Pagelle Mondiali Montréal 2026: McNulty perfetto, Matthews da favola e Simmons ispirato – Quante ombre sul Belgio

Brandon McNulty (Stati Uniti), 10 e lode: La giornata di gloria del corridore che non ti aspetti. È vero, soltanto occhi disattenti non lo avrebbero attenzionato almeno tra gli outsider per la giornata di oggi, su un circuito in cui ha già vinto l’anno scorso, in condizioni molto diverse. Immaginare però che potesse vestire la maglia iridata era francamente difficile e lui, in qualche modo, è riuscito a smentire tutti, persino sé stesso. Attento nel gruppo inseguitori quando si trattava di difendere l’azione di Simmons, piazza la stoccata al momento giusto, appena è stato ripreso Van Der Poel, per provare un’impresa difficilissima. Chilometro dopo chilometro, però, il sogno diventa sempre più concreto e alla fine la medaglia d’oro torna negli Stati Uniti 33 anni dopo. Un risultato difficile da pronosticare ma non per questo meno meritato: ha corso di gambe, di intelligenza e di tenacia, più di tutti gli altri. E questo titolo iridato può essere l’inizio di una nuova parte di carriera.

Michael Matthews (Australia), 10: Ci sentiamo di dare il massimo anche a lui perché non poteva proprio correre in modo diverso. Quindici mesi fa ha rischiato grosso per un’embolia polmonare, che sarebbe potuta costargli la carriera e forse qualcosa di più. A inizio anno un incidente in allenamento lo ha costretto a un altro lungo stop che sembrava una sentenza. Lui, però, ricorre in appello contro la sorte e corre un mondiale incredibile su un percorso che tanti ritenevano troppo duro per le sue caratteristiche. Ha corso come poteva e doveva, senza le qualità (o le gambe) per provare ad attaccare su questo circuito ma con la tenacia di chi non vuole essere staccato. Vince la volata dei battuti e si assicura un argento difficile da immaginare, per tutte le premesse. “Per me vale come una vittoria”, dice al traguardo. Anche per noi, Bling. Perché più di così non potevi fare e non ti possiamo dare.

Mathieu Van Der Poel (Paesi Bassi), 8: Una medaglia tutto sommato di prestigio, condita da un altro show dei suoi. L’attacco a praticamente 100 km dall’arrivo scombina le carte e manda fuori giri i suoi avversari, permettendogli di restare con gli scalatori migliori negli ultimi giri, quando agli altri si è un po’ spenta la luce. Per sua sfortuna, l’azione di McNulty arriva proprio poco dopo il momento in cui viene ripreso e ripartire subito non è un’opzione. Coraggioso, sfortunato nelle circostanza, con un bonus in più perché ha provato a scrivere un destino diverso e per certi aspetti ci è riuscito. Se lo avesse fatto un paio di giri più tardi, forse, avrebbe scritto una storia ancora migliore per lui.

Quinn Simmons (Stati Uniti), 8: Se l’Oscar al miglior attore protagonista va a McNulty, quello alla miglior sceneggiatura originale di sicuro a lui e Matteo Jorgenson (7,5). Il baffuto americano è lesto a portarsi sulla ruota di Mathieu Van Der Poel quando il neerlandese lancia il suo attacco da lontanissimo, dimostrando di essere uno dei pochi in grado di rimanere insieme a lui e dargli cambi. Preziosissimo, insieme all’altro connazionale, nel proteggere l’azione di McNulty con continue azioni da stopper, riesce anche a trovare le energie per sprintare e ottenere una bella quarta posizione. Ispirato.

Giulio Ciccone (Italia), 7,5: Capiamo la sua delusione sul traguardo, perché il nono posto non rispecchia né le sue potenzialità né la generosità con cui tutta la nazionale italiana ha corso. Bisogna però riconoscere che in un mondiale in cui i corridori più attesi erano altri, l’abruzzese riesce a essere protagonista più volte nel circuito canadese. Con un pizzico di fortuna in più, quell’azione insieme a Tom Pidcock nell’ultimo giro avrebbe guadagnato quel paio di secondi in più necessari per far tentennare gli inseguitori, e forse staremmo parlando di una medaglia. Chissà di che metallo. Con i se e con i ma non si fa la storia, ma per come si è evoluta la corsa era davvero difficile chiedergli di più. Bravo Cicco.

