I Volti Nuovi del Gruppo, Pietro Mattio: “Essere in squadra con Van Aert è uno stimolo in più. Nei primi anni sarò solo di supporto”

La maturazione di Pietro Mattio prosegue con un bel salto nel World Tour. Dopo tre anni nella Development, il piemontese ha firmato per la formazione professionistica della Visma | Lease a Bike, unendosi a un roster ricco di stelle del calibro di Jonas Vingegaard Wout Van Aert. Già da dilettante, il classe 2004 ha ottenuto qualche piazzamento interessante, come il quinto posto alla Parigi-Roubaix Espoirs e la terza piazza in una tappa del Giro NextGen 2025. A cavallo tra il debutto al Tour Down Under e l’esperienza alla Cadel Evans Great Ocean Road Race, la redazione di SpazioCiclismo ha intervistato in esclusiva Pietro Mattio per la rubrica I Volti Nuovi del Gruppo.

Descriviti ai nostri lettori. Che tipo di corridore sei?
Sono un uomo da classiche, anche se devo ancora conoscermi un po’ meglio tra i professionisti. Sulla carta però dovrei essere un corridore da classiche e da tappe mosse.

Sia al Giro NextGen tra gli Under23 sia al Tour Down Under tra i professionisti spesso hai lavorato per agevolare le volate di Matthew Brennan. Anche questo potrebbe essere il tuo ruolo?
Sì, sicuramente. Anche qui nel World Tour continuerò a correre con lui, in alcune occasioni. In Australia abbiamo fatto alcuni lead out con anche Filippo Fiorelli. Per i miei spazi vedremo di più in futuro. Soprattutto nei primi anni, sono in totale supporto alla squadra.

Come sono state le tue prime esperienza da professionista?
L’anno scorso avevo già fatto qualche corsa con i professionisti, come il Tour of Oman, la Coppi e Bartali e il Giro di Danimarca. Quest’anno il Tour Down Under è stata la mia prima gara WorldTour. È andato bene, siamo riusciti a raggiungere l’obiettivo all’ultimo vincendo una tappa con Matthew. Domenica, con la Cadel Evans Great Ocean Road Race, proveremo a vincere ancora e a concludere in bellezza la campagna australiana.

Come ti trovi in squadra?
Mi sono sempre trovato bene in squadra. Alla fine questo è il mio quarto anno qui, perché ho fatto tre anni con la Development dove più o meno lo staff era lo stesso, quindi ero già abituato all’ambiente della Visma. Conoscevo già molti compagni perché arrivavo dalla Development, poi ho trovato anche Piganzoli e Fiorelli, che sono quelli con cui ho legato di più. Essendo italiani, è più semplice. Ma mi trovo molto bene anche con gli altri, siamo un bel gruppo.

Com’è stato vissuto in squadra l’addio abbastanza inaspettato di Simon Yates?
Sì, è stato abbastanza inatteso, però alla fine lui ha già tanto al ciclismo quindi credo sia stata una scelta presa con tranquillità. Simon è sempre stato un compagno di squadra molto piacevole, era molto simpatico. Forse era uno dei compagni di squadra stranieri con cui ho scherzato di più. Ora ha scelto un’altra strada per la sua vita, ma andremo avanti anche senza di lui.

Invece hai avuto occasione di parlare con Jonas Vingegaard?
Sì, quest’anno ho avuto modo di parlarci durante il ritiro di dicembre. È una persona molto tranquilla, molto brava. Avremo calendari molto diversi: avrei dovuto fare l’UAE Tour ma alla fine non lo farò perché con il ritiro di Simon Yates i piani della squadra sono cambiati. In futuro magari correrò insieme a lui.

Hai già quindi un’idea del tuo calendario dopo le corse in Australia?
Come detto non farò più l’UAE Tour, che non mi va così male perché almeno mi evito un altro jet lag (ride, ndr). Farò invece la Ruta del Sol e poi alcune classiche belghe, a cominciare dalla Kuurne. Sono riserva alla Milano-Sanremo e alla Parigi-Roubaix, spero di riuscire ad arrivare in quel momento in piena forma per riuscire a farle.

Com’è avere in squadra un campione come Wout Van Aert, che per le tue caratteristiche può certamente essere un esempio da seguire?
È un esempio per me e per tutti quelli della squadra. È uno dei corridori migliori che abbiamo e uno di quelli con più esperienza, soprattutto nelle classiche. Averlo in squadra è sicuramente uno stimolo in più.

Parliamo di te. A che età hai iniziato a correre in bici?
Ho iniziato molto presto, a sei anni, da G1. Mio papà ha un negozio di biciclette, quindi sono un po’ nato sulla bici. Ho corso tutte le categorie giovanili alternando mountain bike e strada. Poi da juniores e Under ho dato più spazio alla strada.

Vorresti recuperare un po’ la tua passione per la mountain bike con qualche gara da professionista?
Al momento l’ho un po’ accantonata, non la uso più tanto. Magari a volte d’inverno, ma senza esagerare. Poi vedremo in futuro, mai dire mai. Mi piace sempre uscire in mountain bike, ma la gara su strada mi piace di più, anche per i tatticismi.

Qual è il risultato di cui vai più fiero finora in carriera?
Sicuramente la Parigi-Roubaix Under23 dell’anno scorso, dove sono arrivato quinto. Sono contento del risultato ma c’è un po’ di amarezza perché sono caduto nel momento decisivo e ho perso la possibilità di lottare per il podio. Ma un quinto posto alla Roubaix non è male.

Adesso cosa chiedi a te stesso per la prima stagione da professionista?
Sicuramente di fare tanta esperienza e riuscire a mettere in campo il ruolo che mi danno nelle gare, quindi aiutare i miei compagni. Mano a mano che va avanti la stagione, vediamo quali potranno essere gli obiettivi reali di quest’anno.

Manda un messaggio ai giovani che hanno iniziato ad andare in bici e sognano di diventare professionisti.
Prendetela con tanta leggerezza all’inizio. La strada è lunga. Quando poi si diventa più maturi e si capisce che percorsi si può fare, a quel punto ci si deve concentrare al massimo per riuscire a passare tra i professionisti.

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