Picnic PostNL, una inchiesta accusa il team di aver creato una “cultura del terrore” – La squadra: “Non ci riconosciamo in questa descrizione”

Scoppia la polemica in casa Picnic PostNL. A seguito di una inchiesta durata mesi, che ha coinvolto 71 persone fra corridori e staff, presenti e passati, del team, NOS e In De Waaier hanno pubblicato oggi un articolo che descrive una “cultura del terrore”, un ambiente di lavoro “dittatoriale” e “una forma di tirannia” che durerebbe ormai da alcuni anni visto che i primi fatti di cui si parla risalirebbero a dopo i grandi successi del 2013-2014, con Marcel Kittel al Tour de France, e ancor di più dopo il trionfo di Tom Dumoulin al Giro d’Italia 2017. “Da quel momento hanno cominciato a scrivere un sacco di regole – spiega un ex dirigente – Era qualcosa di opprimente e soffocante”. Un altro spiega che “fino al 2018 c’era ancora un equilibrio, ma da allora ogni anno è stato aggiunto un 5% di follia in più”.

Tra le testimonianze spicca quella di Martijn Tusveld, tra i pochi a non richiedere l’anonimato. L’ormai ex corridore neerlandese racconta che il punto di svolta del suo rapporto con il team risale al 22 ottobre 2020, durante un meeting sul bus successivo alla diciottesima tappa del Giro d’Italia. Interpellato dal direttore sportivo Rudi Kemna sulla tattica di gara, Tusveld esprime apertamente i propri dubbi, suggerendo che le cose avrebbero potuto essere gestite diversamente. A fine stagione viene poi accusato di creare una “atmosfera negativa” in squadra e, di conseguenza, nel suo calendario per l’anno successivo non ci sono più grandi corse. Nel corso del 2021 gli viene poi comunicato il mancato rinnovo del contratto, evitato solo all’ultimo momento a causa delle partenze improvvise di due compagni.

Tusveld descrive gli anni successivi come un periodo caratterizzato da “ansia”, silenzio forzato e gravi crisi depressive, che lo hanno portato a maturare pensieri autolesionistici, fino al ritiro avvenuto poi al termine della scorsa stagione, vissuta con la maglia della formazione continental Beat Cycling. Le indagini svolte dai due media neerlandesi rivelano che il caso di Tusveld non sia stato un episodio isolato, ma che sia esemplificativo di un contesto strutturale che coinvolge numerosi dipendenti del team.

Un ex corridore ha riferito che, di fronte alla richiesta di poter consultare un mental coach per superare un momento di difficoltà emotiva, la risposta del team manager Rudi Kemna è stata un netto rifiuto basato sulla scetticità personale verso la categoria degli psicologi. “A quel punto è finita, no? Il fatto che abbia poi voluto smettere di correre era dovuto anche a questo modo di fare“, aggiunge questo ex corridore.

Altre testimonianze confermano una sistematica mancanza di empatia nei confronti di atleti in difficoltà, lasciati in una condizione di totale isolamento. “Non c’è stata nessuna comprensione quando sono arrivato alla soglia del burnout, mi sono sentito solo”, ammette un altro corridore, con anche i membri dello staff che avrebbero avuto questo tipo di problemi. “Sentivo che c’era davvero poca fiducia nei confronti dei corridori – svela un altro – Ad un certo punto mi son sentito come se fossi un poliziotto. Subito dopo aver lasciato la squadra mi son rivolto a un mental coach per capire perché non mi sentissi al sicuro lì. Era il lavoro più bello, ma non il posto”.

La percezione diffusa nel team sarebbe dunque stata quella di una totale svalutazione della componente umana, dove ogni individuo veniva esplicitamente considerato interscambiabile e sottomesso a protocolli rigidi, diventati sempre più tali a seguito della crescita e dei grandi successi internazionali del team. “Era diventata una dittatura“, commenta al riguardo l’ex allenatore Adriaan Helmental, sottolineando come la dirigenza che vedeva i corridori “come fantocci“, per usare le parole di un altro testimone (mentre un altro dice che il team manager Iwan Sprekenbrink e gli altri dirigenti “consideravano i corridori come un nemico dello stato“, era diventata “paranoica”. Di conseguenza, riporta un altro ex membro dello staff, allenatori e corridori lavoravano di nascosto e per anni hanno condiviso informazioni limitate alla dirigenza.

Quanto emerso da questa inchiesta ha poi trovato riscontro presso le istituzioni di categoria, come spiega Jeroen van Keulen, segretario dell’Associazione dei Corridori Professionisti Olandesi (VVBW), che ha confermato di aver ricevuto nell’ultimo anno e mezzo numerose segnalazioni da parte di atleti in forte stato di sofferenza emotiva. Allo stesso modo, anche il Centro per lo Sport Sicuro dei Paesi Bassi, che si occupa proprio di queste problematiche, ha confermato di “aver avuto discussioni con alcuni testimoni al riguardo”, anche se chiaramente non ha potuto dare dettagli per questioni di confidenzialità.

Di fronte alla gravità delle accuse, la reazione iniziale dei vertici aziendali è stata caratterizzata da una chiusura totale nei confronti dei media. Gli autori dell’inchiesta hanno riferito di aver informato la dirigenza dei risultati della ricerca e di aver formalmente invitato Iwan Spekenbrink a rilasciare una replica ufficiale presso la sede del team a Deventer, ricevendo tuttavia un rifiuto sia per interviste video sia per dichiarazioni scritte. Lamentando di aver “avuto solo pochi giorni per rispondere a un numero di domande”, la squadra, che spiega di aver già provato a contattare NOS “per discutere la propria filosofia e visione”, tuttavia rende noto di aver “effettuato numerosi tentativi di parlare con NOS” ma questi “tentativi non hanno avuto successo”.

Successivamente alla pubblicazione del reportage, il Team Picnic PostNL ha diffuso una nota ufficiale per definire la propria posizione. Il comunicato esprime un forte turbamento per i resoconti condivisi da corridori ed ex collaboratori, pur sottolineando che la dirigenza “non si riconosce nel quadro generale presentato nell’articolo“. Nel comunicato, la squadra riconosce comunque “l’importanza degli esposti che sono venuti alla luce” spiegando pertanto l’intenzione di commissionare “una indagine indipendente su come la cultura interna della squadra sia vissuta in pratica”.

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