Ben Healy (Irlanda), 7: Il suo modo di correre piace, non c’è niente da fare. Attacca a più riprese, consapevole di non avere lo spunto veloce per fare male agli altri in un finale di questo tipo. Riesce a rientrare su Van Der Poel una volta e questo forse gli costa qualche energia di troppo, tanto che quando parte McNulty non ha il guizzo di seguirlo. Ancora una volta, però, è al centro dell’azione dall’inizio alla fine, e questo non è poco.

Primož Roglič (Slovenia), 7: Corre con intelligenza tattica, riuscendo a seguire l’azione di Van Der Poel per non dover contare su doti da scattista che sembra non avere in questa fase della sua carriera. Riesce spesso a rientrare su MVDP in fuga, salvo poi alzare bandiera bianca una volta che il gruppo rientra su di lui. Ci ha provato e probabilmente non aveva niente di più da dare a quest’edizione dei mondiali.

Oscar Onley (Gran Bretagna), 7: Anche lui, come Roglič, si muove al momento giusto, rispondendo all’attacco di Van Der Poel. Uno scalatore puro con le sue caratteristiche, giustamente, non riesce a seguire la cilindrata del neerlandese e finisce con il pagare dazio, ma riesce comunque a rendersi utile al proprio capitano Pidcock una volta riassorbito. Tutto sommato era difficile chiedergli di più su questo percorso, che ha interpretato con coraggio.

Italia, 6,5: La squadra azzurra corre tutto sommato bene, ma ha la grossa pecca di rimanere fuori dall’azione di Van Der Poel. Non avere nessuno nei sei al comando in quella fase della corsa costringe i ragazzi di Amadio a spendere le energie nell’inseguimento, portando Christian Scaroni (7) e Davide Piganzoli (7) a sacrificarsi per Ciccone. Va bene, ma se uno dei due fosse riuscito a stare davanti, l’andamento tattico della corsa sarebbe stata completamente differente per la nostra nazionale. Da lì in poi, comunque, ogni ingranaggio gira alla perfezione per lanciare il capitano nel modo migliore possibile. Unica pecca: un Pellizzari non nella sua versione migliore, in una giornata dove avrebbe potuto ambire a farsi vedere in qualche azione.

Tom Pidcock (Gran Bretagna), 6,5: Il suo voto tiene conto della sfortuna con cui ha dovuto convivere nel momento caldo della corsa, quando ha speso energie preziose per rientrare in gruppo dopo un problema meccanico. Anche per questo non si è trovato nell’azione di Van Der Poel e, forse, non ha avuto quello spunto giusto nel finale per fare la differenza. Lui, comunque, ci ha provato in diverse occasioni, anche con il nostro Ciccone, forse frenato dalla considerazione che gli altri corridori hanno di lui. Il settimo posto finale non è comunque da buttare.

Mauro Schmid (Svizzera), 6,5: Intuendo di non avere lo spunto migliore nel gruppo degli inseguitori, prova a lanciarsi in un’azione solitaria nell’ultimo giro. Il tentativo sembra anche avere spazio, ma viene inevitabilmente fermato dal gruppo. Alla fine chiude appena fuori dalla top ten, un risultato tutto sommato accettabile in una stagione in cui è stato spesso protagonista.

Isaac Del Toro (Messico), 6: L’impressione è che spenda tanto, troppo, nei primi giri del circuito e poi si trovi senza benzina nel momento decisivo. Un errore che a volte commette anche quando corre con la UAE, ma che pesa ancora di più in un Mondiale in cui di fatto non ha compagni di squadra a sua disposizione. Forza l’andatura in quasi ogni passaggio sulla salita più dura, salvo poi dover correre in difesa gli ultimi due giri. Alla fine è quinto: meno di quanto si sarebbe aspettato. E se non avesse chiuso lui quel buco sull’azione di Ciccone e Pidcock…

Mads Pedersen (Danimarca), 6: Subisce la corsa e non riesce mai a farla, finendo sempre nei gruppi degli inseguitori. Ha però il grande merito di crederci fino alla fine, portando a casa il sesto posto. Non un risultato da festeggiare per un corridore come il suo palmarès, ma quanto meno la conferma della sua caparbietà.

