente a un messaggio, ricevevo una sanzione. Hanno distrutto la carriera di molti, li hanno danneggiati mentalmente, e anche fisicamente, e questo va ben oltre un dibattito sui social media. Il modo in cui tratti le persone conta, le cicatrici che lasci contano. Tutti possiamo trarne insegnamento e tutti possiamo impegnarci per promuovere un cambiamento positivo. Spero che sia proprio questo il futuro che attende le persone coinvolte, proprio come ho fatto io all’epoca”, ha concluso la 32enne.
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