I Volti Nuovi del Gruppo, Marco Manenti: “13 mesi fa ero senza squadra, avrei smesso di correre. Credete nell’impossibile”

È Marco Manenti l’intervistato del giorno nella nostra rubrica de I Volti Nuovi del Gruppo. Classe 2002, il lombardo passa professionista con la Bardiani CSF 7 Saber, con cui ha firmato un contratto biennale dopo l’esperienza triennale con il Team Hopplà. Nel 2025, il suo primo anno da élite, il 23enne ha ottenuto una serie di successi importanti, tra cui la Pasqualando, la Fiorano-Fiorano e il Trofeo Città di Lucca. Il sigillo più importante, però, è probabilmente arrivato nella prima tappa del Giro del Friuli 2025, dove ha vinto una volata di gruppo abbastanza caotica davanti a Santiago Umba e Hector Alvarez. La redazione di SpazioCiclismo ha intervistato Marco Manenti in vista della sua prima stagione da professionista.
Descriviti ai nostri lettori. Che tipo di corridore sei?
Sono un passista veloce. Mi piacciono i percorsi mossi, che permettono di fare un po’ di selezione. Essendo dotato di uno spunto veloce, riesco a giocarmi le mie carte allo sprint in un gruppo abbastanza selezionato. Infatti nel 2025 ho vinto sia in fuga sia in volata in una tappa mossa, come nella prima tappa del Giro del Friuli, dove sono riuscito a vincere lo sprint in un gruppo con una sessantina di corridori.
A che età hai iniziato ad andare in bicicletta?
Ho iniziato al primo anno da esordienti.
Un po’ più tardi rispetto ad altri tuoi coetanei. Cosa facevi prima?
Prima facevo atletica. Il ciclismo è sempre stato parte della mia famiglia. Ho iniziato ad avvicinarmi a questo sport da esordiente, effettivamente più tardi rispetto ai miei coetanei. Da esordiente avevo maggiore difficoltà perché nei giovanissimi magari uno non punta a fare il corridore, ma impara ad andare in bicicletta. Io invece ho iniziato più tardi. Ma dico sempre che era un po’ il mio destino. Iniziare più tardi mi ha dato la possibilità di crescere anno dopo anno. Vedi tanti ragazzini che iniziano presto e arrivano agli juniores che sono già stanchi. Invece iniziare più tardi è stato il segreto di una maturazione più lenta.
Chi era il tuo idolo quando hai iniziato a seguire il ciclismo?
Peter Sagan, come per tanti ragazzini. Poi con l’evolversi del ciclismo direi Van Der Poel.
Qual è il risultato che hai ottenuto da Under23 di cui sei più orgoglioso?
Ogni vittoria ha un suo perché e un suo sapore particolare. Per importanza, direi la vittoria di tappa al Giro del Friuli, che è arrivata in una bella vetrina, in una corsa con tante Development. Però a me è piaciuta tanto la vittoria alla Fiorano-Fiorano: ero arrivato secondo nel 2023 dietro a Biagini, che poi è diventato professionista, poi nel 2024 non avevo potuto partecipare perché avevo rotto una clavicola. Mi ero promesso di tornare a farla nel 2025 e dare tutto me stesso per vincere. Mi era dispiaciuto arrivare secondo nel 2023, mancando la vittoria stagionale per un soffio dopo che ero stato in fuga tutto il giorno. Quindi tornare a correre la Fiorano-Fiorano e vincerla nel 2025 è stato molto bello. Per importanza quindi direi la vittoria al Friuli, a livello emotivo la Fiorano-Fiorano, anche perché c’era tutta la mia famiglia all’arrivo.
Invece per quanto riguarda questa stagione hai già un’idea di quello che potrebbe essere il tuo programma?
Non sappiamo ancora di preciso, lo stiamo definendo in ritiro. Il debutto della squadra sarà qui in Spagna, proprio durante il ritiro: sicuramente io dovrei fare una delle corse a Palma di Maiorca, poi il resto del calendario dovrebbe essere definito prossimamente.
Cosa chiedi a questa tua prima stagione da professionista?
Sono un ragazzo che sta con i piedi per terra, quindi l’unica cosa che mi sento di chiedere è che mi assista la fortuna. Come dico sempre, basta una caduta per rovinare tutto. Per quanto riguarda la mentalità, sarà un ambiente nuovo, totalmente diverso dai dilettanti, quindi dovrò abituarmi un po’ ai ritmi. Però mi reputo un ragazzo serio, alla prima stagione chiedo soltanto un po’ di fortuna: sarà la strada a dettare il mio futuro.
C’è una corsa in particolare che vorresti fare, ora che sei professionista con la Bardiani CSF 7 Saber?
Il mio sogno, se dovesse coincidere con i piani della squadra, sarebbe fare la Milano-Sanremo. Oltre al fascino della corsa in sé, ho tanti ricordi affettivi che mi legano alla Classicissima.
Quali?
Trascorro sempre molto tempo in Liguria. Quando ero piccolo, alle elementari, facevo sempre un periodo in Liguria con i miei nonni e vedevamo sempre il passaggio della corsa. Poi quando sono andato nelle categorie superiori venivo spesso ad Alassio ad allenarmi, anche nel periodo che combaciava con il passaggio della corsa. Da bambino ti emozioni ad aspettare il passaggio della corsa, quando stai crescendo e ti alleni sulla Cipressa, sul Poggio, attraverso Imperia sogni di essere lì in gruppo. Realizzare che un giorno potrei davvero essere io a ricevere l’incitamento del pubblico è qualcosa di speciale per me. Avendo perso tutti i nonni è il ricordo affettivo che mi lega di più al ciclismo. Essendo di Bergamo avrei potuto dire il Lombardia, perché attraversa le strade in cui mi alleno, come la Roncola. Ma i ricordi affettivi sono i più importanti. Adesso sono arrivato nel professionismo, ma come mi ripeto spesso nella mia testa questo dev’essere un punto di partenza, non di arrivo. Vorrei che la mia carriera fosse duratura, il più possibile. Spero che negli anni almeno una volta ci sia l’occasione di correre la Milano-Sanremo.
Manda un messaggio ai giovani che sognano di diventare professionisti.
Il mio messaggio è di credere nelle cose impossibili. Io ci ho creduto e ora sto vivendo questo sogno. Non mi reputo né un fenomeno né uno scarso, altrimenti non sarei qui. La mia è una storia abbastanza particolare. Al giorno d’oggi si pensa che gli élite non abbiano più una chance, ma io sono passato dopo il mio primo anno élite. È vero, ho dimostrato, perché comunque i miei risultati parlano, però non era neanche semplice nella mia situazione. A dicembre 2024, tredici mesi fa, non avevo una squadra.
Cos’era successo?
Noi corridori della Hopplà, fino a quando sono usciti gli articoli, non sapevamo nulla, tant’è che avevamo iniziato la preparazione. Sembrava tutto normale. Poi ci sono stati dei problemi di comunicazione da parte della direzione. L’8 dicembre abbiamo fatto una call in cui hanno dato il via libera a tutti. Quindi ancora una volta devo ringraziare Claudio Lastrucci, che ha scommesso su dei ragazzi che a dicembre erano rimasti a piedi. La squadra inizialmente era di sei corridori: è stata una scommessa sua e nostra ripartire da zero. Al primo anno élite forse avrei smesso di correre, essendo le Continental piene. Quindi il mio messaggio è questo: credere nell’impossibile.
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