Wout Van Aert (Belgio), 5: Non merita una bocciatura pesantissima perché il suo lavoro in supporto di Evenepoel rimane prezioso, ma è innegabile che il testa a testa con Van Der Poel sia impietoso, pur su un percorso che in altre circostanze lo avrebbe favorito. Riesce a seguire l’azione del rivale di sempre a cento chilometri dall’arrivo, ma già dopo un paio di giri è costretto ad alzare bandiera bianca e provare a mettersi a servizio della squadra. Non al suo meglio.

Giulio Pellizzari (Italia), 5: Ci dispiace per Giulio, corridore che amiamo e ci ha emozionato tante volte, ma bisogna essere coerenti: per noi era da tenere d’occhio come outsider, inserito anche nel nostro borsino dei favoriti, in cui figurano soltanto 15 nomi. Il fatto che non fosse presente in nessuna azione decisiva né nel gruppo dei favoriti quando Scaroni e Piganzoli hanno tirato per Ciccone certifica una giornata difficile, come può capitare nel ciclismo. Costretto al ritiro, in questo mondiale non ha lasciato il segno: siamo sicuri che riuscirà a farlo nelle prossime edizioni.

Juan Ayuso (Spagna), 4,5: Non era tanto atteso quanto altri nomi in questa edizione dei mondiali, ma il percorso canadese si addiceva alle sue caratteristiche e poteva permettergli di riscattare una stagione tutto sommato sotto le aspettative. Invece rimane sempre nel gruppo dei favoriti senza trovare la brillantezza per provare a scattare né le forze per lo sprint finale, accontentandosi di una tredicesima posizione decisamente al di sotto delle ambizioni sue e della sua nazionale.

Remco Evenepoel (Belgio), 4: Favoritissimo alla vigilia, semplicemente incappa in una giornata storta. Può succedere anche ai migliori, anche nelle giornate più importanti. In difficoltà fin dai primissimi giri del circuito, lotta come un leone per rientrare ogni volta in cui può, cercando anche l’allungo a sorpresa entrando nell’ultima tornata. Quando manca così tanto la gamba, l’inventiva non può bastare. Ma il dodicesimo posto in un’occasione del genere non può meritare un voto più alto.

Paul Seixas (Francia), 4: Altolà, vi vediamo. Ha 20 anni, ha corso con personalità, ha provato a prendere in mano la corsa pur essendo prestissimo rimasto senza compagni. Tutte osservazioni vere, che non tolgono però il dato più importante di questa edizione, ovvero il risultato: quindicesimo a quasi tre minuti dal vincitore, dopo aver speso (forse sarebbe meglio dire sperperato) diverse energie nei primi giri del circuito per tentare azioni inconcludenti. Muove la squadra troppo presto senza motivo e si ritrova senza benzina sul più bello, proprio all’ultimo giro. È giovane e siamo sicuri che lotterà più e più volte per la maglia iridata, ma resta il fatto che uno dei grandissimi favoriti conclude la prova fuori dai primi 10 a causa dei crampi.

Jhonatan Narváez (Ecuador), 3: Qualcuno lo ha visto? Outsider tenuto in considerazione da molti possibili protagonisti di questa edizione, viene staccato abbastanza presto nella corsa e finisce con un mesto 36° posto. Eppure doveva essere lì con i migliori…

La scelta di palinsesto Rai, sv: La prova maschile élite non meritava il buco di mezz’ora nei canali in chiaro proprio sul più bello. Il passaggio su RaiPlay Sport 3 a una quarantina di chilometri dall’arrivo ha privato molti spettatori del momento in cui McNulty ha sferrato l’attacco decisivo, oltre all’emozione della fase calda della corsa. D’accordo che ci sono smartphone, tablet e smart tv, d’accordo le difficoltà di palinsesto con il fuso orario canadese tra TG2 e Lega Pro, ma un po’ di amarezza per gli appassionati di ciclismo rimane. Soprattutto perché, per il resto, la copertura dell’evento è stata impeccabile.

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