Investito al Piccolo Lombardia 2019, il racconto di Edo Maas: “Mi hanno privato della mia carriera”

Sono passati quasi tre mesi dal tremendo incidente che lo ha visto involontario e sfortunato protagonista. Il 19enne neerlandese Edo Maas stava scendendo dal Ghisallo, durante il Piccolo Lombardia 2019, quando si è trovato un’automobile a tagliargli la strada e a formare un ostacolo per lui inevitabile. L’impatto è terrificante: più tardi, in ospedale, a causa di una lesione al midollo spinale verrà dichiarato paraplegico. È rimasto paralizzato dallo sterno in giù. La sua carriera ciclistica è finita contro quell’automobile, che era dove non doveva essere. E anche la sua vita è cambiata per sempre, a causa di quell’auto.

Maas era un talento, in sella. Nel 2016 era diventato campione nazionale Juniores e l’anno dopo ha vinto la E3 Harelbeke di categoria. In tanti si accorgono di lui, ma è la Sunweb a reclutarlo per la sua squadra giovanile. Il suo 2019 è ricco di gare e non mancano i risultati che farebbero ben sperare per il futuro. “Farebbero”, perché il futuro sportivo del ragazzo di Rotterdam si interrompe in quel pomeriggio di ottobre in Lombardia: “Ero dietro al gruppo di una quindicina di secondi quando abbiamo scollinato il Ghisallo – racconta Maas a Volkskrant – Quella discesa è semplice, tutte le curve sono in successione e si può spingere. Continuavo a vedere i primi e scendevo di fianco alle ammiraglie, sulla sinistra della strada. Tutto normale, poi quell’automobile è entrata nel percorso di gara da una strada laterale”.

Jelle de Jong, il suo direttore sportivo, era in ammiraglia proprio dietro Maas quando accadde l’incidente e portò le prime cure al corridore. Il neerlandese era cosciente in quei tremendi momenti: “Ricordo che urlavo, chiedendo aiuto e mi sembra siano state ore. È andata avanti così fino al momento in cui mi hanno anestetizzato e forse il peggio di tutto è stato aver provato ansia e stress così estremi in quei minuti. E mi spiace che il mio ds abbia dovuto vivere tutto questo”.

Il primo trasferimento in ospedale a Como, struttura però non attrezzata per le cure di cui aveva bisogno. Allora, lo spostamento in elicottero a Milano, dove fu operato alla colonna vertebrale (due fratture). Maas si è risvegliato tre giorni dopo: “Nelle ore successive ho sofferto di allucinazioni, a causa degli antidolorifici- racconta Maas – Ancora oggi giurerei di essere andato dal dottore a piedi o di essermi fatto un tatuaggio sulla gamba. Poi, mi sono accorto di non riuscire a muovere le gambe. Ho parlato direttamente con il chirurgo che mi aveva operato, che mi disse che avevo avuto una lesione del midollo spinale a livello toracico. Studio fisioterapia, del corpo umano ne so abbastanza. In quell’istante, sono stato in grado di trarre le conseguenze da solo”.

Cosa fai quando ti dicono “paraplegia completa”? “Piangi. Mio padre rimase con me sul letto quella notte. Deve essere stato duro anche per lui. Io nei primi giorni non mi ero reso conto di cosa stesse succedendo. Avevo anche chiesto con un messaggio alla mia ragazza quando saremmo andati di nuovo in bicicletta insieme”, le parole di Maas, che peraltro a quel Piccolo Lombardia inizialmente non avrebbe dovuto neanche partecipare: “Corsi perché un compagno si era ammalato e in Italia ci arrivai all’ultimo, in aereo”, ricorda.

Maas constata che non è finita solo la sua carriera sportiva, ma di aver perso anche “qualcosa d’altro”: “Sono sempre stato un ciclista. Ora sono un ragazzo sulla sedia a rotelle. Poi, vivo in un bel quartiere dove c’è tantissima gente che va in bici, con bellissimi mezzi. E li vedo passare felici. Ma provo anche ad andare oltre: ad esempio, sono d’accordo con la mia ragazza che continueremo ad andare a bere il caffè in bicicletta, lei con quella da corsa e io con la handbike. Di certo – le parole di Edo – voglio una vita che non sia inferiore alla mia vita precedente”.

Il caso del giovane neerlandese è arrivato in coda a una stagione che già aveva vissuto diversi brutti momenti: “È sorprendente che negli ultimi anni siano accaduti molti incidenti, alcuni fatali e altri simili al mio caso. Io ho trovato un’automobile sul percorso, Bjorg Lambrecht ha colpito un tubo d’acciaio, Wout van Aert si è agganciato a una transenna ed è rimasto gravemente ferito. Ogni incidente ha la sua storia, ma qualcuno o un’organizzazione devono esserne responsabili. Penso davvero che l’UCI ci stia lavorando, ma a volte questo discorso non sembra essere una loro priorità. Però si preoccupano della lunghezza dei calzini da cronometro. Il mio incidente non può svanire nel nulla. Altrimenti, più avanti, sarà il turno di qualcun altro”.

Il 30 gennaio è la data fissata per le dimissioni di Maas dalla struttura di riabilitazione in cui attualmente vive: “Dovrò essere in pace con la mia condizione, ma al momento non lo sono ancora. Quell’automobilista ha cercato di mettersi in contatto con me, ma io ora non le voglio parlare. Quando penso a quella donna mi arrabbio molto. Lei può ancora camminare, io no. La mia carriera ciclistica mi è stata tolta, è così che mi sento”. Di recente il 19enne è stato a cena con i suoi ex compagni di squadra: “È stato bello, nonostante il dolore. Ma fra un po’ inizieranno le corse e quindi sarà più difficile. E lo sarà ancora di più quando i primi della mia generazione inizieranno a sfondare: li vedrò al Tour de France e penserò che avrei dovuto correrci anche io”.

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