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Lotto Soudal, Philippe Gilbert sceglie il suo “Dream Team”: ci sono Bradley Wiggins e Cadel Evans

La carriera da professionista di Philippe Gilbert è iniziata nel 2003. Un enorme lasso di tempo passato in sella per il belga, che ha ancora la concreta possibilità di portare a termine un’impresa da leggenda, ovvero vincere tutte e cinque le Classiche Monumento del ciclismo mondiale. Dopo Fiandre, Roubaix, Liegi e Lombardia, gli manca solo la Milano-Sanremo, che quest’anno aveva preparato con minuzia e che poi è saltata per via dell’emergenza Covid-19. In attesa di novità sulla possibilità che questa venga recuperata più avanti durante l’anno, il 37enne di Verviers ha fatto un salto indietro con la mente, cimentandosi in una scelta sicuramente affascinante.

A Gilbert è stato infatti chiesto (da CyclingNews) di selezionare il suo “Dream Team”, ovvero comporre la sua squadra ideale, in base ai compagni avuti nell’arco della sua carriera. Sette i nomi da scegliere per un periodo che quest’anno arriva ad essere di 18 stagioni. Non facile, quindi, il compito per il belga, che prima di tornare alla Lotto Soudal ha vestito anche le maglie di Française de Jeux, Silence-Lotto, Omega Pharma-Lotto, Bmc e QuickStep, fino alla scorsa stagione con la versione Deceuninck. La prima scelta di Gilbert è il britannico Bradley Wiggins, che ha condiviso con lui la maglia della FDJ, entrambi a inizio carriera: “All’epoca, non sapevo che sarebbe finito a vincere il Tour de France, ma già in quel momento si capiva che aveva un motore eccezionale”.

Gilbert vorrebbe accanto a sé anche Andrè Greipel, per cui il belga ha parole al miele: “Nei giorni di corsa, puoi contare sul fatto che sarà a tua disposizione. Non tanti velocisti lo farebbero. È sempre stato corretto e diretto ed è un compagno di squadra che ho sempre apprezzato”, dice del tedesco. Il terzo nome è quasi una sorpresa: si tratta del belga Christophe Detilloux. “Comporre un Dream Team non è solo selezionare i corridori più famosi di cui hai il numero di telefono – le parole di Gilbert – Per me è mettere insieme i colleghi con cui ho condiviso emozioni e che hanno avuto un impatto, penso che entrambi abbiamo avuto degli effetti positivi sulle rispettive carriere”. Belga, classe ’74, Detilloux ha corso con Gilbert ai tempi della Française de Jeux.

Coetaneo di Detilloux è il belga Mario Aerts, che ora è… direttore sportivo di Gilbert: “Ma non l’ho scelto per quello! È sempre stato fonte di ispirazione per me quando ero più giovane. Era un corridore di classe e abbiamo corso insieme alla Lotto, dopo che arrivai dalla FDJ”. Dei tempi della Silence-Lotto era la maglia condivisa con l’australiano Cadel Evans. Era il 2009 e “dopo aver fatto la Vuelta a España insieme siamo andati ai Campionati Mondiali, volavamo entrambi. Siamo arrivati nel gruppo di testa e, anche se ero deluso per non aver vinto, mi consolava il fatto che l’avesse fatto lui (a Mendrisio, dove Gilbert fu sesto – ndr). Qualche settimana dopo Cadel è stato straordinario nell’aiutarmi al Lombardia, facendo un ritmo splendido per me. Tanti corridori, soprattutto dopo aver vinto il Mondiale, avrebbero pensato a loro stessi, ma Evans si è comportato da perfetto compagno da squadra”.

Altro belga, altro “gregario”, Iljo Kejsse, con cui ha condiviso l’avventura con la QuickStep: “Ci sono persone in gruppo che parlano tantissimo sui bus o nelle riunioni pre-gara, ma poi spariscono quando la corsa comincia. All’improvviso non parlano più così tanto, ma il giorno dopo sono di nuovo loquaci. Sono il tipo di persone di cui non hai bisogno. Iljo è l’esatto opposto. C’è sempre. È come Luke Rowe (Ineos), ma sfortunatamente per lui è pagato meno rispetto al britannico”.

L’ultima maglia è per Jelle Vanendert, altro connazionale di Gilbert: “Siamo diventati amici anche giù dalla bicicletta. All’inizio della sua carriera, correva per la Chocolade Jacques e all’epoca ci vedevamo durante gli allenamenti nelle Ardenne. Ho sempre ammirato i corridori che facevano lunghe sedute durante la settimana. Eravamo simili e lui sapeva essere esplosivo a volte. Io potevo vedere il potenziale che aveva, forse lui stesso avrebbe potuto vederlo prima”.

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