I Volti Nuovi del Gruppo, Alessandro Borgo: “Da esordiente mi ritiravo sempre, volevo smettere. Qui imparo da Mohoric”

Tra i neoprofessionisti italiani, Alessandro Borgo è sicuramente uno dei più promettenti. Il corridore della Bahrain Victorious è passato pro’ con la squadra con cui è cresciuto nella Development, ottenendo risultati importanti: nel 2025 ha vinto la Gent-Wevelgem Under23 e il Campionato Italiano di categoria, dimostrando le sue qualità. In campo internazionale, poi, ha sfiorato la vittoria di tappa al Giro NextGen 2025, chiudendo secondo alle spalle di Filippo Agostinacchio. Adesso il classe 2005 ha debuttato tra i grandi con un bel piazzamento nella prima tappa dell’AlUla Tour 2026, una settimana dopo aver vinto l’Al Salam Championship, una corsa di categoria nazionale negli Emirati Arabi Uniti. La redazione di SpazioCiclismo ha intervistato Alessandro Borgo in esclusiva per la rubrica I Volti Nuovi del Gruppo.
Descriviti ai nostri lettori. Che tipo di corridore sei?
Sono un corridore un po’ da scoprire. Sono entrato nel gruppo World Tour, quindi sicuramente quello che ho fatto negli Under verrà un po’ dimenticato. Si sa, i corridori World Tour vanno veramente forte, quindi le mie caratteristiche possono cambiare rispetto a quando ero dilettante. Negli Under tenevo salite anche di 10 minuti, qui è un po’ diverso. Sono in una squadra che mi fa fare esperienza, già qui ad Alula. Mi piace, vedo che la squadra lascia spazio se uno va forte. Serve anche a loro, per conoscermi come corridore. In generale comunque sono abbastanza veloce, vado forte in volate in gruppo ristretti. Il mio punto forte è l’endurance, quindi prestazioni dopo 4 o 5 ore. Anche in ritiro abbiamo fatto begli allenamenti e io nel finale stavo sempre bene. Tengo le salitine un po’ corte, mi piacciono i muri del Belgio, il vento e le gare un po’ collinari.
Infatti da Under23 hai avuto risultati su terreni molto diversi. Qual è quello di cui vai più fiero?
Inizio da quello che mi fa più male: il secondo posto di tappa al Giro NextGen. Sarebbe potuta essere una vittoria di peso, insieme alle altre due ottenute a Gent-Wevelgem e al campionato italiano. Tutti guardavano me perché ero il più veloce e Agostinacchio è andato via. Però la Gent-Wevelgem, a inizio stagione, era un obiettivo da quando abbiamo fatto il piano delle corse visto il quinto posto dell’anno prima. Ci abbiamo lavorato tanto. Quando lavori tanto per un obiettivo e riesci a raggiungerlo, è una bella soddisfazione. Quella è sicuramente una vittoria di peso.
Sai già se correrai in Belgio anche quest’anno, tra i professionisti?
Sì, farò un bel calendario ricco in Belgio. Posso dire che sarà ricco e duro perché farò delle belle gare. Sono contento di questo, la squadra ha fiducia in me nonostante sia la prima esperienza. Ho al mio fianco uno dei professori di ciclismo migliori del gruppo, come Matej Mohoric. Sono sempre con lui, mi aiuta sempre, fa sempre un suo commento e mi aiuta a migliorarmi. Mi motiva, perché è una bravissima persona e abbiamo un bellissimo rapporto.
È lui quello con cui hai legato di più in questa prima parte dell’esperienza con la Bahrain Victorious?
Lui ma anche Antonio Tiberi, Damiano Caruso, Alfonso Eulalio… Difficile fare nomi, siamo un gruppo unito e questo è il bello della squadra.
C’è un consiglio che ti è rimasto impresso?
Diciamo che finora mi sono creato l’immagine del giovane arrivato in una squadra WorldTour. Fino all’anno scorso tralasciavo tante cose, forse troppe. Ma è un bene, perché ora posso lavorare meglio. La cosa maggiore è l’alimentazione. Con Matej ogni colazione, ogni pranzo e ogni cena è una battuta, una risata. Ogni volta gli dico quello che mangio e per lui è completamente sbagliato. Ma anche sull’alimentazione in bici: fino all’anno scorso mangiavo pochi carboidrati l’ora. Tutto questo comunque crea una bella atmosfera in squadra, sono un giovane che arriva nel mondo dei grandi. Mi hanno un po’ preso sotto la loro ala.
A che età hai iniziato nel ciclismo?
Da G5, a 11 anni.
Un po’ tardi rispetto ad altri corridori. Prima facevi altri sport?
Sì, giocavo a calcio. Per un anno ho fatto sia calcio sia ciclismo, poi a un certo punto ho dovuto scegliere. È stata una decisione un po’ difficile perché me la cavavo abbastanza bene anche nel calcio, ma a vedere dove sono arrivato nel ciclismo mi sembra di aver fatto la scelta giusta.
Tra i due sport hai scelto quello più faticoso. Ti piace la fatica?
In effetti sì, mi piace molto faticare. Forse è una cosa disumana, ma mi piace. Poi anche il ciclismo è uno sport di squadra, ma vince il singolo. Quindi quando si vince qualcosa, le soddisfazioni sono maggiori.
Cosa chiedi alla tua prima stagione da professionista?
È iniziata bene con la vittoria nella prima trasferta a Dubai. È stato un buon segnale per me e per la squadra. La squadra crede molto in me, abbiamo un bel progetto per la mia crescita anche tra i professionisti dopo l’anno nella Development. Sono molto contenti, anche qui ad AlUla dopo la prima tappa. Di sicuro nel primo anno voglio fare esperienza ed esplorare il mondo dei professionisti. Siamo nella massima categoria, nulla è semplice. Mi piace vedere un po’ tutto.
Manda un messaggio ai giovani che sognano di diventare professionisti come te.
Il mio messaggio è di divertirsi e non mollare mai. Io posso essere l’esempio giusto per questo messaggio: da esordiente volevo smettere di correre in bici perché sono maturato dopo i miei coetanei. Non riuscivo a finire le gare, ero sempre ultimo o penultimo o mi ritiravo. Un bimbo di 12 anni che va alle corse per non arrivare… Non avevo più voglia di allenarmi, stava scemando tutto. Non ho mai mollato, poi da allievo primo anno ho iniziato a posizionarmi meglio, da allievo secondo anno a vincere. Da junior ho cominciato a fare risultati importanti per la categoria, e da secondo anno ho ottenuto qualche vittoria. Da Under ho scelto la squadra giusta per quello che ero e ora sono professionista. Il messaggio è di non mollare e prendere il ciclismo come un gioco. Mi ricordo che da giovanissimo andavo alle corse, facevo quei 10 km di gara, poi ne facevo altrettanti di corsa coi miei compagni di squadra a giocare a “scappa e prendi”. Era proprio un gioco.
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