Visma|Lease a Bike, Wout van Aert sulla questione-esaurimento: “Non è un problema legato solo alla nostra squadra, oggi sei sempre controllato e non sei più autosufficiente”

Nell’inverno ciclistico in corso il tema dell’esaurimento dei corridori è stato particolarmente ricorrente. Sono stati gli atleti professionisti che hanno deciso di lasciare da parte la bicicletta e alcuni di questi lo hanno fatto pur trovandosi in cima, o molto vicino, alla piramide del successo sportivo. Il caso più eclatante è stato quello di Simon Yates, che prima ha vinto il Giro d’Italia 2025 e poi, all’improvviso, ha deciso di chiudere la sua carriera. L’ambiente della squadra di Yates, la Visma|Lease a Bike ha peraltro dovuto fare i conti anche con un altro addio, non dovuto a questioni fisiche, quello di Fem van Empel, atleta di punta della scena femminile. 

E la squadra neerlandese è rientrata spesso nel dibattito, considerando anche le dichiarazioni di Tom Dumoulin, altro atleta che ha deciso di chiudere ben prima del prevedibile la sua carriera e che si è espresso in termini abbastanza netti dei confronti della realtà giallonera. La Visma|Lease a Bike rimane comunque una delle squadre più importanti del panorama mondiale, potendo vantare corridori di caratura mondiale. Uno di questi è Wout van Aert, che dice la sua sulla questione, partendo da una posizione di “difesa” della sua formazione.

“Rendere la questione dell’esaurimento una cosa tipica della nostra squadra è spiacevole – le parole di Van Aert nel corso del podcast Live Slow Ride Fast – È una cosa che mi fa male, anche perché ormai vedo la Visma|Lease a Bike come la mia squadra. Io ho grande rispetto per le decisioni che hanno preso, ad esempio, Fem van Empel e Simon Yates, ma queste decisioni non hanno nulla a che vedere con l’ambiente che c’è nella nostra squadra“.

Van Aert argomenta il suo punto di vista: “Ridurre la questione a un unico ambiente ti fa andare lontano dal punto. Il ciclismo è così, è uno sport che ti chiede tanti sacrifici. E quei sacrifici sono resi ancora più grandi per via del momento storico in cui ci troviamo, dove tutto passa dai dati. Tutto è costantemente misurato e tu sei sempre, in ogni momento, analizzato: come ti sei allenato, come hai dormito, dove sei… Non hai più una vita libera”.

Il campione belga, attualmente alle prese con il recupero da un infortunio, aggiunge un ulteriore tema di discussione al dibattito, partendo proprio da quello che gli è recentemente accaduto: “Io, fin dall’inizio della mia carriera ho imparato a cavarmela da solo – le parole di Van Aert – Se avevo un infortunio, mi cercavo il fisioterapista o il dottore e provavo a risolvere i problemi in maniera autonoma. Ancora adesso, se mi rendo conto che c’è qualcosa che non va, so cosa devo fare. Oggi, a volte, vedo giovani corridori che hanno un piccolo problema e pensano subito ‘chiamo la squadra’, più che altro perché non hanno idea di come affrontare la situazione. E sto parlando delle cose più semplici e basilari”.

Si sviluppa quindi una specie di dipendenza, da parte dell’atleta nei confronti della squadra, che decide tutto: “Il lato negativo del fatto che sia già tutto pronto e stabilito per un atleta è che, in definitiva, tu ti trovi a smettere di pensare in maniera autonoma“, la conclusione di Van Aert.

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